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Le carte di Antonio Lopriore. Libro di Flora Villani

La storia di Antonio Lopriore, medico, internato nei lager nazisti, raccontata attraverso i suoi scritti

by Stefano Carbonara
9 Novembre 2021
in Arte e Cultura
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Incontro di presentazione

Il 5 novembre 2021, presso il Salone del Carmine di Monopoli, è stato presentato il libro “Le Carte di Antonio Lopriore”, scritto dalla prof.ssa Flora Villani.

Relatori, insieme all’autrice, i professori Antonio Bini, Martino Cazzorla e Domenico Cofano.

Un numerossimo pubblico ha assistito all’evento.
Tra i presenti i familiari del compianto Antonio Lopriore, internato nel lager, già stimato medico condotto in Monopoli, protagonista del libro.

L’autrice Flora Fillani 

Dopo le “Memorie di guerra” di Mario Rossani (Edizioni del Sud, 2017) e “Tappe di prigionia” di Giovanni Vozza (Edizioni del Rosone, 2019) Flora Villani affronta questo terzo lavoro di recupero memoriale delle vicende di Antonio Lopriore nell’ottica della salvaguardia del nostro recente passato.
Già docente di Materie Letterarie e Latino nel Liceo Scientifico, si interessa in questi ultimi anni di materiale documentario inedito, proseguendo gli studi storici sul ‘900 iniziati presso l’Università degli Studi di Bari sotto la guida del compianto
professor Franco De Felice.

Vive a Monopoli.

Prof.ssa Flora Villani, autrice

PREFAZIONE DI FLORA VILLANI 

Testimone di inenarrabili sofferenze, Antonio Lopriore, ufficiale medico prigioniero nei lager nazisti, dedicò i mesi terribili della detenzione all’assistenza di chiunque venisse affidato alle sue cure. Lavoro faticoso a cui fu costretto e che espletò in condizioni difficilissime di igiene e di alimentazione.

Era stato catturato dai Tedeschi l’8 settembre 1943 nel Kosovo, mentre si accingeva a rientrare in Italia per una licenza di quindici giorni. Poté fare ritorno a casa solo nel giugno del 1945.

Antonio Lopriore conservò per tutta la vita documenti oggi divenuti preziosi, quale la raccolta completa de “La Voce della Patria”, quindicinale scritto a Berlino in Italiano per i prigionieri, i cosiddetti Internati Militari Italiani, e distribuito nei lager allo scopo di condizionarli psicologicamente e spingerli a passare dalla parte dei nazisti o dei fascisti della Repubblica Sociale Italiana. Documento inedito di cui in Italia si sono salvate pochissime copie ma interessante perché fornisce anche la versione tedesca sull’andamento della guerra, versione ovviamente falsa.

Ma ancora più sconvolgenti tra le carte di Lopriore sono cinque quaderni, vergati a mano da lui stesso o da persona di sua fiducia, contenenti i nomi di oltre 3.500 malati visitati e curati dal nostro dottore con quel poco, pochissimo che le infermerie dei campi riuscivano a mettere a disposizione dei sanitari. Una galleria degli orrori: ogni tipo di patologia vi è riportata, le più gravi, che noi oggi stentiamo a ritenere possibili.

Il recupero e la pubblicazione di queste carte si deve all’attenzione con cui i figli le hanno conservate, salvandole dall’oblio in cui le testimonianze di tali tragedie spesso rischiano di cadere.

Questo libro è dunque soprattutto un tributo di riconoscenza alla nobile figura di un medico generoso, grande nella sua umanità.

In Appendice sono poi raccontate le simili tristi vicende di altri militari di Monopoli che passarono per gli stessi campi di prigionia e subirono le stesse dolorose esperienze, Giuseppe Avezzano Comes, Edmondo De Micco, Vito Antonio Marasciulo, Francesco Vadalà.

INTERVENTO DEL PROF. DOMENICO COFANO

È ben noto che Paganini non si ripete, ma io non sono Paganini, e, dunque, questa sera non potrò che riprendere e ribadire quanto ho avuto già modo di osservare in parte nella introduzione al volume di cui ci accingiamo a parlare.

