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ROSARIO LIVATINO, giovane magistrato ucciso dalla mafia.

Impegnato da giovane nell'Azione Cattolica, è magistrato a Caltanisetta e Agrigento. Processa e condanna 40 mafiosi collegati a politici. Il presidente Cossiga lo definisce "giudice ragazzino". La Chiesa lo beatifica nel 2021.

by Stefano Carbonara
22 Settembre 2021
in Politica
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ROSARIO LIVATINO, magistrato.

Nasce il 3 ottobre 1952 a Canicattì in Sicilia, viene ucciso il 21 settembre 1990 ad Agrigento a soli 37 anni.
Il 9 maggio 2021 viene beatificato dalla Chiesa, con la ricorrenza il 29 ottobre.

Impegnato da giovane nell’Azione Cattolica diventa magistrato a Caltanisetta ed Agrigento.

Negli anni ’80 indagò sulla mafia siciliana e sui fenomeni di corruzione alla Regione Sicilia. Si occupò di una grossa indagine conclusa con quaranta condanne di mafiosi, compreso uomini collegati a politici regionali e nazionali.
Tra i primi magistrati in Italia utilizzò lo strumento delle confisca dei beni ai mafiosi.

Venne ucciso sulla Statale mentre si recava, senza scorta, in tribunale, per mano di quattro sicari assoldati dalla Stidda agrigentina, organizzazione mafiosa.
Era a bordo della sua vettura, quando fu speronato dall’auto dei killer. Tentò disperatamente una fuga a piedi attraverso i campi limitrofi ma, già ferito da un colpo ad una spalla, fu raggiunto dopo poche decine di metri e freddato a colpi di pistola.

Tra i primi a giungere sul luogo del delitto i procuratori aggiunti  Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Pochi giorni dopo l’omicidio, i colleghi più fidati di Livatino denunciarono lo stato di abbandono in cui versavano i magistrati impegnati in prima linea nelle indagini antimafia, denunciando l’inerzia dello Stato di fronte all’assassinio dei magistrati.
Otto mesi dopo la morte del giudice, l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga definì «giudici ragazzini» una serie di magistrati neofiti impegnati nella lotta alla mafia.

 


ASSASSINIO DI UN GIUDICE RAGAZZINO
Le responsabilità dei politici di ieri e i tentativi di riabilitazione di oggi

Che cosa è cambiato, in più di 30 anni, nella nostra patria?

Come cultura della legalità, del senso civico, della lotta alla mafia, che sono stati i valori che mossero la breve esistenza di questo “ragazzino”?

Molto, poco, niente?

Di sicuro, nelle nostre Cattedrali laiche, abbiamo accumulato numerosi altri “santini”, come Falcone, Borsellino e i ragazzi delle loro scorte, che più passa il tempo, più assumono il fascino della nostalgia e diventano innocui.

In più, Rosario Livatino è stato assurto agli altari, dalla pietas popolare prima e, poi, dalle gerarchie, quindi, è il “santino” è più completo: religioso e laico!

Il “ragazzino” che non fece in tempo a diventar grande, che era il giudice più giovane di Italia, più bravo, rigoroso e coraggioso di tanti suoi colleghi dai capelli bianchi, andava fatto fuori subito, prima che cominciasse a fare troppi danni.

“Ditemi almeno perché mi ammazzate”, pare abbia chiesto ai suoi killer, secondo la testimonianza di uno dei suoi killer, poi pentito.

Il termine “ragazzino”, che voleva essere spregiativo, sinonimo di incompetenza e pusillanimità per quel mestiere data la giovane età, gli fu affibbiato da uno dei Presidenti della I REPUBBLICA, il più ambiguo ed equivoco: Cossiga, un agente CIA in Italia?

Col tempo, e soprattutto dopo il film omonimo, tratto dal romanzo di Nando Dalla Chiesa, figlio del generale assassinato dalla mafia, “ragazzino” è diventato un epiteto che suscita ammirazione, affetto, tenerezza, angoscia per la giovane vita spezzata di un ragazzo che non scelse di essere né santo, né martire o eroe, che voleva solo fare fino in fondo, il suo dovere di uomo, prima che di giudice.

