
Sabato 20 gennaio 2024 eravamo tanti in biblioteca Rendella in Monopoli. L’occasione era un convegno organizzato dalla Associazione Culturale Monopoli Tre Rose sul problema della casa a Monopoli.
Erano invitati come relatori i consiglieri regionali Lucia Parchitelli e Stefano Lacatena, ma il vero mattatore del pomeriggio è stato l’organizzatore del convegno, il prof. Stefano Carbonara.
Stefano ci ha guidato per più di un’ora e mezza attraverso un interessante excursus storico basato sui “piani” che la città di Monopoli ha avuto per svilupparsi urbanisticamente e diventare quella che è oggi.
Abbiamo compreso che le fasi storiche di sviluppo della città sono state quattro.
La prima fase, nel corso dell’ottocento, ha consentito di realizzare il cosiddetto borgo dell’epoca murattiana, in realtà progettato nel periodo precedente, quello del regno borbonico. Il pensiero urbanistico sottostante quel progetto era molto moderno per l’epoca, ed ha consentito di realizzare uno sviluppo armonico della nostra città, quanto meno sotto il profilo dell’architettura e della dimensione pubblica della vita cittadina.

Già in quella fase, però, ci racconta Carbonara, gli appetiti verso le volumetrie erano ben presenti tra i monopolitani: i previsti portici pensati per il camminamento intorno alla piazza, sono stati chiusi per consentire lo sviluppo di maggiori spazi a vantaggio dei proprietari.
La seconda fase, quella del boom economico, è stata di contro una fase di crescita disordinata e si potrebbe dire assolutamente priva di attenzione alla bellezza architettonica e in generale ai servizi per la comunità. Nel nome delle volumetrie (e del profitto a breve termine), vengono abbattuti parzialmente o totalmente numerosi isolati ottocenteschi.

Dove prima c’erano edifici storici bellissimi vengono edificati anonimi palazzi in cemento armato. Numerosi di questi stravolgono i panorami cittadini, come i due edifici “cornice” del campanile di San Francesco dalla piazza, e l’orribile “grattacielo di spalle” su via Camicia che offre alla piazza appunto il suo brutto posteriore. Vergognosa l’occupazione di villa De Martino con un edificio a sette piani, come pure la “barriera” su Cala Fontanelle.
L’effetto di questo periodo buio è stato l’enorme aumento dell’impronta demografica, in assenza di una adeguata contemporanea crescita dei servizi: basti pensare che tutti questi edifici sono stati costruiti senza prevedere parcheggi interrati, e nessuno spazio pubblico è nato in questi anni. Anche la viabilità è rimasta sostanzialmente quella impostata nel diciannovesimo secolo.
La terza fase è stata quella del PRG di metà anni ’70, a firma dell’architetto Piccinato. Si tratta di un ritorno ad una idea complessiva di città secondo direttive e standard di buon livello, con l’introduzione di regole decisamente moderne. In questa fase si sviluppano le aree a sud di Monopoli tra la ferrovia e via Procaccia, l’area della zona del Polivalente scolastico, e la zona nord intorno a via Veneto, Via Beccaria e via Marina del Mondo. Nel complesso uno sviluppo equilibrato che prevede – almeno a livello di progettazione – zone di verde e servizi, che il comune avrebbe dovuto realizzare nell’arco del piano.

