Novantaquattro anni.
Sindaco di Nusco.
Già Presidente del Consiglio ai tempi di Gorbaciov.
Propose sulla scena politica i nomi di Romano Prodi e di Sergio Mattarella.
«Grande tristezza» per Sergio Mattarella.
Il Presidente della Repubblica ricorda la «dimensione cristiana», la «visione della politica» e l’impegno per il «rinnovamento» sulla scia di Aldo Moro. Anche la «visione internazionale» nei suoi rapporti con Gorbaciov, quando era Presidente del Consiglio.
«Sentito cordoglio» da Mario Draghi e dal segretario del Pd Enrico Letta.
Protagonista della storia d’Italia del secolo scorso.
Ciriaco De Mita fu tra i più influenti e i più importanti uomini politici degli anni ottanta.
Quelli che segnarono la fine dei sanguinosi anni di piombo, fino alla caduta, nel 1989, del Muro di Berlino.
Attualmente primo cittadino di Nusco, paesino dell’alta Irpinia, al secondo mandato.
Una elezione plebiscitaria.
Dopo la maturità classica, consegue la laurea in giurisprudenza alla Cattolica di Milano, grazie a una borsa di studio, accompagnata da tanti sacrifici da parte della sua umile famiglia. Padre sarto e madre casalinga.
Nel capoluogo lombardo i primi incontri decisivi e i suoi primi sodalizi di rilievo.
Diventa punto di riferimento di un gruppo di studenti del sud, con solidi riferimenti spirituali e pieni di passione civile. Amici inseparabili. Soprattutto Riccardo Misasi.
Fra gli incontri politici, Giovanni Marcora, fondatore della sinistra di Base, con Giovanni Galloni e Luigi Granelli.
Consulente presso l’ufficio legale Eni di Enrico Mattei, nel 1963 è eletto deputato della Democrazia cristiana.
Molti amici collaborano con lui. Nicola Mancino, Giuseppe Gargani, Salverino De Vito, Biagio Agnes, che poi diventerà presidente della Rai.
Con Arnaldo Forlani segretario, De Mita diventa suo vice.
Poi ministro dell’Industria, del Commercio Estero e del Mezzogiorno.
L’avvocato Gianni Agnelli lo definì in modo caricaturale, “intellettuale della Magna Grecia”, per la sua tipica inflessione dialettale.
Leader indiscusso della sinistra di Base viene eletto segretario della Dc nel 1982 con il sostegno di Amintore Fanfani e di Flaminio Piccoli. De Mita porta una ventata di novità, proponendo Romano Prodi alla guida dell’Iri e Sergio Mattarella, giurista e fratello di Piersanti, Presidente della regione assassinato in un agguato di mafia mai chiarito, a commissario della Dc in Sicilia.
La guida del governo fu lasciata ai socialisti di Bettino Craxi, suo rivale.
Nell’ottantotto arriva a Palazzo Chigi. È l’apoteosi della sua carriera.
Il Caf, l’accordo Craxi-Andreotti-Forlani, in pochi mesi fa decadere il doppio incarico di De Mita.
Il suo intento, legato alle riforme istituzionali, lo mette nel mirino delle Brigate Rosse, con l’assassinio di Roberto Ruffilli.
Lo stesso De Mita era stato al centro di una ipotesi di attentato. Subito sventato.
Nel frattempo stava per sopraggiungere “Manipulite”.
Un ciclone.
La diaspora della Dc e la nascita del Partito popolare italiano.
Il progetto ulivista di Prodi.
Un successivo periodo confuso e non pienamente lineare.
Fino alla elezione a sindaco del suo paese natale.







