Cosimo Aprile, 103 anni.
detto “Gèchènidde” commerciante di vestiti con negozio in piazza Manzoni.
IMMAGINI DEL 16 MAGGIO 2023
Il racconto della sua vita.
I vivi ricordi dall’infanzia alla vecchiaia.
Le umili origini e gli studi fino al primo anno di università.
Il corso di allievo ufficiale in Marina e l’avventura con i tedeschi.
La fuga e la clandestinità a Milano. Il ritorno avventuroso a Monopoli.
L’attività di negoziante di tessuti e poi di vestiti da uomo.
Il matrimonio, i figli e gli amici.
L’attività politica e commerciale.
Stili, comportamenti e segreti di lunga vita.
I genitori e la vita da ragazzo.
Sono nato il 19 maggio 1920.
I miei genitori avevano comprato agli inizi del ‘900 da un signore di campagna il locale a piano terra di piazza Manzoni 16, posto sotto le vecchie mura davanti alla Cattedrale (allora non esisteva ancora il portico, costruito negli anni ’60). Nel tempo costruirono alcuni vani per abitazione ai piani superiori.
All’inizio il locale era diviso in due parti.
Mio padre Angelo faceva il fruttivendolo nella prima parte antistante, mia madre Giuseppina Lovecchio vendeva articoli di merceria nella parte retrostante.
A seguito di un reclamo presentato al Comune da un esercente concorrente, Filippo Munno, fu chiusa l’attività.
Per regolarizzare la situazione fu preso in affitto un altro locale, quello in piazza Manzoni 12, di proprietà della signora Vasco, dove mio padre esercitava l’attività di fruttivendolo. Qui ogni giorno arrivavano i contadini e gli ortolani a consegnare frutta e verdura prodotta nei loro terreni.
Negli anni ’20-‘30, quelli della mia fanciullezza, durante il fascismo, la maggior parte delle famiglie, escluso quelle dei benestanti e dei professionisti, vivevano in una situazione di diffusa povertà, per cui si doveva molto “faticare” per “campare”.
Noi ragazzini ci vedevamo in piazza Manzoni e XX Settembre, allora con pavimento in terra battuta, dove esistevano i chioschi per la vendita delle cozze.

Qui facevamo i giochi: a stacce (pietre messe in piedi e abbattute dal lancio di altra pietra) i cenque piscke (cinque sassolini sparsi a terra e poi fatti passare con lancio sotto l’arco del pollice e dell’indice dell’altra mano) il cerchio, la ruota e altri.
Durante l’estate andavamo a fare il bagno a Portavecchia, dall’isolotto si facevano i tuffi. Parte della spiaggia era destinata allo stabilimento balneare dei fratelli Calderaro e attrezzato con tende e cabine coperte da teloni. Mio amico dei giochi era Ernesto Bregante, fratello della poetessa Carolina.
Gli studi nel tempo del fascismo.
Ho frequentato i cinque anni delle scuole elementari di S. Antonio di via Dieta, poi i tre di scuola complementare nella sede di via S. Domenico. In seguito andando al doposcuola presso il Circolo del maestro Stefanino Alò mi sono preparato per l’ammissione alle scuole di Magistrale di Bari, dove mi recavo con il treno, conseguendo il diploma dopo 3 anni.

In quegli anni noi giovani andavamo a fare il “sabato fascista”, con gare sportive ed esercitazioni militari davanti alla Caserma di S. Antonio e al Borgo.
A 4 anni eravamo in camicia nera con il nome di “figlio della lupa”, a 8 anni “balilla”, a 14 “avanguardista”.
A 19 anni mi iscrissi al primo anno di Università a Napoli, Facoltà di Lingue, studi poi interrotti per la chiamata alle armi.
Il servizio militare nella Marina.