Le carte di Antonio Lopriore (1943-1945), pubblicato dalle benemerite Edizioni del Rosone, in effetti, come i due precedenti volumi di Flora Villani (le Memorie di guerra di Mario Rossani, del 2017,  e le Tappe di prigionia di Giovanni Vozza, del 2019), per la passione civile che lo anima e per la serietà e la sagacia con cui è stato concepito e organizzato, costituisce un ulteriore prezioso contributo, soprattutto per il ricco commento, alla conoscenza e all’approfondimento di una vicenda tragica, che non ha avuto per lungo tempo l’attenzione storiografica che meritava di avere: quella degli Internati Militari Italiani, i cosiddetti, IMI, ovvero gli «ufficiali, sottufficiali e soldati che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, subirono la prigionia nei lager nazisti, avendo rifiutato di passare dalla parte dei tedeschi o della Repubblica Sociale Italiana di Mussolini».

Molti di loro, circa quarantamila, non fecero più ritorno in patria, uccisi dalla fame, dagli stenti, dalla denutrizione, dagli incidenti sul lavoro, dalle pallottole tedesche e dalle bombe alleate. Insomma, la loro, dietro i reticolati, fu la prima vera opposizione al nazismo e al fascismo.

Possiamo parlare, in sostanza, di una sorta di resistenza passiva che in parte fu motivata da ragioni ideali, in parte da motivi più concreti: la volontà di non combattere contro altri italiani; l’ostilità verso i tedeschi; la convinzione dell’inutilità di ulteriori sacrifici; il timore di rappresaglie contro le famiglie; la disillusione; la stanchezza; l’opportunismo.

Ci fu poi anche chi, per convinzioni politiche personali e per fedeltà ad un’alleanza che, nel bene e nel male, riteneva giusto onorare fino in fondo, scelse di continuare a combattere con i tedeschi e i fascisti o di lavorare per loro.

Il generoso tributo di riconoscenza che è implicito nel rigoroso lavoro di Flora – rigoroso, e tuttavia limpidamente  comunicativo –  è anche un modo, a voler richiamare le parole di Liliana Segre, di non perdere la memoria e di tramandare alla comunità il giacimento straordinario di storia che si nasconde nel racconto delle «tragedie che le generazioni passate hanno patito a causa della predicazione dell’odio»; un giacimento che non deve essere disperso, ma, anzi, deve essere trasferito alle nuove generazioni.

In effetti, la memoria riesce a persuadere e ad educare molto più della fredda cristallizzazione storica che di solito si trova nella gran parte dei manuali scolastici; e questo soprattutto perché la dimensione circoscritta, e in qualche modo localistica e municipale, può essere utilmente sperimentata come una preziosa porta di accesso alla conoscenza.

A conservare vivo, per le generazioni future,  il ricordo della violenza assurda, ma consapevole, di quegli anni racconto – una violenza che ha umiliato la civiltà e che deve, dunque, costituire un richiamo contino alla responsabilità e alla vigilanza etica -, e ad evitare che tali orrori si rinnovino, provvede, nel caso nostro, affidandolo non alla indifferenza documentaria della storia, ma alla verità profonda del  racconto, la ricostruzione, che di questo lavoro è la parte preminente, della nobile figura di Antonio Lopriore, un valoroso medico, che, salentino di nascita, ma monopolitano di adozione, fu catturato dai tedeschi l’8 settembre 1943, imprigionato in Germania quale IMI, costretto a lavorare nella cura dei prigionieri e, infine, liberato dagli americani che  nell’aprile del ’45 penetrarono nel lager di Wasseralfingen: ho avuto il piacere e l’onore di conoscerlo quando ero studente liceale, dal momento che ero legato, come sono legato tuttora, da vero affetto e da sincera amicizia, alla gran parte della sua famiglia, che ne ha raccolto la preziosa eredità civile e morale.

