ARMISTIZIO DELL’8 SETTEMBRE 1943

L’8 settembre 1943 è una delle date più significative della storia contemporanea dell’Italia.
In quel giorno della II guerra mondiale viene annunciata via radio, con il proclama di Badoglio, la firma dell’armistizio tra l’Italia, fino ad allora alleata con la Germania, e gli Alleati anglo americani, che, dopo lo sbarco in Sicilia, si insediano nel Sud d’Italia.
I soldati tedeschi si ritirano e si stabiliscono nel Centro Nord Italia, oltre la linea Gustav passante per Cassino. In questa area si costituisce la RSI, Repubblica Sociale Italiana.
Qui continua la guerra, con i partigiani e gli Alleati che combattono contro i nazisti e i fascisti per la Liberazione dell’Italia.
Dopo l’armistizio, i militari italiani, soldati e ufficiali operanti sui vari fronti di guerra, vengono posti davanti alla scelta di continuare a combattere nelle file dell’esercito tedesco o, in caso contrario, in quanto considerati traditori dai tedeschi, inviati nei campi di detenzione in Germania.
Quasi tutti i fascisti, componenti delle Camicie Nere della MVSN, decidono immediatamente di accettare l’offerta di passare con i tedeschi.
Il 70% degli ufficiali e il 78% dei soldati italiani non prestano giuramento alla Repubblica Sociale, rimanendo fedeli al giuramento fatto al Re e alla loro Patria.
INTERNATI MILITARI ITALIANI
Fatti prigionieri di guerra dai tedeschi, i soldati italiani diventano “Internati Militari Italiani”.
Nell’autunno 1944 vengono dichiarati “lavoratori civili” in modo da essere utilizzati come schiavi a servizio dei tedeschi.
Sono circa 800.000 gli Internati Militari Italiani. Di questi 8.500, quasi tutti ebrei, sono condotti a morire nei campi di sterminio, i lager, nelle camere a gas, nei forni crematori. Tutti gli ebrei morti nei lager ammontano a circa 6 milioni.
Tutti gli internati, identificati con una piastrina dove è indicato il numero di codice e la sigla dello Stalag di arrivo, vengono avviati al lavoro coatto nell’industria bellica, in quella pesante, nell’industria mineraria, nell’edilizia e nel settore alimentare.
Le condizioni di lavoro sono estremamente disagevoli e disumane.
Dai racconti dei reduci si apprende che è prassi comune cercare bucce di patate e rape nelle immondizie, o cacciare piccoli animali come topi, rane e lumache per integrare le magre razioni di cibo.
La vita quotidiana è scandita da numerosi controlli e ispezioni e frequenti sono le punizioni anche di carattere corporale con percosse che provocano lesioni mortali.
Gli alloggi consistono in baracche prive di servizi igienici che ospitano brande di due o tre piani.

A ogni internato, quasi privo di abbigliamento personale, con indosso le caratteristiche divise- pigiami a strisce bianche e nere, è assegnato un pagliericcio.
In queste condizioni molti si ammalano di tubercolosi, polmonite, pleurite, tifo e disturbi gastro-intestinali.
Fra gli internati IMI, nonostante le gravi condizioni di detenzione, si riesce ad organizzare anche una rete di resistenza contro il nazismo e il fascismo, perfino con l’uso di radio clandestine.
VITTIME E RIMPATRIATI

Non risulta ufficialmente il numero degli IMI italiani deceduti durante la prigionia. Gli studi in proposito stimano cifre che oscillano tra 37.000 e 50.000.
Alla fine della guerra, nel 1945, parte anche nel 1946, gli internati italiani sopravvissuti, circa 800.000, fanno ritorno in patria con mezzi di fortuna o a piedi impiegando anche diversi mesi nel percorso.
Le sofferenze dei soldati italiani non terminano neanche dopo la fine della guerra, in una situazione di diffuso disordine. Di fatto, il rientro a casa è estremamente complicato per la mancanza di un efficace coordinamento da parte dello stato italiano.
Prima di arrivare ai paesi di residenza delle loro famiglie, con cui non hanno contatti da diversi anni, passano dai centri di raccolta, i cosiddetti alloggi, grandi caserme dove vengono registrati con la condizione di IMI, con le loro generalità, la località di prigionia e il numero codice di internamento.
Per tanti anni dal loro ritorno, gli stessi internati mantengono riservata la loro condizione di prigionieri di guerra, vista come evidente prova di vigliaccheria.
Negli anni ’60 si costituisce l’ANEI, Associazione Nazionale Ex Internati, per chiedere per loro riconoscimenti morali ed economici, a cui non viene dato seguito.
Solo nella seconda metà degli anni ’80, a oltre 40 anni dai fatti, la loro condizione di sacrifici e sofferenze è riscoperta e riconosciuta, per mantenerne almeno la memoria.
INTERNATI IN GERMANIA DI MONOPOLI
A Monopoli, nel 1945, tornano a casa 200 rimpatriati dalla Germania e alcune altre nazioni come Austria e Russia, registrati dalla Croce Rossa durante il loro passaggio nei centri alloggi di Milano, Bologna, Bolzano, Novara, Como, Udine, Bordighera e altri.
Non si hanno notizie, in quanto non registrati, del numero e dei nomi di prigionieri monopolitani, internati, che muoiono nei lager.











All’Elenco REDUCI di cui sopra mancano alcuni nomi, che non sono passati al loro rientro dai Centri di Alloggio e non risultano registrati dalla Croce Rossa. Tra questi i monopolitani:
ALBA ENRICO
BREGANTE AZEGLIO
BRESCIA FRANCESCO
CAMICIA MARIO
CAMPANELLI NINO
CARUSO GIOVANNI
CAVALLO ALFREDO
DE MICCO EDMONDO
LADOGANA GIUSEPPE
LOPRIORE ANTONIO
PIRCHIO LUIGI
ROSSANI MARIO
SEMERARO LORENZO
VOZZA GIOVANNI