Nonostante fosse in vigore l’esonero per gli universitari, nel 1940 fui chiamato infatti alla Leva Militare a Brindisi.
Ricordo la prima sigaretta “Milite” offerta dal governo e presa dallo spaccio. Alla prima fumata mi venne un giramento di testa. In seguito fino agli 85 anni ho fumato con estrema parsimonia, massimo 3-4 sigarette al giorno.
Da Roma arrivò un telegramma per il mio trasferimento da marinaio all’isola di Pantelleria.
D’accordo con il furiere riuscii a dichiararmi ammalato e non partii. Al posto mio ci andò un altro, un marinaio di Mola di Bari, che arrivato a Pantelleria, morì subito in un bombardamento. Lì avrei dovuto esserci io. Mi è rimasto sempre il rimorso, pensando a quel giovane morto al mio posto.
In seguito arrivò un decreto militare che consentiva agli allievi diplomati di poter partecipare al Corso Allievi della Regia Marina. Andai a Livorno per il colloquio orale e fui ammesso. Qui rimasi fino al 1942.
Incominciarono i bombardamenti da parte degli inglesi. Il governo ordinò, per il completamento del corso, il trasferimento in Jugoslavia, allora sotto il governo del comunista Tito, con il territorio istriano sotto il controllo dei fascisti e dei tedeschi.
Eravamo in 300 ed alloggiati in due alberghi, il Carmen e il Nettuno, con sede a Luka Krnica sulla costa dell’Istria vicino a Pola (oggi in Croazia).
La fuga dai tedeschi e la clandestinità.

