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Ottobre 1944: Il ritorno della democrazia

by Antonio Losito
27 Ottobre 2024
in Storia
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Ottobre 1944: Il ritorno della democrazia
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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

 

OTTOBRE 1944: IL RITORNO DELLA DEMOCRAZIA
Convegno
Gioia del Colle, mercoledì 23 ottobre 2024, Sala Consiliare
Relatore: Paolo Covella

 

 

 

 

  • Sono trascorsi 80 anni da quel 6 ottobre 1944, giorno in cui la Prefettura di Bari, su indicazione del Comitato di Liberazione provinciale, nominò la Giunta Comunale del neonato Comitato di Liberazione Nazionale, con il compito di sovrintendere alle attività di governo nel comune e di organizzare le prime elezioni libere che si svolsero il 20 ottobre 1946, dopo 22 anni di gestioni podestarili e commissariali.
  Da quel momento in poi, in una realtà gravemente segnata dal degrado sociale ed economico, i rappresentanti dell’antifascismo gioiese iniziarono a muovere i primi passi per ridare dignità alla istituzione comunale, cercando di avviare, tra inenarrabili difficoltà, un nuovo corso politico basato sulla libertà e sulla partecipazione democratica.    
  • Per meglio comprendere il significato di quell’evento e il contesto storico in cui esso iniziò ad affermarsi, è necessario ricordare, se pure in sintesi, alcuni avvenimenti che precedettero quella data, a partire da quei giorni terribili del 1922, quando il nascente regime fascista cacciò  con violenza inaudita i sindaci socialisti democraticamente eletti, che in Puglia, così come nel  resto d’Italia, erano la grande maggioranza;      e fu proprio per questo che a Gioia i sei consiglieri socialisti, a seguito delle continue minacce,  si dimisero dal Consiglio comunale già due mesi prima della marcia su Roma, per protestare  contro  quella che definirono
“la condotta partigiana delle autorità centrali (…) con speciale riferimento agli atti di persecuzione compiuti contro le amministrazioni socialiste”.
  • Già due anni prima, il 1° luglio 1920, si era verificato lo spaventoso eccidio di Marzagaglia che costituì una profonda ferita nel tessuto sociale di un paese che vedeva il 76% della popolazione dedita alla agricoltura, che viveva in condizioni di grande miseria e che subiva le angherie del regime paternalistico e malavitoso del famigerato onorevole Vito De Bellis, capo dei mazzieri e sottopancia di Giolitti. 
   Ma fu dopo l’assassinio di Giuseppe Di Vagno avvenuto a Mola di Bari il 25 settembre 1921, al cui agguato partecipò il nostro concittadino Tommaso Cassano all’epoca studente universitario,  che la violenza squadrista si intensificò anche nella nostra regione.
   Infatti, alla fine di ottobre del 1922, anche Gioia divenne teatro di saccheggi e di violenze quando, nell’arco di poche ore, di ritorno dalla marcia su Roma, le neonate camicie nere devastarono l’abitazione di Nicola Capozzi, segretario provinciale del Psi, minacciarono e terrorizzarono i suoi familiari, incendiarono la Cooperativa di consumo e la Chiesa dei protestanti in via Mazzini, ed infine si diressero verso la Camera del lavoro, all’epoca situata nell’attuale ufficio della Polizia Locale,  per distruggerla, senza tuttavia riuscirvi. 
   Da quel momento, anche nel nostro comune, iniziò una lenta opera di resistenza al regime che procurò, come vedremo, grandi sacrifici e sofferenze per decine di nostri concittadini;  e che, accanto a quella in armi che si propagò nell’Italia centro-settentrionale dopo l’armistizio, sancì il contributo importante delle popolazioni meridionali, alla lotta per la libertà.
  • Ma chi erano e da dove venivano i protagonisti di quel nascente regime? Come scrisse l’Ordine nuovo nel maggio del 1920, la “classe dirigente” in camicia nera, era costituita in sostanza, da
“ …un fascismo che noi conosciamo da vecchia data, poiché di nuovo non c’è che il nome. Si tratta in fondo dei vecchi e noti mazzieri di Gioia del Colle e di altri paesi di Puglia che risorgono con gli stessi sistemi e per imporre gli stessi uomini  “.
   Ovviamente quella manovalanza, da sempre dedita ai soprusi e alle violenze, trovò subito una consistente parte della borghesia locale, soprattutto agraria, pronta ad utilizzarla e a dirigerla; 
