


Bell’incontro, quello del 9 maggio scorso, nella Biblioteca Rendella!
Tra un illustre figlio di Monopoli e i suoi cari, i suoi amici e concittadini.
Tutto partiva da un libro di poesie in vernacolo, la cui presentazione veniva promossa dall’associazione Donne per la città-Presidio del libro, che di presentazioni ne ha sostenute a centinaia. Ma questa, fin dalle prime battute, si è rivelata subito particolare, anzi unica. Freschissimo di stampa, “Vinde de tèrre alla Pònde du Tréve”, di Francesco Alò (Edizioni A.G.A. – Alberobello, 2024) si dichiara dalla copertina un Omaggio alla nostra Monopoli, manifestando così, da parte dell’Autore, il profondo attaccamento alle proprie origini mediante la scrittura poetica in dialetto: il più classico e diretto legame con le proprie radici.
Già solo questo cordone ombelicale linguistico ha costituito un richiamo potente per il pubblico locale, deliziato dall’ascolto della propria lingua esaltata dai versi. Se poi si aggiunge la popolarità della persona (noto chirurgo vascolare in quel di Ancona), i contatti mai interrotti con la città natale, le numerose amicizie antiche e recenti, la risaputa esuberanza contagiosa del carattere, si possono ben capire le attese del pubblico.
Ma l’Autore non si è adagiato sui cospicui crediti di simpatia acquisiti: se li è guadagnati “sul campo”. E in ciò consiste l’aspetto originale della serata. La quale, da presentazione del libro, si è trasformata subito in una vera e propria rappresentazione dal vivo della storia della sua vita.
Dopo brevi preliminari sulla biografia e sulla genesi (tardiva) del libro stesso, la scena è stata presto animata dalla lettura dirette dei testi a voci singole e plurime, da composizioni musicate e cantate in coro, da cui il pubblico si è lasciato trascinare volentieri sull’onda di ricordi d’un tempo, che, una volta passato, non può sfuggire al pungolo della nostalgia. Il tutto, cucito da un filo congruente e brioso con cui Francesco Alò, da autentico mattatore, ha introdotto ciascun testo spiegandone l’origine, inserendolo così in una storia, la propria, che ha visto momenti arguti, esilaranti, ma anche toccanti per intensa liricità.
Alla istintiva sintonia tra pubblico e interpreti, alla immediata forza comunicativa dei versi, ben si adattava la semplicità della scena, costituita da una nuda “Panchina dei ricordi”, da pochi altri oggetti e da parecchie immagini proiettate. Ma tutto funzionava con teatrale precisione, per la dissimulata regia di Anghela e per il supporto tecnico e musicale di Alfredo, i due figli di Francesco.
Quanto mai vario e coinvolgente il materiale emotivo messo in versi e in scena, in parole parlate: il mare, gli affetti famigliari, gli amici, i ricordi personali più cari. E poi una spumeggiante carrellata parodica di figure, di tipi umani rimasti vivi nella memoria collettiva di Monopoli, nella tradizione di fatti e fatterelli popolari. Infine, le canzoni goliardiche d’una indimenticabile Festa della Matricola cittadina (1967), per la quale furono scomodati a suo tempo brani dei Carmina Burana, tradotti e adattati alla lingua e al clima di quella festa.
Due ore di tuffi nel passato, di momenti lieti con un sottofondo di malinconia addolcita nel ricordo. Proprio come nella vita. Stavolta coralmente rivissuta.
Carmine Tedeschi
IMMAGINI DELL’INCONTRO













Molto bello ed educativo