A questo proposito emerge però un grave limite: la mancanza di fondi – ma probabilmente più di capacità progettuale e amministrativa – fa sì che tante zone destinate a utilizzo da parte dell’Amministrazione Comunale rimangano delle aree incolte, brutte e anche pericolose. Questo comporta che per un lungo periodo sussistano in città dei veri e propri “buchi urbanistici” in mezzo a quartieri divenuti densamente abitati, e che dopo un tempo legalmente non ulteriormente espandibile, le aree in questione ritornino nella possibilità per il proprietario di presentare progetti di urbanizzazione secondo regole uguali a quelle delle aree adiacenti.
A cavallo del millennio la conseguenza di questa incapacità amministrativa è la nascita di nuovi insediamenti con impatto demografico devastante in quanto rompono completamente gli standard urbanistici su cui erano state concesse le licenze edilizie adiacenti. Vediamo quindi nascere quartieri apparentemente moderni ma con viabilità inadeguata, strade senza uscita, pericolosa vicinanza a torrenti. In poche parole: sempre più popolazione per kmq, sempre meno servizi.
E’ a questo punto che qualcuno comincia a parlare di Monopoli come “città brutta”. Non brutta nella sua storia, non brutta nel suo paesaggio, tanto meno nei suoi abitanti. In realtà “resa brutta” da una crescita disordinata consentita dall’assenza di adeguate capacità da parte della classe politica locale.
La quarta fase è quella cominciata più o meno quindici anni fa con il PUG “Risimini”. Sono convinto che meriti questa intestazione per il lavoro e la dedizione che ci ha messo Giampiero nel periodo in cui era con il sindaco Leoci, ancorché poi le sorti politiche hanno fatto in modo che ad approvare il piano definitivo fosse la giunta Romani.

Questo piano introduce uno strumento nuovo e potentissimo, utile almeno nei fatti per superare l’incapacità amministrativa dimostrata storicamente dalla città.
In pratica, data una maglia territoriale con determinati indici edificatori e dimensione, il privato presenta un piano urbanistico esecutivo che comprende anche le opere di urbanizzazione. Questo da un lato evita la creazione di aree urbanizzate prive di servizi, come era stato frequente con il Piano Piccinato, ma dall’altro delega in toto al privato una azione di pianificazione urbanistica che viene quindi sbilanciata a favore delle volumetrie ed a scapito della vivibilità.
Un’altra novità importante novità introdotta dal PUG vigente è la possibilità per lo sviluppatore edilizio privato di ottenere una premialità in termini sempre di queste benedette volumetrie a fronte della realizzazione di opere pubbliche da trasferire all’amministrazione.
E quindi? Dopo un po’ di anni di “esercizio”, abbiamo la possibilità di toccare con mano gli effetti reali di questo piano.
E’ vero, nel complesso le urbanizzazioni vengono terminate congiuntamente ai nuovi quartieri e quindi la città cresce in maniera diciamo “pulita”. Eppure, tanti cittadini sentono che manca qualcosa, e lo hanno dichiarato applaudendo numerosi alle condivisibili riflessioni del prof. Carbonara al termine della sua presentazione.
La totale delega dello sviluppo urbanistico al privato ha fatto sì che la città continui a crescere per “nuclei” senza un vero e proprio “masterplan” in termini di viabilità, parcheggi, servizi scolastici, ecc. Di volta in volta vengono realizzate piazzette, strade di lottizzazione mediamente strette, parcheggi già inadeguati, verde pubblico pressoché inesistente.
Sta mancando una idea della città in termini complessivi, e nasce il sospetto che anche le opere pubbliche realizzate dai privati in cambio dei volumi premiali siano in realtà solo strumentali a questo e non a dare alla città delle effettive utilità generali.

Vi è poi la ”grande idea degli accorpamenti”. In pratica il limite della dimensione minima dei lotti da urbanizzare viene aggirato presentando le aree come “accorpate” anche se fisicamente distanti. Questo rende approvabile il piano urbanistico esecutivo in termini formali, ma nei fatti sovraccarica demograficamente un’area che diversamente non avrebbe semplicemente potuto essere edificata. Il tutto, senza una progettazione integrata dei servizi con le aree adiacenti.
E allora? Come spesso accade, la questione dirimente non è il “cosa”, ma il “come”.
Lo strumento che consente al privato di progettare e realizzare le opere di urbanizzazione, così come la premialità che si vuole attribuire al costruttore volenteroso con la realizzazione di una importante opera pubblica non possono più essere utilizzati in questo modo. Gli amministratori si devono riappropriare del compito di progettare la città, e solo dopo consentire le edificazioni con il sistema dello “scambio”.
In altre parole la progettazione urbanistica deve ritornare alla collettività, ed occorre rispettarne in maniera rigorosa il fine, che è quello di garantire la qualità della vita dei cittadini.
Qualsiasi forzatura, ancorché formalmente legale, va combattuta e se necessario superata, con l’impegno politico di chi amministra dichiarando di avere a cuore lo sviluppo di Monopoli.