e fu per questo che a Gioia del Colle, un appuntato dei carabinieri, nel giugno del 1921, diede vita al fascio locale, che vide tra i suoi primi esponenti, professionisti, possidenti, impiegati comunali e professori, uno dei quali divenne un collaboratore del quindicinale  “La difesa della razza”.
   Sin dalle origini, la locale sezione si fece coinvolgere nelle numerose faide che si erano accese all’interno del fascio barese tra i moderati e gli estremisti e soprattutto tra i militanti di base e gli appartenenti alla Milizia;  perciò anche a Gioia si verificarono scontri e vendette trasversali a seguito dei quali la federazione barese decise di sciogliere il Circolo del Littorio, con l’ordine di intervenire fascisticamente in quanto esso rappresentava il 
“…focolaio di tutti i pettegolezzi paesani ed il covo di tutti i massoni più o meno convertiti”.
*   A Gioia il regime, come avveniva in gran parte dell’Italia meridionale, si presentò con un volto prevalentemente affaristico e autoritario, per lo più impegnato a combattersi al suo interno e a perseguitare i cittadini dissenzienti. 
   Ciononostante le rivolte, le proteste popolari e i tentativi di reagire ai soprusi, vi furono ugualmente in grande quantità e, anche se non vi furono eccessi, sicuramente non mancò la violenza. 
   Quando non scattavano le intimidazioni e gli arresti, gli oppositori venivano condannati alla emarginazione sociale ed economica e spesso subivano quotidiane umiliazioni. 
   Il regime li inviava al confino, li trattava come disfattisti e li additava al pubblico disprezzo, anche quando si trattava di onesti contadini ed artigiani, gente umile, paesani incapaci di rassegnarsi al peso della dittatura. 
   Ben 19, perciò, furono i confinati gioiesi e decine furono gli ammoniti, mentre dopo l’8 settembre, molti altri concittadini divennero partigiani combattenti, impegnati nella Resistenza sulle montagne del Nord Italia e sui monti della Jugoslavia. 
   Sul piano operativo, l’opposizione era pressoché impotente: tuttavia nei vari capannelli, si imprecava per il lavoro che non c’era, per il pane che mancava, per i servizi che non funzionavano e per le magagne dei gerarchi. 
   A tale proposito, si mormorava che nel 1935, durante la raccolta dell’oro alla Patria sollecitata per finanziare la guerra contro l’Etiopia, un noto gerarca avesse acquistato molti terreni nella contrada dell’Aggiunta, e che anche per questo, subito dopo l’armistizio dell’8 settembre ‘43, in via precauzionale, fu invitato dal Commissario Svelto ad 
“allontanarsi da Gioia o a chiudersi in casa”.
*  Alla caduta del regime,  tutta l’attività degli enti locali fu svolta dai Prefetti in un contesto di gravi tensioni, di persecuzioni e di odi postumi che i fascisti, ben protetti da Badoglio, continuarono a perpetuare ben oltre il mese di settembre del 1943, quando i tedeschi in ritirata, assassinarono dodici cittadini inermi.
   Nel complesso, però, non ci furono rappresaglie né vendette postume grazie anche alla responsabilità e alla generosità dei “rossi” e soprattutto di Nicola Capozzi, un autentico martire perseguitato dal fascismo, che riuscì persino a perdonare il segretario del fascio che pure lo aveva tragicamente perseguitato.
 In vent’anni di dittatura, com’era facile prevedere, il fascismo non era riuscito a forgiare il nuovo italiano, non aveva dato buona prova nel lavoro di risanamento economico, politico e morale della società e non  aveva ben governato la cosa pubblica, sia al Governo centrale che negli enti locali. 
   Gli ufficiali alleati, infatti, così scrivevano sui giornali dell’epoca:
“ L’apparato amministrativo italiano è fragile come conseguenza di anni di corruzione fascista, basso livello di  morale civile e assenza di un governo che conti, che raccogliesse il generale consenso popolare…“.
   Fu dunque arduo, dopo la caduta del regime, procedere d’ufficio da parte delle Prefetture, nella costruzione della attività amministrativa nei comuni e nelle province;  e pertanto in quel caotico interregno, ricorsero alla nomina di Commissari prefettizi incaricandoli di garantire la transizione necessaria tra le precedenti gestioni podestarili e le nuove giunte formate di intesa col CLN.
