“IL DURO VARCO”
Raccolta di poesie di Scipione Navach
Ed. Schena-Nov.2020
Noterelle dell’autore.

Ho usato il termine “varco”, rifacendomi alla nota poesia di Eugenio Montale “La casa dei doganieri”, ma con ben altra valenza di significato.
Mentre per M. la luce della petroliera, rappresenta un richiamo, un ponte di passaggio dallo stato attuale ai tempi in cui s’incontrava con Lei, ed in genere, dalla vita alla morte, dalla realtà al mistero, ben altro, per noi ed i nostri discendenti, che abitiamo il presente, potrebbe essere il pericoloso varco, che ci attende e che dovremmo superare.
E’ già in atto la pandemia, ma questo pericolo, forse un po’ si scolora, al pensiero della non molto lontana catastrofe del nostro pianeta, della specie umana e di tutto ciò che di bello e di grande l’uomo ha potuto e saputo produrre, durante il suo transito per la crosta terrestre.
Della nostra millenaria presenza e delle nostre varie attività sul pianeta Terra, cosa mai potranno saperne noi, per primi, se ancora ci saremo, dopo miliardi di anni, o gli alieni di pianeti sconosciuti?
A questo pericolo, già per se stesso terrificante, ultimamente un altro, che dopo le tristi, disumane esperienze già fatte e passate alla storia, sembrava sparito, se n’è aggiunto: una guerra assurda e pretestuosa tra due vecchi nemici, con minacce di polverizzazioni, molto più sbrigative e globali per tutti e per tutto. Tutto ciò s’intende con quel pesante aggettivo: Duro.
Questo il punto di partenza: nella natura umana c’è una forza, si sa, che purtroppo non si può smontare e sopprimere con le solite armi della Ragione, che, invece di chiarire, risolvere, a beneficio di tutti, si pone al servizio di questa forza primordiale, rendendola più durevole nel tempo e più sofisticata e pericolosa: l’Istinto.
Senza ombra di dubbio, è questo Istinto che ha creato il Capitalismo.
Che non è un termine astratto, filosofico, coniato da un certo filosofo tedesco, ma è un cancro reale, che si è creato da sé e che più si accresce e più tende ad accrescersi; esso non conosce altra religione, altro ideale che quello del denaro.
Non fa distinzioni tra i suoi alleati, che non considera suoi simili, ma suoi servitori, di cui si avvale spudoratamente, sino a quando non si accorge che non eseguono più i suoi voleri.
Dante, che chiamava “avarizia”, questo smodato desiderio di ricchezza e identificandolo simbolicamente nella Lupa, diceva di questa: “Molti sono gli animali a cui si ammoglia”: e sognava l’estinzione di questa bestia.
Se il capitalismo rispetta i suoi alleati, che gli fanno comodo, fino ad un certo punto, immaginiamoci quanto debba rispettare il resto degli uomini, che considera una massa anonima di servi, consumatori dei prodotti delle sue industrie, degli ominidi da far marcire, quanto più possibile, nell’ignoranza, da usare come palle da cannone nelle guerre, o meglio, come strumenti di affari economici, prodotti da programmate guerre.
Nessuno che abbia un minimo di coscienza, potrebbe mai spiegarsi come fanno questi autentici vampiri a autodefinirsi cristiani sotto la protezione del “Dio del Bene”.
Chi volesse farsi un’idea dello spessore di questa specie di pietà crist-americana, acerrima nemica del terrorismo, si legga questa pagina di C.L. Mowat:
“Alla notizia della bomba americana su Hiroshima, il Presidente Truman esclamò esultante:” E’ questo il più grande avvenimento della storia!”( In tutto compresa Nagasaki 210.000 morti e 150.000 feriti!!)
Uno dei più alti ufficiali interessati alla gloriosa operazione, dal nome secretato, aggiunse: “Era importante che la bomba atomica fosse un successo. Si era speso tanto per costruirla. Tutte le persone interessate provarono un sollievo enorme, quando la bomba fu finita e sganciata” (St. del Mondo Mod.- Cambridge Univ.Press – pag.959 Garzanti). Dunque: sempre questione di business.
A questo altissimo senso degli affari, questa cultura d’oltre-oceano ha sempre associato. però un grande spirito del dovere, accoppiato a molto edonismo.
