«Politica è difesa di libertà».
«Il mercato dove possibile, lo Stato dove necessario».
Luigi Einaudi era convinto di una cosa fondamentale: la democrazia per sopravvivere deve avere una funzione inclusiva. Deve convincere i più poveri.
Per lui la Federazione Europea era un toccasana: l’antidoto alle tragedie innescate, preparate e promosse da tutti gli autoritarismi nel Continente Vecchio.
Luigi Einaudi è il simbolo di una figura quasi unica nel Novecento italiano. “Padre della patria”. Servitore dello Stato e profondo economista. Nel ‘900, insieme a Benedetto Croce, fu certamente il più importante teorico del liberalismo italiano. Brillante opinionista. Liberale e cattolico. Una sovrapposizione di vite legate indissolubilmente sia nell’impegno politico che intellettuale. Prima di tutto combattere il fascismo. Successivamente costruire la Repubblica con la Carta Costituzionale antifascista. Nacque a Carrù, nel 1874, esattamente il 24 marzo, in provincia di Cuneo. Professore di Scienze delle finanze all’università di Torino nel 1902. Dal 1920 al 1926 a Milano presso la Bocconi in qualità di direttore dell’Istituto di Economia. Molto apprezzati e seguiti i suoi interventi su “Economist”, “Corriere della Sera”, “La Stampa” e sulla rivista “Critica sociale” di Filippo Turati. Ma anche su “Energie nuove” e su “Rivoluzione liberale”, entrambe dirette da Piero Gobetti. Nel 1908 è il direttore della rivista “Riforma sociale”, un laboratorio di idee liberali, successivamente, nel 1935 chiusa proprio da Mussolini.
Il “Manifesto degli antifascisti” fu da lui firmato nel 1925. Preparato da Benedetto Croce. Una risposta simmetrica e contrapposta al “Manifesto degli intellettuali fascisti” di Giovanni Gentile. In modo risoluto avverso e duro contro il regime fascista, che lo sospese dall’insegnamento universitario. Nel 1943, appena caduto il fascismo, fu nominato Rettore dell’Università di Torino. Un incarico abbandonato, perché si rifugiò in Svizzera a seguito dell’occupazione nazista.
Dal 1919 fu Senatore del Regno d’Italia. Dalla fine della prima guerra mondiale protagonista della vita politica. Riservandosi, poi, un ruolo di primissimo piano negli anni della ricostruzione. Dal 1945 al 1948 fu governatore della Banca d’Italia. Nel 1946 componente di rilievo dell’Assemblea Costituente. Nel 1947 Ministro del Bilancio nel IV governo De Gasperi. Stabilizzò la lira e riuscì a ridurre una dilagante e nefasta inflazione. Nel 1948, fino al 1953, fu eletto primo Presidente della Repubblica Italiana. Anni terribili. Difficili. Una dilagante contrapposizione. Sia a livello strettamente nazionale, che internazionale. Einaudi si dimostrò vero punto di equilibrio e riferimento insostituibile per l’Italia intera. Il 30 ottobre del 1961 morì a Roma. Fino agli ultimi giorni della sua vita continuò la sua infaticabile opera, a cui non aveva ma rinunciato, di pubblicista e di saggista.
Il suo impegno intellettuale e politico è stato comunemente additato come un illimitato e imponente tentativo teso a difendere la libertà. I dittatori hanno la tragica presunzione di esercitare con onnipotenza il proprio potere. I liberaldemocratici, incarnati da personalità come Einaudi, difendono quell’humus politico, economico e istituzionale, tutto rivolto ad assicurare a ciascuno la propria grande libertà. Naturalmente compatibile, senza comprometterne e confini, con l’uguale e analoga libertà degli altri. Sottolineando e garantendo il massimo della discussione critica all’interno di una società, che aspira a una capacità elevata di risolvere i propri problemi.
È stata celebre e rinomata la polemica con Benedetto Croce. Einaudi sosteneva che la democrazia liberale, che è etica e politica, non può essere disgiunta da quella economica. Senza il “mercato” si realizzerebbe «una burocrazia comunista od oligarchia capitalistica» capace soltanto di «uniformizzare e conformizzare le azioni, le deliberazioni, il pensiero degli uomini».
L’altra faccia della democrazia è l’economia di mercato, insostituibile per la realizzare i progetti di vita degli individui. Europeista convinto. Tra i più grandi. Le sue idee furono la base e ispirarono con grande e risoluta efficacia “Il Manifesto di Ventotene”.
Sin dalla fine dell’Ottocento proponeva gli “Stati Uniti d’Europa”, come grande occasione di sviluppo dell’intero Vecchio Continente. Negli anni quaranta Einaudi parlava di “Federazione europea”. Come unica risposta degli Europei dopo aver vissuto i trent’anni più tragici e travagliati di tutta la loro storia millenaria.
In Svizzera, nel 1944, da esule Einaudi scrisse le Lezioni di politica sociale. Un classico della cultura italiana di tutto il Millenovecento. Capolavoro letterario strettamente legato alla filosofia sociale. La teoria economica di un intellettuale pienamente consapevole che le lacerazioni sociali e politiche erano state la principale causa dell’affermazione del fascismo in Italia.
Einaudi dispiega un’impegnata e approfondita riflessione sulla solidarietà sociale. Verso i più deboli prima di tutto. Per Einaudi la si può raggiungere con interventi nel “mercato”: difendendo la concorrenza e combattendo i monopoli. Questi, riducendo il potere di scelta dei consumatori e imponendo i prezzi dei beni e servizi, sono «il nemico numero uno dell’economia libera», fonte di «disuguaglianze sociali» e generano profitti che sono «un ladrocinio commesso ai danni della collettività».
Necessaria una «legislazione sociale » che «avvicini entro i limiti del possibile i punti di partenza» degli individui, affermando «il principio generale che in una società sana l’uomo dovrebbe poter contare sul minimo necessario per la vita», che non lo «induca all’ozio», che «non sia un punto di arrivo ma di partenza; un’assicurazione data a tutti gli uomini perché tutti possano sviluppare le loro attitudini».
Senza queste necessarie condizioni materiali, la libertà rimane un’aspirazione e un’invocazione di principio. Legate all’intervento dello Stato, con l’«abbassamento delle punte» di ricchezza, mediante imposte progressive, tasse sui grandi patrimoni e sulle grandi eredità, e con l’«innalzamento dal basso», per garantire un «minimo nazionale di vita» con una legislazione, che si faccia carico di «pensioni di vecchiaia», «sussidi per matrimonio, figli e maternità», «assegni familiari», «sanità», «disoccupazione », e una «graduale estensione dei servizi pubblici gratuiti». Potremmo dire che per Einaudi deve valere il principio: «il mercato dove possibile, lo Stato dove necessario».
Einaudi era convinto che per sopravvivere la democrazia deve essere inclusiva. Garantire i diritti sociali, oltre quelli civili.
È il contributo di Einaudi alla democrazia italiana. A partire dalla fine del secondo conflitto mondiale.
Ci lascia un’immensa eredità intellettuale. Prezioso e profondo serbatoio di idee per la risoluzione dei problemi di oggi.
Antonio Losito