 Fu proprio in quella fase tormentata che iniziò a riprendere vigore uno dei peggiori mali che tuttora affliggono il Paese, e che Gramsci, sin dal primo dopoguerra, aveva definito lucidamente come 
“il continuismo delle classi dirigenti”.
  I prefetti, i podestà fascisti ribattezzati, i sindaci o i commissari prefettizi, gli alti e medi burocrati inamovibili, gli uomini di fiducia dei grandi agrari, rimasero tutti al loro posto per molti anni ancora, come avvenne, ad esempio, col podestà Vincenzo Castellaneta, che governò la nostra cittadina, con qualche documentata magagna, dal maggio 1931 al dicembre 1942, e che poi fu sindaco dal maggio 1952 al settembre 1956.
   Quando quel chiacchierato podestà fu defenestrato, alla presenza del noto possidente nonché segretario del fascio Giuseppe Buttiglione, si procedette  alla nomina del Commissario nella persona del dott. Pietro Curione;  ma, alcuni mesi dopo, quest’ultimo fu rimosso e sostituito dal prof. Cesare Svelto, il cui nome, però, risultò alquanto sgradito ai partiti di sinistra che lo accusavano di simpatie  “tedescofile” e che per questo fu costretto a dimettersi alla fine di ottobre del ’43.     Alcune testimonianze, tuttavia,  affermano che quelle “simpatie”, altro non erano se non i tentativi di ammorbidire certi atteggiamenti vessatori dei militari tedeschi assai diffusi in città, come quelli perpetrati ai danni di don Sante Milano, parroco della Immacolata.     In pochi mesi, il professor Svelto si occupò  di cancellare le tracce ancora visibili del regime fascista, introducendo significativi cambiamenti nella intitolazione di piazze, strade ed edifici e dopo le sue forzate dimissioni,  come Commissario Prefettizio fu richiamato Berardino Bruno, già sindaco dal 1905 al 1908, dal 1920 al 1922 e poi commissario e sindaco dal 1943 al 1946. 
*  Il “nuovo” capo dell’amministrazione, scelse come vicecommissario, l’avvocato socialista Costantino Colacicco; ma, a causa della totale incompatibilità politica tra i due amministratori e delle proteste del CLN  che denunciava il suo scarso impegno nel contrastare il dilagare  della camorra e del mercato nero, il tre maggio Bruno si dimise. 
   Non fu facile trovare un accordo per risolvere l’ennesima crisi e per questo motivo il mese successivo i partiti  del CLN, sottoposero alla Legione dei carabinieri, un elenco di 12 personalità secondo loro idonee a gestire la cosa pubblica, assumendosi l’onere di dichiararne 
“…la buona condotta morale e politica”.
   I carabinieri accettarono quei nominativi, ma chiesero al Prefetto di non più riproporre Berardino Bruno come sindaco in quanto, avendo già 77 anni, accusava una certa sordità e debolezza visiva  e soprattutto, sempre a loro giudizio,
“non vede altro che il proprio tornaconto personale”  e che per questo suscita  “critiche di ogni genere”.
   Ma nella confusione di quei mesi, il Prefetto volle mettersi al sicuro, ignorò le raccomandazioni dei carabinieri e il 10 settembre rinominò nuovamente Bruno come sindaco, il quale, per evitare ulteriori tensioni, pensò bene di “coprirsi a sinistra” chiedendo al Prefetto di utilizzare, in qualità di “coadiutori e collaboratori”, gli uomini simbolo di quel mondo,  cioè Costantino Colacicco e Nicola Capozzi.
   Il permesso gli venne accordato e la Giunta iniziò il suo faticoso cammino, misurandosi con problemi di inaudita gravità che affliggevano la città e la popolazione. 
   In primo luogo vi erano quelli del lavoro e del pane che mancavano, ma anche quelli che servivano a tenere in piedi il funzionamento della disastrata macchina comunale. 
   Così, ad esempio, si legge che nel novembre del ’43, il Fronte Nazionale di Azione, ovvero il Cln, sollecitò il sindaco Bruno a provvedere alla nomina dei responsabili degli uffici della maternità, dell’economato, del carcere, dell’Ente Comunale di assistenza e del Nucleo famiglie numerose.      Questi uffici erano rimasti vacanti, perché il processo di “defascistizzazione” avviato in quei mesi, aveva sospeso ed allontanato ben 15 dipendenti comunali, in quanto protagonisti del vecchio regime, tra squadristi, partecipanti alla Marcia su Roma (lì i gioiesi furono due), le Sciarpe del Littorio ed altre grottesche onorificenze del regime. 