Dopo appena 30 giorni di corso, è l’8 settembre 1943.
I tedeschi e i fascisti si ritirarono nell’Italia del nord, il sud venne liberato dagli Alleati americani e inglesi.
Dopo l’8 settembre i tedeschi, sentitisi traditi, si schierarono contro di noi.
Sul posto arrivarono 10 soldati tedeschi, fummo dichiarati tutti prigionieri e portati con il treno in una Caserma di Bersaglieri.
All’alba di un mattino, fummo svegliati, messi in fila incolonnati verso un vecchio treno.
Una volta saliti e messi nelle vetture malridotte, una trentina per gabbia, partimmo a passo d’uomo.
Insieme a me nel gruppo c’era un napoletano, si chiamava Gennaro, insieme pensammo di fuggire attraverso una grata, gli altri avevano paura a farlo.
Gennaro, aiutato a salire e appoggiato ad una tavola, riuscì a buttarsi giù dal treno cadendo su una scarpata in erba. Subito dopo lo seguii, cadendo a circa 30-40 metri di distanza. Giù ci chiamammo e ritrovati ci abbracciammo per essere fuggiti ed essere in buone condizioni.
Era ancora mattino presto, sentimmo il rintocco di una campana e andammo in quella direzione. Trovammo una chiesa nel paese di San Trovaso di Preganziol vicino a Treviso. Un prete stava celebrando la messa a un gruppo di fedeli, contadini della zona, prima di recarsi al lavoro. Ci sedemmo all’ultimo banco. Alla fine fummo accolti in sacrestia, dove raccontammo la storia di noi fuggiaschi.
Il prete ci invitò a cambiare subito gli abiti da soldati italiani per il pericolo dell’arrivo dei tedeschi.
Chiese alla perpetua di andare in giro nelle case vicine a trovare dei vestiti civili. Tornò con due pantaloni e due camicie usate che indossammo in fretta, coprendoci in qualche modo in quella giornata di caldo.
Ci dettero per colazione della polenta su una scodella a forma di “madia” e del latte in una brocca. Pur non conoscendoli come nostri cibi, per la fame, mangiammo subito tutto.
Il prete ci consegnò ad una famiglia di una vedova italiana, che ci ospitò per 3 giorni in un pagliaio.
Insieme a Gennaro pensammo, però, di andare via facendo l’autostop su una strada che conduceva a Bologna.
L’arrivo e i lavori a Milano.
Qui ci separammo. Gennaro andò verso La Spezia, dove aveva dei parenti, io a Milano, dove ricordavo abitasse un amico monopolitano, chiamato Nicola Biasi. in via Andrea Maffei 14 vicino a Porta Vittoria.
Giunto sul posto non lo trovai, quasi tutte le case erano vuote, da una signora ebbi la notizia che Nicola era sfollato a Seregno. Mi offrì anche 2 lire, che utilizzai in parte per pagare il biglietto della tranvia che mi portò a Seregno, dove incontrai Nicola, molto conosciuto in zona perché faceva il lavoro da tassista.
Rimasi in casa sua per circa 15 giorni, poi su sua indicazione, andai a trovare un altro monopolitano, Angelo Ostuni, che gestiva un negozio di merceria a Milano, vicino a via Maffei, dove vendeva spolette.
Un giorno del 1944, in merceria arrivò un giovane, un finanziere, Giuseppe Tempesta, di Andria passato con i partigiani. Diventammo amici e soci in affari per la vendita di prodotti di merceria nei mercati rionali.
Nei giri per paesi feci conoscenza a Como, dove andavamo a rifornirci di merce, di Camillo Petraglia, grossista di seteria, già capitano dei bersaglieri arrivato dall’Albania.
Mi regalò una pezza di stoffa nera di 30 metri, che dividemmo in tanti pezzi larghi da 2 metri. Con Tempesta andavamo a venderli nei mercati rionali, stando attenti all’arrivo dei tedeschi e delle forze dell’ordine per non essere scoperti.
Da Milano una volta riuscii ad inviare un messaggio a mia madre a Monopoli, tramite la Croce Rossa.
Il ritorno e il lavoro a Monopoli.
Nel 1945, su un autotreno partito da Bologna, nascosto tra le botti feci ritorno a Monopoli, facendomi scendere sulla strada vicino ai ponti.
All’arrivo a casa mi accolsero felici dopo tanto tempo.
Abbracciai il papà che faceva ancora il fruttivendolo in piazza, la mamma e le sorelle Giovanna, con una gamba offesa dalla nascita, Laura e Rosa, che gestivano la merceria, e gli zii Giacomo e Nardino.
Nei primi anni ’70, l’esattore comunale dei tributi, don Alfio, addetto al concordato delle tasse, pretese da mio padre il pagamento di una somma eccessiva per l’esercizio del negozio di fruttivendolo. Mio padre chiuse l’esercizio.
Il locale mi fu passato per l’attività commerciale per la vendita di tessuti da uomo.
Mia madre continuò ad esercitare l’attività di merceria, per la vendita di stoffa e tessuti.
Per approvvigionarsi della merce andava con il treno a Bari in via Sparano dal grossista Simone.
In quel tempo non esisteva ancora la vendita degli abiti confezionati, completi, si usava comprare i tessuti per cucirli. Quasi in tutte le case a farlo erano le sarte.
Quasi tutte le bambine, dopo il primo ciclo di studi delle elementari, andavano ad imparare il mestiere dalle “maestre”, donne esperte in taglio e cucito. Per le ragazze esisteva il detto: “Devi imparare a imbastire e a mettere il punto”. In particolare, per essere più brave, si chiedeva di imparare a mettere il “punto più lungo”.
Presso la casa di una di queste maestre, chiamata “zocchere belle” ci andava un gruppo di 10 allieve.
Con i tessuti acquistati in merceria, le sarte confezionavano i vestiti in casa, che servivano in occasione delle feste cittadine più importanti, quelle della Madonna della Madia e di S. Cosimo, e di quelle familiari, come matrimoni, comunioni e cresime. Era l’abito “buono” per le feste.
Iniziai l’attività di vendita di tessuti. Comprai un bancone e un metro.
Un finanziere mi consigliò di richiedere la licenza per la vendita di tessuti per uomo.
L’attività politica.