Egli ha, tra i tanti meriti, quello di aver conservato la raccolta di un periodico, stampato dai nazisti in italiano, «La Voce della Patria», che tentava, per lo più inutilmente, manipolando i valori ideali, di indurre il passaggio dei prigionieri dalla parte dei tedeschi e dei fascisti, e che rappresentava, con «strombazzata retorica» e per fini propagandistici, una realtà che non corrispondeva per nulla a quanto realmente accadeva in Italia e in Europa.

Delle ‘bugie’ del giornale, che considerava terroristi gli avversari, che umiliava e maltrattava gli ‘internati’ (ma il rigore delle punizioni talvolta si allentò di fronte alla consapevolezza che la loro opera era necessaria all’economia della Germania), che non era esente da pregiudizi razziali, e che arrivò al punto di assecondare la «mostruosità» giuridica del processo contro i firmatari dell’ordine del giorno Grandi, la Villani dà ampio conto, così come dà conto della durezza che manifestò contro i sottoufficiali che si rifiutarono di passare dalla parte dei tedeschi.

Di costoro, così come   dei componenti del CLN che furono fucilati a Torino nell’aprile del ’44, si offrono utili schede biografiche, senza mancare di richiamare l’attenzione dei lettori sul fatto che essi, come gli Internati, dopo la guerra molto spesso non videro riconosciuta la loro storia di sofferenza, forse perché non era facile ‘posizionarli’ politicamente, al contrario di quanto avveniva per i partigiani, che, a differenza degli IMI, avevano partecipato attivamente alla lotta di liberazione.

La verità è che, come ci ricorda anche un romanzo di Giovanni bGuareschi (Un IMI ritorna) la storia degli IMI venne rapidamente dimenticata.

Fu messa in ombra, in effetti, da altre storie, ritenute portatrici di un contributo più consistente all’abbattimento del vecchio regime, o fu in parte rimossa da opportunità e convenienze politiche, da nuove alleanze e da nuovi equilibri internazionali; dal bisogno di tanta gente, inoltre, dopo il dramma della guerra, di dimenticare in fretta più che ricordare con dolore.

Molti ex internati si sentirono così, per anni, quasi colpevoli, in quanto ‘diversi’ dai soldati e partigiani che avevano contributo al riscatto nazionale. Intervenne, pertanto, una sorta di inevitabile distacco dall’esperienza appena vissuta e quasi una sorta di rimozione, necessaria per inserirsi senza traumi nella società italiana del dopoguerra, approdando, persino, in qualche caso, a collocazioni apparentemente incompatibili con le vicende terribili che avevano attraversato.

Non va dimenticato, in effetti, che nel dopoguerra vi fu una forte presenza delle forze politiche di sinistra, che un po’ non potevano, un po’ non volevano favorire più di tanto l’integrazione degli ex IMI, soprattutto perché li consideravano soldati che non avevano partecipato attivamente, come i partigiani, alla lotta di liberazione dal fascismo, o, addirittura, si erano mostrati propensi a collaborare con il nemico.

Gli ex IMI, di conseguenza, reagirono con rabbia ai privilegi che furono accordati agli ex partigiani e fecero presente che al loro ritorno in Italia non avevano ricevuto niente, pur avendo quasi tutti una famiglia, e pur avendo quasi tutti perso il proprio lavoro.

Basti qui ricordare che negli anni che vanno dal 1950 al 1977 agli IMI, tra i quali ricorrono nomi che poi diverranno famosi (da Oreste del Buono a Mario Rigoni Stern, da Tonino Guerra a Giovannino Guareschi), venne persino negata la concessione della qualifica di «Volontari della libertà», perché il Ministero della Difesa è del parere, cito, che sia «doveroso mantenere una differenziazione fra i civili che volontariamente presero parte all’attività partigiana e i militari che negando la propria collaborazione ai nazifascisti e subendo l’internamento si attennero semplicemente ai doveri derivanti dal proprio stato».

Complessivamente, il cattivo stato di salute, i grandi cambiamenti sociali e politici avvenuti in loro assenza, le difficoltà finanziarie e lavorative, il disprezzo dei partigiani, la freddezza del nuovo stato repubblicano, il sostanziale disinteresse della nuova classe politica contribuirono a convincerli di essersi trovati dalla parte sbagliata.

