
La vita esemplare della madre dello statista.
Maestra elementare, infanzia difficile, un marito assente e cinque figli fra Calabria e Puglia nella prima metà del novecento.
«Si dice che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna. E in genere si pensa alle mogli, ma bisognerebbe pensare talvolta anche alle madri».
È l’argomento centrale e il filo conduttore del libro “Storia di una maestra del Sud che fu la madre di Aldo Moro”, edizione Bompiani 2023. Curato da Renato Moro, figlio di Alfredo Carlo, fratello minore dello statista. Rende omaggio alla sua nonna paterna, Fida Stinchi, una personalità determinante, anche se in ombra, della formazione di Aldo Moro. Deceduta in giovane età senza avere la possibilità di vedere il suo secondogenito avviato a diventare l’uomo politico più importante del secolo scorso, conosciuto e amato da tutti.
Nata a Cosenza, Fida bambina visse anni difficili, contrassegnati dalla separazione dei genitori. Una «triste tragedia familiare», come lei stessa la definì, ma che ebbe un risvolto positivo, perché corroborò in lei quel desiderio di garantire ai figli un solido legame, che a lei era mancato.
Con Renato, suo marito, non ebbe un rapporto facile. Né da fidanzata, né da madre e moglie. Nel 1902, a soli 23 anni, era già insegnante elementare di ruolo. Aveva bruciato tutte le tappe, risultando prima al relativo concorso. Subito dopo l’abilitazione all’insegnamento, fu anche collaboratrice del giornale “La Cronaca di Calabria”. Per lei fu un impegno sociale. Molto brava e brillante nelle conferenze. Le sue erano parole accurate e i suoi pensieri audaci e intelligenti. Democratizzazione della società, la scuola e i valori a essa connessi.
Nel 1910 conobbe Renato, ispettore scolastico, arrivato a Cassano allo Ionio in Calabria. Proveniva da Ugento, paese del Salento. Ebbero la possibilità e l’occasione di approfondire il loro rapporto, soprattutto per una comune sensibilità per l’accesso all’istruzione nelle aree più povere del Sud. Da subito, però, venne fuori un problema: «La questione del fidanzamento dell’ispettore con una maestra poteva essere risolta solo in due modi: o accettando di comunicare ufficialmente la notizia avviandosi al matrimonio, come desiderava Fida, oppure tenendo tutto riservato in attesa di tempi migliori, come proponeva Renato». Quest’ultimo evidenziava problemi familiari da risolvere. Fida aveva 31 anni e 34 Renato.
Notevoli erano i problemi di lavoro dovuti anche al trasferimento di lui in altre località. Il tutto accompagnato anche dalla mancata determinazione al matrimonio da parte di Renato. Si notavano aspetti di incomunicabilità, che per Fida erano motivo di dubbio circa le sue vere intenzioni. Nei momenti felici si vagheggiava su un futuro insieme e lei lo abbinava sempre alla sua passione per il lavoro: «Se vedessi che conforto mi dà questo conversare intimo, materno, affettuoso con questi fanciulli: nessuna compagnia oltre la tua mi è cara quanto loro». Mai avrebbe rinunciato a insegnare: «E vorresti togliermi dalla scuola? E che farei quando non ci sei se non piangere e piangere?».
Il 17 febbraio 1914, Fida e Renato finalmente si sposarono a Cosenza e, dopo la nascita di Alberto, si stabilirono a Maglie, nel leccese. La venuta al mondo del secondogenito Aldo, indurrà Fida a dedicarsi per intero alla famiglia e alla cura dei figli. Lei si era sempre battuta per il riscatto della condizione femminile, ma si piegò al suo destino in nome di un bene più grande. Si offrì a Dio. In seguito, in pochi anni arrivano Salvatore, Maria Rosaria e Alfredo Carlo. Renato continuava ad andare in giro per lavoro. Più volte la famiglia lo seguì nelle varie sedi a lui assegnate: Potenza, Taranto, dove Aldo Moro si diplomò e, infine, Bari, dove si laureò.
Nel giorno del venticinquesimo di matrimonio Renato era al ministero, non a casa. Fida gli scrisse. Ricordò i «doveri » e i «sacrifizi» compiuti, ma ringraziando Dio, perché «l’anima si è mantenuta in alto». E confidava: «Quando» i figli «fossero tutti a posto», «potremmo tornare al principio della nostra vita d’amore, ridiventare giovani di spirito e godere il riposo». Purtroppo una brutta trombosi, da cui era stata già in precedenza colpita, si riacutizzò e in pochi giorni la condusse alla morte a soli 59 anni. Quello stesso anno Aldo Moro divenne presidente nazionale della Fuci e si laureò. La sua tesi sulla «capacità giuridica penale», pubblicata, fu il suo primo libro, che dedicò alla «sacra memoria» della mamma scomparsa da poco.
Aldo Moro, finita la guerra, porterà con sé moltissimo della madre. Innanzitutto la fede, che gli aveva inculcato. Il padre era laico e agnostico. Fida aveva avversione per la guerra, in considerazione della «futilità dello scopo, anche raggiunto, in rapporto ai tanti fiori di gioventù spezzati!». Grande l’impegno per la scuola e favorire i ceti più poveri. Quando Aldo Moro diventò ministro della Pubblica Istruzione, agli albori del servizio pubblico radiotelevisivo, mise in pratica una idea geniale con la trasmissione “Non è mai troppo tardi”, condotta dal maestro Manzi, che consentì l’alfabetizzazione a milioni di italiane e di italiani, rimasti indietro all’espansione del boom economico.








