Triste inizio dell’anno solare afghano.
Da novecento giorni senza scuola.
Nel Paese più triste del mondo.
Non suona più la campanella scolastica per le ragazze dell’Afghanistan. È il terzo anno consecutivo: proibita la scuola. Il 20 marzo scorso, mercoledì, il primo giorno solare del calendario afghano, è ricominciata la scuola per bambine, bambini e ragazzi. Non per le ragazze. Escluse dalle aule scolastiche. Il divieto è stato imposto dai talebani nell’agosto del 2021, appena riconquistato il potere. È il più doloroso dei numerosissimi divieti imposti alle donne. Già a dodici anni si spengono i progetti, i sogni, le aspirazioni e i desideri, che qualsiasi ragazza porta nel proprio cuore. Tutto per loro è proibito.
Un elenco di negazioni, che hanno cancellato la libertà e la dignità delle donne. Vietato praticare sport, vietato frequentare corsi universitari, vietato entrare in bagni pubblici, palestre, musei, saloni di bellezza e parchi. Vietato anche lavorare fuori casa. Vietato dedicarsi ad aiutare le organizzazioni non governative straniere, come le Ong. Vietato viaggiare. Ci si può spostare solo in compagnia di un parente stretto. Senza burqa è vietato mostrarsi in pubblico.
È un risultato, senza precedenti in tutto il mondo circostante, di un apartheid di genere femminile, che genera frustrazioni e ansie nelle ragazze. Una ingiustizia. Un senso di depressione.
Le più piccole possono permettersi ancora una lieve speranza? Poter tornare in classe in futuro? Le più grandi attualmente, anno dopo anno, vedono sfuggire qualsiasi prospettiva. Non solo di indipendenza e di emancipazione, ma soprattutto di crescita.
Gli osservatori esterni sono impotenti. I suicidi della gioventù femminile sono in aumento. Di pari passo prosperano i matrimoni e i parti prematuri.
Una tragedia, che travolge una intera generazione. Una grave incognita. Una ipoteca negativa sul futuro della Nazione e sul proprio sviluppo razionale.
La società afghana non solo oggi, ma per decine e decine dei prossimi anni è ormai privata di oltre la metà delle proprie risorse professionali e intellettuali. Se dura ancora a lungo e continua a persistere il divieto alle donne dell’istruzione secondaria e di quella universitaria, si creerà un solco difficilmente colmabile. Si può salvare solo con un immediato e rapido ritorno in patria degli esuli, che appartenevano all’ex élite afghana già istruita e produttiva, formati nel ventennio dell’occupazione occidentale, americana in particolar modo.
«L’istruzione è essenziale per la pace e la prosperità». È una nota della “Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama)”, impegnata ad aprire uno spiraglio di dialogo. Invita il governo dei talebani a porre fine a «questo divieto ingiustificabile e dannoso».
Antonio Losito