E non c’è nulla di più pericoloso, per la democrazia, della disillusione di chi, per il disinteresse della classe politica, appunto, come avviene anche ai giorni nostri, viene indotto a credere di essersi trovato dalla parte sbagliata.

Ma, per tornare in medias res,  eloquenti ed interessanti, ai fini del recupero di quel territorio infernale, di atrocità inaudite e di sevizie senza senso, in cui venivano calpestati e derisi i più elementari diritti, in cui l’unica speranza era quella di una provvisoria e precaria sopravvivenza,  sono anche i ‘quaderni’ del dottor Lopriore – redatti, presumibilmente, sotto il controllo del comandante del campo di prigionia -, che, seppure corrosi, sono stati provvidenzialmente conservati dalla famiglia e risultano assai utili, dal momento che sappiamo bene quanto le fonti biografiche e private siano un modo, non dico di fare storia, ma almeno di integrarla, mostrando, rispetto alla retorica fascista, l’altra faccia della medaglia, quella dell’amara quotidianità.

I quaderni del dott. Lopriore sono, dunque, eloquenti ed interessanti, non solo perché, in generale, costituiscono l’ennesima voce di un coro dignitoso e solenne, ma anche perché da un lato forniscono una fedele ‘radiografia’ delle orrende condizioni sanitarie dei prigionieri,  dall’altro rappresentano, quando si pensi alle lettere che egli scambiava col padre Vincenzo, una  straordinaria testimonianza di come la solidità degli affetti costituisse, in quella irrimediabile sventura, un modo di tenersi ancorati alla vita e alla speranza di giorni migliori,  uno strumento indispensabile, cito, «per resistere allo sradicamento e alla solitudine, l’unico conforto in tanto sconforto».

Il volume, peraltro apprezzabile per la dovizia di foto e documenti, è corredato di una coinvolgente Appendice, nella quale, accanto alla relazione Palermo sull’inchiesta per la mancata difesa di Roma e sulla situazione politico-militare dell’Italia nel periodo che va dal 25 luglio all’8 settembre 1943, che vide traditi gli interessi dell’Italia, e accanto alla riproposta di un discorso che, subito dopo l’armistizio, Aldo Moro tenne a Radio Bari, dando voce all’anelito di libertà che animava le classi dirigenti emerse dalla dittatura, nell’auspicio di una patria «memore di sé» e attenta alla vita di tutti, spiccano un’ottima ricostruzione della storia del Quarto Deposito Carburanti di Monopoli e i medaglioni di alcuni monopolitani vittime dell’inferno che si erano trovati ad attraversare.

Di qui, dunque, le accurate biografie, che veniamo scoprendo con golosa avidità, di Giuseppe Avezzano Comes, che, pur non essendo un IMI, fu comunque imprigionato e perseguitato dai fascisti; di Edmondo de Micco; di Francesco Vadalà; e, soprattutto, di Vito Antonio  Marasciulo, di cui la Villani trascrive e riporta il diario, che illustra efficacemente le condizioni di vita e di lavoro dei sottufficiali italiani prigionieri dei tedeschi.

Le loro biografie esemplari possono e devono costituire, dunque, ancora oggi, un forte richiamo alla  consapevolezza civile, perché, per dirla con le parole di un altro internato, non vi siano più giorni in cui «alle albe non segue il sole e i tramonti sono senza rosso di speranza».

 

Prof. Domenico Cofano

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Comments 1

  1. Flora Villani says:
    5 anni ago

    Molto accorsata la serata del 5 novembre per la presentazione del volume contenente i documenti inediti che il dottor Lopriore portò a casa dopo la tristissima prigionia nei lager nazisti. Un libro che ho curato con umiltà e rispetto per le inaudite sofferenze di tanti nostri connazionali in quegli anni terribili di dolore e morte. Un libro da leggere. Per non dimenticare. Flora Villani

    Rispondi

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