Conobbi Giuseppe Guarnieri, sergente maggiore, marito della signora Botte Ambrogia (detta Gina), oggi vedova Guarnieri, mi portò nel PSI guidato da Franchino Annese, professore e grande oratore, e dal segretario Intano, venditore di biciclette al borgo.
Alle elezioni comunali del 27 maggio 1956 fui eletto consigliere con 322 voti, durante la legislatura in cui a Monopoli si formò l’amministrazione di centro sinistra DC-PSDI, con appoggio esterno del PSI, guidata dal sindaco Angelo Sorino. Ad aprire ai socialisti fu Enrico Alba, segretario della DC.
Fu, in Italia, tra i primi governi locali di centro sinistra, seguendo l’esempio di Venezia, dove era patriarca il futuro papa Giovanni XXIII.
Il matrimonio, la festa e il viaggio di nozze.
Sollecitato da Guarnieri che mi diceva “Guagliò sposati”, mi sposai a 46 anni, in ritardo perché impegnato a seguire l’attività della merceria gestita da mia mamma e dalle sorelle.
Mia moglie Rosa la conobbi a Bari in un negozio dove acquistavo la merce. La prima volta mi colpì il viso, l’eleganza innata, il portamento. Era stupenda come una star del cinema. Pensavo sempre a lei. Tornai diverse volte. Il commesso, che era suo famigliare, mi disse che avrebbe parlato con la ragazza e mi avrebbe fissato un appuntamento nei giardini di piazza Umberto, davanti all’Università.
A casa detti la notizia a mio padre, dicendo che avevo trovato la ragazza da sposare ma che non aveva niente. Mio padre mi disse: “chi porta consuma, chi non porta acquista”. Mia moglie 31 anni, faceva la commessa in un negozio di merceria sotto casa sua in fondo a via Napoli.
Riuscii a convincere le mie sorelle, dapprima molto scettiche. Portai mio padre a fare la riconoscenza con la mamma di Rosa, che era vedova di un noto scalpellino di Bari. Dopo sei mesi di fidanzamento ci sposammo il 12 settembre 1966 nella Basilica di S. Nicola di Bari, con pochi parenti, una cinquantina.

La festa del matrimonio si tenne in un locale a Palese, dove insieme al nostro si festeggiava per un altro matrimonio. Per caso passò da quelle parti Tonino Pisani, un amico monopolitano, che al pianoforte, con la sua voce e le sue canzoni allietò la festa dei due matrimoni.