Un grande orgoglio di appartenenza allo Stato ed una grande severità nella difesa della democrazia, (anche se ad uso interno!), una grande fermezza nell’applicazione delle leggi anche in materia fiscale.
La sopravvivente pena di morte, in alcuni Stati, può considerarsi un solo aspetto, anche se deprecabile, di questa severità. Ma, magari avessimo importato tutto ciò che questa cultura “alleata”, molto affine, nel suo imperialismo, all’antica civiltà romana, ha prodotto di buono e di serio nel tempo!
Abbiamo mutuato, accanto a quello economico e commerciale solo ciò che faceva comodo alla nostra fiacchezza morale, al nostro tirare a campare.
Oggi la nostra situazione, che forse i poeti soffrono un tantino più drammaticamente degli altri, è posta, più o meno, in questi termini: debitori di un’Europa, cui non sono eccessivamente simpatiche la nostre future ministre, “figlie della Lupa”; legati e sottomessi alla NATO (con tutte le sue numerose e pericolose occasioni di guerra), da un patto di amicizia e di riconoscenza illimitata; esposti alle minacce di Putin, un po’ a causa delle altrui basi militari, note ed ignote, disseminate nel nostro paese, un po’ con gli aiuti sconsiderati a Volodymyr Zelensky; esposti ai pericoli del vecchio Covid 19, con tutte le sue continue, sempre ignote evoluzioni, nonché alle continue disastrose vicende del nostro pianeta, ditemi: l’unica cosa sensata e proficua, che si potrebbe fare, non sarebbe forse quella del rimanere stretti, uniti nell’affrontare siffatti pericoli?
Facciamo esattamente, colpevolmente il contrario.
La lotta fratricida tra le vecchie ideologie si è spostata da tempo a quella individuale. Spazi infiniti sottratti all’effettivo governo del paese, dedicati totalmente a duelli ingiuriosi, con vergognose cadute di stile.
Se non sono elezioni, sono continui comizi elettorali. Di fronte a siffatti scempi, cosa può rimanere? La preghiera o, se vi è gradita, la poesia.
Su questa voglio far mie alcune considerazioni di J.L. Borges, che vede, fortunato lui, la poesia sempre in agguato dietro l’angolo e la lettura, come, si potrebbe dire, Gesù di fronte a Lazzaro.
Borges afferma che un libro è un oggetto fisico in un mondo di oggetti fisici.
E’ un insieme di simboli morti. Poi arriva il buon lettore e le parole – o meglio la poesia, che sta dietro le parole … tornano in vita.”
La mia “raccolta” vuol essere un ripudio delle tristi conseguenze della civiltà capitalistica, che mentre ha chiamato a raccolta tutti i suoi confederati, creatori di diseguaglianze abissali nel mondo, ha anche sedotto tutte le vittime di queste diseguaglianze, col miraggio di un benessere globale, per cui la ricchezza, a parole, non sbatte le porte in faccia a nessuno.
In questa folle corsa, anzi in questa lotta, fondata sull’ipocrisia delle apparenze e sulla prevaricazione, non c’è un posticino per l’amore, che è rimasto l’unico mezzo, per ripristinare quella coesione indispensabile, per la sopravvivenza, di fronte a tutte le varie minacce presenti.
Le varie parti, in cui si suddivide la mia raccolta, dovrebbero sottolineare come fonti di poesia affratellante, possono essere il ricordo,
Madre Natura, la bellezza seduttrice, che è nelle cose, che è fonte di vita, un impegno solidale contro ogni forma d’ingiustizia e di diseguaglianza e, infine, un certo tipo di cultura, affidato ad una Scuola capace di convincere che tutti i mali del mondo, che ci affliggono, sono il risultato del cieco egoismo di chi non ha ancora capito, che tutte le conseguenze del suo modo di pensare e di agire, ricadono anche e soprattutto su chi le ha prodotte.
Nota di Lella Leoci

Scipione Navach, nel suo libro “Il Duro Varco”, ci parla del senso della poesia oggi, in un mondo ove prevale il culto delle immagini sul pensiero e sulle considerazioni.
Il cuore dei giovani è attratto dall’edonismo, dalla ricchezza, dall’apparire.
Li abbiamo educati all’individualismo, all’uso ossessivo del cellullare. nell’illusione di sfuggire alla solitudine e di poter “navigare” nel mondo, di incontrare mille amici da “frequentare”, in tutte le ore del giorno e della notte.
