Giordano Bruno, frate domenicano malinconico, fu bruciato vivo all’alba del 17 febbraio del 1600 in piazza Campo dei Fiori a Roma.
Il suo accusatore e inquisitore, il cardinale gesuita Roberto Bellarmino, attendeva invano che il filosofo nolano, preso inizialmente da momenti di sconforto e di esitazione, vacillasse o cedesse.
Non accettò.
Esattamente il contrario di quello che fece Galileo Galilei, appena qualche decennio dopo, salvando la propria vita.
«Tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla», disse Giordano Bruno ai suoi carnefici, prima di essere portato sul patibolo.
Era il suo “non mi piego”. Scalzo. La lingua nella mordacchia. Uno strumento orribile di tortura di origine rinascimentale, che possedeva una piastra, inserita all’interno della bocca del condannato e munita o di un uncino o di una punta di ferro. Questa premeva a fondo sulla lingua provocando gravissime ferite. Ogni piccolo movimento poteva essere fatale per l’incolumità del muscolo.
Aveva di fronte una folla assiepata. Tra loro c’era anche Caravaggio, il quale fu costretto ad assistere su ordine perentorio del Papa Clemente VIII, autentico protagonista di un’epoca turbolenta. Egli stesso accese il rogo.
In quel «campo maledetto», come fu definito da “La Civiltà Cattolica”, c’è la statua del filosofo, eretta nel 1889, con il contributo di Victor Hugo e Michail Bakunin.
Nella Chiesa del Gesù, invece, ce n’è un’altra. Quella di Bellarmino, scolpita dal Bernini.
Dopo più di quattro secoli nel mondo tutto è cambiato.
Passi da giganti ha fatto la Chiesa.
Ha avuto la capacità di aprirsi alla società e di accettare le conquiste della scienza, mantenendo saldo il suo dominio spirituale.
Su Giordano Bruno, «il più laido degli apostati», come ha affermato l’Osservatore romano, sembra essere cambiato molto poco.
Pio IX, durante la Repubblica romana, fece abbattere una prima statua.
Pio XI, mostrando tutta la sua durezza nei confronti del mondo laico, affermò: «Un vento di persecuzione e di lotta soffia da popoli e nazioni diverse contro la Chiesa e il suo Capo visibile, il Papa».
E subito dopo l’inaugurazione del monumento a Campo de’ Fiori, Leone XIII, inveì contro la statua di Giordano Bruno definendolo «monumento destinato a glorificare, presso i posteri, lo spirito di rivolta contro la Chiesa».
Ancor oggi, il cardinale resta al suo posto, santo e dottore della Chiesa, venerato dai cattolici. Giordano Bruno invece rimane lì, quasi un corpo estraneo nella città eterna con le sue centinaia di chiese.
Il filosofo Vito Mancuso su La Stampa del 17 febbraio scorso ha scritto un saggio sulle conseguenze di quel rogo.
Lo paghiamo ancora oggi: «L’Italia, a quel tempo centro della cultura umanistica e scientifica, iniziò l’involuzione che tutti conosciamo. La ricerca scientifica, che fino ad allora era in armonia con la fede e la spiritualità (Copernico, Galileo, Keplero, Newton, protagonisti della rivoluzione scientifica, erano credenti) prese a distaccarsi dalla religione e oggi gli scienziati sono in maggioranza atei. Lo stesso vale per la filosofia: i più grandi filosofi della modernità erano credenti, ovviamente ognuno a modo suo, si pensi a Cartesio, Pascal, Locke, Vico, Kant, Fichte, Schelling, Hegel, oggi invece i più condividono l’affermazione attribuita a Schopenhauer: “O si pensa o si crede”. E per quanto riguarda la spiritualità, ne è scaturita la situazione descritta così da Spinoza qualche decennio dopo il rogo di Bruno: “Per il volgo religione significa tributare sommo onore al clero”. Quel “clericalismo”, che oggi papa Francesco indica quale male maggiore della Chiesa, non scende dalla luna ma emerge come logica conseguenza della storia».
Mancuso fa anche un parallelo audace: «Io penso che la piaga purulenta della pedofilia del clero, che affligge la Chiesa in tutto il mondo, abbia molto a che fare con la dittatura intellettuale a cui essa sottopone i suoi membri, esercitando una repressione sulla mente che così non giunge a quella maggiore età simbolo dell’illuminismo descritta da Kant, e così rimane intimamente infantile, e ricerca proprio chi non è ancora adulto. Lo stesso dicasi delle omissioni di denunce alle autorità di polizia dei preti pedofili da parte dei rispettivi vescovi, preoccupati anzitutto di tutelare l’onore della Chiesa gerarchica».
E conclude con un singolare ragionamento: «Tra piazza San Pietro e Campo de’ Fiori ci sono meno di tre chilometri. Quando un Papa avrà compiuto quei tremila passi andando a omaggiare la memoria di un ex frate domenicano fatto bruciare vivo da uno dei suoi predecessori, allora forse nasceranno le condizioni per la spiritualità di cui il nostro tempo e soprattutto i nostri giovani hanno urgente bisogno».
Antonio Losito