Per la “prima notte da sposi” un cameriere mi dette l’indirizzo di un albergo a Pugnochiuso, dove arrivammo con mia moglie a bordo della nostra Fiat 1100, passando per strade dissestate e senza incontrare nessuno.
Ad un certo punto vidi una capanna con lume acceso, i contadini che vi abitavano mi indicarono la direzione per Pugnochiuso. Arrivammo, il guardiano notturno ci disse che non c’erano posti. Con una mancia di 5 lire ci fece accomodare su due poltrone. Con la mia sposa la prima notte andò in “bianco”.
Proseguimmo in auto il nostro viaggio fino a Milano, dove fummo ospitati in casa di un altro monopolitano chiamato anche Ostuni. Ci fermammo per 10 giorni.
A Monopoli erano preoccupati per il ritardo nel ritorno. Mio padre assicurò: Non si vuole ritirare, quando finirà i soldi arriverà”.
L’attività di commerciante di vestiti da uomo e i figli.
Venimmo ad abitare a Monopoli in un appartamento preso in fitto sopra la Banca Nazionale dell’Agricoltura.
Nacque il primo bambino nel 1967, ma era anencefalico. L’amico Dino Raimondi, fratello di Franca, mi consigliò di andare a Roma per una operazione al cranio molto difficile. “1 su 100 ce la fa”. Morì dopo sei mesi.
Poi arrivarono gli altri figli che mi accompagnano ancora nella vita: Pina nel 1968, Angela nel 1970, Angelo nel 1975.
Al ritorno a Monopoli iniziai l’attività di negoziante di tessuti nel locale in piazza Manzoni di proprietà della signora Vasco. Solo tessuti, poi nei primi anni ’70 incominciai a vendere vestiti confezionati da uomo dei marchi Lebole, Marzotto e Facis.
La ditta Marzotto mi regalò dei pannelli per esposizione esterna. Gli affari andavano bene. Mi collaborava mia moglie Rosa, poi le mie figlie diventate ragazzine, e Franco Lillo, dipendente.
Per la moda giovani acquistavamo i vestiti dal grossista Simone in via Sparano, che si riforniva dalla ditta Contegiacomo di Putignano.
Gli abiti erano in tessuti naturali, non sintetici, con garanzia per tre generazioni.
Ricordo che gli abiti si vendevano per un valore di circa il 60 % anche a cambiali, chiamate “farfalle”.
Avevo però una clientela sana che manteneva gli impegni di pagamento. Una percentuale, non proprio poca, non ha più pagato, ma mio padre, da gran signore, non ha chiesto mai nulla.
Negli anni gli abiti confezionati di marca venivano scelti sulla base delle mode del tempo, pubblicizzate dalla TV.
In seguito, a metterci in ginocchio sul piano commerciale, furono gli ambulanti, che giravano portando sul braccio cravatte e cinture acquistate dai cinesi. Dalla stessa Cina arrivarono poi i grossisti che dal centro commerciale di Casamassima distribuivano i vestiti sintetici, copiati dai grandi marchi internazionali.
Collaborai negli anni ’80 con l’assessore Luigi Esposito nella costituzione della Cooperativa COECO dei Commerciati, che dette la possibilità a 56 famiglie di costruire in via Procaccia- via Bellini, nel comprensorio per l’edilizia convenzionata, la propria casa a prezzi accettabili e con tipologia edilizia ed architettonica di buon pregio.
Dopo il lavoro mi concedevo qualche svago. Su raccomandazione di Giuseppe Pirrelli degli Oleifici, riuscii ad entrare nel Circolo Italia, quello dei Galantuomini al palazzo del Settimo Cielo, dove giocavo e vincevo sempre a biliardo con l’amico Giuseppe Mastronardi, farmacista che chiamavamo “lo spelato”.
Valori, comportamenti e stili di vita.
Nella mia vita, escluso i primi anni di gioventù, ho seguito questi comportamenti:
Non strafare in tutti i sensi, in nessuna attività di lavoro o di divertimento, essere altruista e mantenere buone relazioni con tutti, mantenersi esili e magri, mangiare poco e cibi semplici (al mattino colazione con latte, caffè e biscotti, pranzo un giorno la pasta, l’altro la verdura, mezzo bicchiere di vino, pastina con brodo di verdura a sera), non fumare, avere fede da cattolico con il cuore e non con i gesti.
Ancora oggi mi ricordo di una signora chiamata “Cosimetta”, che mi viene a salutare e a ringraziare: Oggi ricevo la pensione grazie al tuo consiglio di mettermi a posto con la licenza di commercio (allora facevo parte della Commissione Commercio) e di versare i contributi all’Inps.
Un segreto importante, forse, è quello di tenere sempre allenata e viva la memoria. Ancora oggi ogni giorno leggo la Gazzetta del Mezzogiorno e la Gazzetta dello Sport.
ALTRE IMMAGINI DEL PASSATO
Ogni mattina il nostro Cosimo, verso le 9, sempre elegante, sereno e sorridente, accompagnato dal figlio Angelo, raggiunge il suo negozio in piazza Manzoni, all’ingresso del Portico della Cattedrale.
Legge le notizie dai giornali, saluta i numerosi amici che lo vanno a trovare, racconta della sua vita, commenta i fatti del giorno e aiuta ancora a dare consigli sugli acquisti delle stoffe da donna e dell’abbigliamento da uomo.
Questa intervista è stata rilasciata con grande lucidità nel suo negozio, in più giorni, nel giugno 2022, qualche giorno dopo i suoi 102 anni.

Articolo a cura di Stefano Carbonara,
scrittore ed editore di Monopoli Tre Rose
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CON LA FAMIGLIA
CERIMONIA PER I 100 ANNI















































Buongiorno professor Carbonara, ho letto la storia della vita del signor Cosimo Aprile, complimenti per il bel lavoro svolto; ci sarebbe però da fare una correzione: mia madre (moglie di Giuseppe Guarnieri) non si chiama Laura, si chiama invece Botte Ambrogia (detta Gina) vedova Guarnieri. Ci sarebbe da correggere sia dove si parla dell’attività politica e sia in corrispondenza della foto dove siamo io e mia madre.
Cordiali saluti
Francesco Guarnieri
Grazie signor Francesco Guarnieri, ho apportato la modifica richiesta.