La parola ai familiari delle vittime. È la speranza, potenza della memoria. Dare un nome e porre una croce sulle tombe dei morti lungo le rotte delle stragi migratorie. È questa la celebrazione del 3 ottobre, Giornata Nazionale dedicata alla memoria dei migranti e dell’accoglienza. È ormai l’undicesimo anniversario del naufragio. Al Parlamento europeo è pervenuta la richiesta, per restituire una identità ai morti rimasti senza nome.
Per la memoria dei propri cari. Morti nel Mediterraneo. Dare loro una tomba. Scrivere un nome. 11 anni dopo la tragedia consumata nelle acque dell’isola siciliana, simbolo delle migrazioni, il Comitato 3 ottobre propone il progetto “Protect people not borders”, che significa “Proteggere le persone non i confini”.
Laboratori in movimento, studenti, esperti, organizzazioni umanitarie, dibattiti, uomini di fede e di cultura, tutti con l’obiettivo di chiedere al Parlamento europeo una direttiva per il riconoscimento dei morti. Il Comitato è sempre impegnato nel tentativo di richiedere un nome a tutte le numerose vittime delle stragi in mare, che non sono state ancora identificate.
L’attività avviene grazie a un protocollo siglato tra il Comitato, il Commissario Straordinario per le Persone Scomparse e l’Istituto Labanof, il “Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell’Università degli Studi di Milano”, guidato da Cristina Cattaneo, incrociando i dati post-mortem e quelli ante-mortem. Si prova in questo modo a dare una identità e una dignità ai tanti corpi senza vita.
Sul tema chiave del riconoscimento sono dedicate le “Sinergie per il riconoscimento delle persone migranti scomparse nel Mediterraneo” con la partecipazione di varie personalità ed esperti delle principali organizzazioni umanitarie internazionali. Attualmente oltre trenta mila migranti dispersi nel mare. Nel 2024 i morti e i dispersi sono 1.452.
Molti continuano a sorreggere l’obiezione che è meglio dedicarsi ai vivi più che ai morti. Non tenere in debito conto le grandi sofferenze dei familiari? Senza sottolineare le ricadute giuridiche, che tengono in sospeso le vite di chi resta.
Capire l’importanza del riconoscimento. C’è chi non ha più le quattro figlie di due, cinque, sette e dieci anni. Le foto delle piccole sono appese al centro della parete del soggiorno. La memoria è sempre protesa nel Mediterraneo. Un dolore inguaribile. Dispersi 368 e 26 morti. Di cui 60 bambini. I genitori si salvarono. Si ritrovarono in Svizzera, dove hanno vissuto e nei sette anni successivi hanno avuto altre due figlie.
Il padre, affranto, spiega: «Se non fosse per loro, che chiedono sempre delle sorelle, sarei già morto di dolore. Vivo per loro». La moglie non parla con nessuno della tragedia dopo anni di cure e di farmaci.
Il dolore è intollerabile. Inizialmente per scappare dalla Libia, l’unica via di uscita era prendere una barca. «Volevo salvare le mie figlie, invece le ho perdute». «Sulla barca eravamo 400 siriani e 100 palestinesi. Ci attaccò una motovedetta libica, spararono molte raffiche di mitra per fermare l’imbarcazione, che ferirono tre persone e danneggiarono lo scafo facendogli imbarcare acqua». «Aspettammo inutilmente i soccorsi dalle 12 fino alle 17.07, quando la barca si capovolse e affondò in acque maltesi, poco distante da Lampedusa. Nel buio urlavo disperatamente il nome di mia moglie e delle mie figlie senza risposta».
«Un processo due anni addietro ha sancito la colpevolezza di due dirigenti della Guardia costiera e della Marina militare, ma i reati sono stati considerati prescritti». «Lancio un appello ai governi europei affinché incentivino la pace e fermino le guerre a causa delle quali molti partono e trovano la morte in mare. Sono esseri umani che dovevano e potevano essere salvati. E mi rivolgo all’Italia e all’Europa chiedendo che si recuperino i corpi. Noi non abbiamo mai potuto rivedere quelli delle nostre figlie, vorremmo avere un posto dove piangerle. Ho sempre la speranza di rivederle». Papa Francesco «è l’unico a ricordare la tragedia dei migranti in mare instancabilmente, i governi dovrebbero ascoltarlo».
Cosa si può dire a chi ha perso una persona sulle rotte migratorie? «Non devi perdere mai la speranza, devi decidere di andare avanti».
Avere la volontà di conoscere la verità. Lampedusa è l’isola delle tante storie perdute in cerca di giustizia.
Antonio Losito







