Storia della Piazza Garibaldi, Porto e Dintorni.

Sono trascorsi oltre dieci secoli ormai da quando quella che oggi è piazza Garibaldi era porto di mare.

In seguito a lotte tra Bizantini e Normanni questi ultimi nel 1049, accecarono l’accesso al porto canale per impedire alle navi bizantine di accedervi.
Con lo scorrere dei secoli poi, quello che era stato mare venne colmato divenendo piazza.
Nei vari secoli trascorsi molti popoli hanno calpestato quella piazza.
Con la pace di Cambray del febbraio del 1530, Monopoli che era dominata dai veneziani, venne consegnata all’Imperatore spagnolo Carlo V.
Nel 1561 il figlio dell’imperatore Filippo, fece costruire nella piazza una caserma a ridosso delle mura e dell’antica chiesa di S. Clemente, per ospitare 300 suoi soldati.
Dello stesso periodo sono: la torre Civica con in cima la campana, l’orologio, lo stemma della città, la colonna infame e la vecchia Dogana.
La colonna infame doveva servire a mettere alla gogna: ladri, truffatori, debitori e adultere.
La pena inflitta consisteva nell’esporre in luogo pubblico i condannati rendendo nota la loro colpa con un bando.
L’edificio a nord-est della piazza, dal 1307 al 1331, fu sede del Governatore e comprendeva tribunale e carceri (via Cavaliere un tempo detta via del criminale).
Nel 1400 fu sede dell’Università (Comune) restaurato nel 1563 ove fu posta la Meridiana.

A sud-est della piazza, nei pressi della porta del porto venne costruita un’altra torre per l’avvistamento di eventuali malintenzionati legni barbareschi; specialmente turchi.
Sul lato nord-ovest venne edificata una scuola e una chiesa per i padri della compagnia di Gesù (Gesuiti 1616), proprio di fronte alle chiese di S.Giuseppe dei falegnami (1612) e di Santa Maria degli Amalfitani (1179).
La Platea Pubblica (piazza) per la vicinanza al porto era il cuore della città dove si svolgevano i commerci.
Erano nella piazza diversi uffici notarili e botteghe di vario genere.
Il Comune di Monopoli era nella piazza quando nel 1825 l’Arch. Sorino trasformò il piano terreno del quartiere dei soldati spagnoli in piazza coperta.
Nel 1841 sopra la piazza coperta venne realizzato il teatro Prospero Rendella.Qui i signori della città tutti agghindati giungevano con le loro carrozze mentre la plebe li osservava indispettiti.

Nei primi anni del 1900 il concittadino Francesco Todisco, alias “Ciccílle Venèzie” aprì una caffetteria denominandola “Caffè Venezia” con sulle porte una lunga insegna con lettere scolpite dorate (luogo che nel 1400 era porticato).
Nella piazza c’erano diverse botteghe e osterie dove molti uomini s’intrattenevano mangiando sarde, vope (boghe) fritte e tracannando vino leccese a volontà.
Le ultime osterie sono state quelle “du Cèrve” (del cervo) e quella “du carbenìre” (del carabiniere) che aveva un paio di baffi a manubrio. Nelle vicinanze di fronte alla chiesa di San Giuseppe, (1612) c’era: “â candìne dâ chièchiâdde” (l’osteria della ciarlona), non molto distante da questa era quella “d’â fìchè sècche” (del fico secco).
Una “pettéche” (bottega) di generi alimentari era quella “d’u ‘Ndrécche”, che vendeva “paste a curâlle i mènzezìte” (pasta corta a tubetti e mezze zite).
C’erano le botteghe di frutta e verdura di “Polidde” (Paolino),”Ciuffelőne” (Ciuffolone) e “Necóle Grasse” (Nicola Grassi) che vendevano anche “fìche secchéte, i pèténe a zzòcchere allêsséte” (fichi secchi e patate dolci lessate).
C’erano nella piazza: “do vuccerê’ ” (due macellerie), “u rosse” (il rosso) che vendeva “i nucèdde” (le nocciole) di fianco alla colonna infame, mentre subito nei pressi c’era “u pettechìne dâ cechéte” (la tabaccheria dell’accecata) e “Bèdde bèdde” (bello bello) che vendeva le cozze presso l’arco del porto.