Ma si tratta di una realtà virtuale, che ha affascinato anche noi adulti, di un mondo non reale, ove le amicizie si riducono a distratti SMS e al numero dei “mi piace”. La logica perversa del mercato, del prodotto da vendere su cui si regge il Capitalismo, ci ha invaso e pervaso.
Accanto al culto dell’immagine, si assiste ad un altro fenomeno tipico del nostro tempo:
l’idiosincrasia alla lettura e, di contro, una crescente grafofilia.
Tutti scrivono o vorrebbero. Molti hanno un libro nel cassetto. Un romanzo, preferibilmente un giallo. La poesia è più negletta, perché a lei bisogna accostarsi con maggior riserbo, con educazione e, soprattutto, con FATICA!
La poesia è una vecchia Nobile Signora, che viene da lontano e procede in salita e controvento, che disdegna il denaro e l’uomo ridotto alla sola dimensione economica. Puro detersivo dell’anima, la definisce Scipione, unica possibilità di salvezza della Bellezza e dei valori umani e morali dal vero nemico del mondo, il Capitalismo, che tutto assoggetta e subordina alla cieca logica del mercato.
In questo oceano tempestoso e avverso, oggi, come non mai, il poeta e la poesia dovranno cercare IL DURO VARCO per uscire “a rivedere le stelle”.
Nota di Ottavio Moretti

Domenica 25 settembre 2022, presso il Museo Diocesano di Monopoli, la professoressa Lella Leoci ha presentato l’ultima raccolta di poesie del prof. Scipione Navach, contenute nel libro “Il Duro Varco”.
Ricordi, sensazioni, emozioni vissute nel corso di una lunga vita vissuta intensamente per la cultura e l’amore per la letteratura. In un mondo in cui l’immagine, il mettersi in mostra, in vetrina, l’uso massivo dei social, pare siano diventati l’unico modo per affermare la propria esistenza, per dire ci sono anch’io, la poesia sembra ormai relegata ad una cerchia ristretta di persone che vivono di sentimenti profondi e non certo di emozioni effimere, che durano un battito di ciglia o di ali di farfalla.
E’ un forte richiamo soprattutto ai giovani che si lasciano travolgere dalle mode del momento. Uno sprone al risveglio dei sentimenti addormentati nei recessi del cuore.
Alla poesia si preferisce la prosa, la lettura di un romanzo, che può anche essere più coinvolgente, ma non contribuisce a stimolare i sentimenti.
Dedicarsi alla lettura attenta della poesia, predisponendosi con animo aperto e con adeguata preparazione, è come spargere sementi di fiori profumati nel proprio cuore.
L’uomo è un agglomerato di atomi, di cellule tenute insieme dall’amore di coloro che gli hanno dato vita. E così è la poesia, ovvero un aggregato di parole sapientemente accostate per scatenare emozioni e soprattutto indurre a riflettere.
L’autore si rivolge agli intervenuti, facendo leva appunto sui sentimenti che non debbono essere secondari alla ragione.
Solo l’amore tra i popoli potrà salvarci dalla regressione, dall’abbrutimento, dalla barbarie.
Il professore fa una esplicita allusione alla scioccante immagine del corpo sulla battigia del bimbo siriano dal nome di Aylan, annegato nelle acque antistanti Bodrum, in Turchia.
Quella maglietta rossa rimarrà impressa nella nostra coscienza per tutta la vita.
E’ la triste storia che accomuna milioni di profughi che tentano di sfuggire con ogni mezzo alle centinaia di conflitti attualmente in atto nel mondo.

Nel corso della presentazione sono state lette 8 delle poesie contenute nel libro del prof. Navach, magistralmente recitate dalle signore Paola Girolami e Marisa Clori, intervallate da stacchi musicali di Maria Lerario e dagli interventi, anche provocatori, di Lella Leoci.
Non sono mancati, da parte del prof. Navach, riferimenti letterari a Carducci, Leopardi, Pascoli, Leonardo Da Vinci, ai filosofi del passato e naturalmente al sommo Dante Alighieri.
In definitiva l’autore, attraverso la lettura della poesia, intende ingentilire l’animo umano per consentire ai sentimenti di “”varcare”” la soglia del cuore e farli prevalere sulla ragione.
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