Oggi, possiamo dire, con onestà, che in Italia, è cambiato poco. O niente. Davvero non saprei!

La mafia ha imparato ad ammazzare di meno, ad evitare stragi plateali, che lasciano sul campo i segni del suo potere, ma spargono anche semi di legalità, di rivolta, di giustizia fra i cittadini onesti e, soprattutto, nell’animo delle giovani generazioni!

Basta pure con le trattative con lo Stato. Troppo casino, troppo chiasso e troppe polemiche!

Non si conclude niente.

Meglio lavorare senza intermediari, direttamente, “con le mani pulite”, infiltrarsi senza lasciar tracce nelle Istituzioni, salire sul carro dei possibili vincitori a cominciare dal basso (consiglieri comunali, assessori, sindaci).

Soprattutto non aver paura di osare troppo, di ambire ai più alti vertici!

Alla Presidenza della Repubblica, se possibile!!

Sono tempi di “allentamento civico” e di distrazione di massa.

Tempi di crisi, di COVID e di Green pass.

Di crociate e di contro crociate.

Tutto si può!

Hanno cominciato con una operazione di marketing che è andata a segno: gli auguri dati da 200 personalità di spicco della politica, dell’economia, della società (in)civile, attraverso un paginone (a pagamento) del CORRIERE DELLA SERA a Marcello DELL’UTRI, onorato membro dell’onorata famiglia”, come riconosciuto, da sentenze passate in giudicato e dalla permanenza del suddetto signore nelle patrie galere per vari anni.

Si potrebbe discutere dell’opportunità, per il maggiore quotidiano italiano di ospitare tali commosse felicitazioni!

Ma si sa, pecunia non olent. (I soldi non puzzano!)

Inoltre, tutta la stampa e i media italiani si stanno riposizionando per trovarsi in prima fila al momento opportuno.

Del resto, i vertici del Corriere, regnanti i RIZZOLI, già in passato, fecero la scelta “giusta”: furono commensali di prestigio del Gran MAESTRO della P2, LICIO GELLI.

È una strada vecchia, dunque, già percorsa e nota per “onori e munera” (tributi e prebende) di cui furono compartecipi i soci.

Nei palazzi della politica, ferve vino vecchio in botti di plastica: è pronto per la seconda gloriosa discesa in campo LUI, l’amico fraterno di Dell’Utri, da decenni frequentatore indolente di tribunali, con condanne prescritte o passate in giudicato…

LUI i cui legami malavitosi sono rimasti nel sottosuolo marcio e paludoso della storia patria, anche grazie alla fedele omertosità dell’amico incappato nelle maglie della legge.

LUI, in gran forma, tutto rifatto, che cerca di scaldare i cuori dei suoi questuanti (mezzo Parlamento), dei giannizzeri, dei fedeli, per il gran salto al Quirinale.

Ma il tempo incalza, si fa stretto, i giudici di Milano, implacabili, non demordono neppure di fronte a cotanto nobile Vegliardo.

I suoi fedeli, magari, in extrema ratio ricorreranno a S. Gennaro, il santo di tutti i disperati, non solo napoletani.

Per adesso siamo ancora a mezzi terreni: hanno cominciato a battere alla porta dell’attuale inquilino del Quirinale, un Presidente per bene che porta le ferite di un fratello ammazzato dalla mafia.

Solo lui può salvare il (DIS)onore della Patria (non) concedendo la grazia al Gran Vegliardo.

A noi, che abbiamo l’amaro in bocca e nello stomaco di fronte a tanta protervia, non resta che onorare la memoria di Livatino, il giudice ragazzino che visse poco, ma gli bastò per rimanere eterno nel cuore di quelli che ieri oggi domani tirano la carretta di questa nostra patria per un futuro migliore e più solidale.

LELLA LEOCI
Docente di Storia e Filosofia

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