Puntualmente, tutti i giorni si affacciava nella piazza “Savenidde” (Savinello) con una trombetta a corno per “purtè u bbènne” (Banditore), annunciando ad alta voce che alla macelleria “d’i trà ssènde” (dei tre santi), si stava vendendo carne a buon mercato “dê ‘nu vutidde” (di un vitellino) morto di morte naturale, (murtaccìne) e che alla strada Castelfidardo la fruttivendola Lallâdde, stava vendendo ” ‘nzâléte i cetrùne frèscke” (insalata e cetrioli freschi) a buon prezzo.
Durante il periodo fascista al centro della piazza venne costruita una bella fontana che durante la seconda guerra mondiale, “ammeneve a piscèrèdde” (che dai rubinetti, sgorgava appena un esile filo d’acqua). Per riempire una “quartére” (recipiente di latta zincata), bisognava attendere il proprio turno ore ed ore. Il più delle volte a causa di qualche furbetto prepotente, si accendevano zuffe. Quelli erano anche i tempi quando quel povero “Coline” (Nicolino), trasportava l’acqua a molti abitanti del centro storico, su un carrettino con le ruote di cuscinetti a sfera per ricavare poche lire a “quartére”.
Nel 1943 subito dopo l’armistizio, durante lo stazionamento nella nostra città delle truppe alleate nella piazza si verificò un attentato dinamitardo ai danni di due commilitoni britannici o polacchi ubriachi.
Due soldati nel Caffè Venezia, dopo aver alzato abbondantemente il gomito armati di pistole intimarono ai presenti di abbandonare il locale.
Tra gli avventori ci furono alcuni pescatori che reagirono e di conseguenza i militari esplosero alcuni colpi di pistola in aria. Si racconta che un proiettile stranamente andò a conficcarsi nel quadro della Madonna della Madia che era appeso alla parete.
Questo fatto fece precipitare le cose a tal punto da armare la mano di un pescatore “bombarolo” che era stato malmenato nel locale.
L’uomo appostatosi in una stradina che si affacciava sulla piazza (forse via Porto) attese l’uscita dei due “pistoleri” che barcollanti, brandendo ancora le armi si stavano dirigendo a braccetto verso via Garibaldi.
Il pescatore lanciò improvvisamente una bomba carta che esplose tra le gambe dei due militari ferendone mortalmente uno. La MP (Military Police) inglese setacciò tutte le labirintiche “strettelècchie” (stradine) del centro storico senza trovare il colpevole.
Ancora oggi a distanza di settantanove anni, l’attentatore è rimasto ignoto. In quella piazza, anche “Piripicchio” noto macchiettista girovago pugliese dell’epoca, si è esibito recitando macchiette e barzellette per allietare la povera gente che nonostante la nera miseria del dopoguerra lanciava nella sua bombetta alla Charlot qualche centesimo.
Oggidì tutto questo non c’è più; il teatro è stato adibito a luogo di lettura (Biblioteca dal 1958) e la chiesa dei Gesuiti a ristorante. Non ci sono più: le botteghe dei fruttivendoli: Polidde, Ciuffelőne, Necóle Grasse, le macellerie, gli alimentari e tanti altri vecchi negozi.
Di quel tempo sono rimaste: la fontana, il Caffè Venezia e forse la Dogana.
Ora dopo che sono trascorsi tanti secoli, sono arrivate ancora tante razze, armate questa volta di cucchiai, forchette e coltelli.
Chissà quanti bastimenti barche e marinai ha visto la piazza Garibaldi quando era mare.
Ora che quei tempi non ci sono più, Dio solo sa quante altre storie la piazza in avvenire vedrà.
Fonti:
– La Tavola Peutingeriana, IV sec.
– L. Cirullo, La Selva d’Oro, 1640, A.U.D., Monopoli
– L. Finamore Pepe, Monopoli e la Monarchia delle Puglie, 1779.
– G. Indelli, Istoria di Monopoli, 1779.
– G.Bellifemine, Forma Urbis, in Monopoli nell’età del Rinascimento.
– V. Saponaro, I miei ricordi.