   Gli archivi conservano numerose lettere, pietosamente scritte dagli inquisiti per discolparsi, piene di scuse, di abiure e di autoassoluzioni: un solo personaggio sostò per pochi mesi nelle patrie galere, ma quasi tutti furono reintegrati nelle loro funzioni, anche perché la maggior parte dei capi della sinistra locale, a partire da Nicola Capozzi, a quell’epoca segretario del Pci, con la sua visione deamicisiana del socialismo, come già detto, si spinse a perdonare persino il segretario del fascio che per anni lo aveva perseguitato e che dopo l’8 settembre si stese ai suoi piedi dichiarandogli il suo pentimento ed implorandogli il  perdono. Mesi dopo, però, il finto pentito partì per il nord e si arruolò nella Repubblica Sociale…
*Si arrivò così al 6 ottobre 1944, quando, appunto, il Comitato Provinciale di Liberazione, esattamente un mese dopo la sua costituzione, insediò il CLN di Gioia formato da cittadini non compromessi col fascismo e dai vari perseguitati politici antifascisti.
   Quale presidente, fu nominato il prof. Giovanni Carano Donvito, eminente studioso ed economista di formazione liberale che, dopo una iniziale simpatia per il fascismo, fu da questo esonerato dall’insegnamento scolastico per le sue idee contro la dittatura. 
   Come suo vice, fu nominato il segretario del Pci Nicola Capozzi, simbolo dell’antifascismo militante, rientrato due anni prima dal confino dopo anni di privazioni e di stenti. 
   Gli altri componenti furono il segretario comunale cav. Luigi Jossa per la Dc, l’artigiano tornato dalla emigrazione francese Silvestro Gabriele per il Pci, Enrico Lapertosa per il Psi, Pietro Cavalle per il Partito d’Azione e il solito Berardino Bruno per i liberali. 
   La Giunta iniziò ad occuparsi dei più urgenti problemi cittadini e della normale amministrazione, affrontando problemi come quello delle tariffe di macinazione e di quelle dei cavalli per il trasporto dei rifiuti; delle carte annonarie, del bilancio comunale, delle rette per i ricoveri all’Ospedale di Gioia e di Bisceglie, dei dolorosi licenziamenti degli avventizi che dovevano fare posto ai reduci, dei licenziamenti all’aeroporto, della manutenzione delle strade, del salario degli stradini, degli spezzapietre e degli scalpellini, della costruzione delle arcate del cimitero ecc.
*  Ma anche quella maggioranza incontrò grandi difficoltà, per superare le quali, il Prefetto, accettando il vecchio consiglio dei carabinieri, designò quale sindaco, l’Avv. Giovanni Sciscio, indicato dalla Democrazia Cristiana, che però trovò l’opposizione delle sinistre le quali riuscirono a dimostrare che a suo carico pendeva un ricorso. 
   A quel punto il Prefetto, di intesa col Cln, dopo aver composto la nuova amministrazione, ripescò nuovamente il vecchio Berardino Bruno e lo mise alla testa di una Giunta composta da Silvestro Gabriele per il Pci, da Domenico Marvulli per la Dc, da Enrico Lapertosa per il Psi, da Vincenzo Eramo per la Democrazia del Lavoro e da Filippo Indellicati per il Partito d’Azione. 
   Questa volta la Giunta, formata l’11 settembre 1945, restò in carica sino al 24.6.46,                                              
vicesindaco designato fu il giovane avvocato Domenico Marvulli, mentre presidente di turno del CLN, fu nominato Nicola Capozzi che subentrò al prof. Carano Donvito. 
  • La guerra aveva lasciato dietro di sè un cumulo di sofferenze sociali che generavano degrado e violenza e il bisogno di sopravvivere spesso trascendeva in reati e in attività speculative, primo fra tutti il contrabbando, che finivano per danneggiare gli stessi ceti più deboli ed emarginati. Nell’agosto del ’45, quando l’Anpi, da poco costituita, funzionava come una “volante rossa” impegnata a coadiuvare le sparute forze dell’ordine nel prevenire i più odiosi reati contro la popolazione, il suo tenace fondatore  Michele Paradiso, scrisse al sindaco informandolo che dall’inizio del mese, i partigiani avevano sequestrato ai contrabbandieri 4 q.li di farina, 2 q.li di grano e 3,5 q.li di sapone. 
  Tutta merce, che, a partire dal 30 agosto, doveva essere donata, cosa che avvenne, 
“…alle famiglie più bisognose, alle donne che hanno i loro mariti ancora dispersi o prigionieri, alle vedove di guerra, ai reduci e ai partigiani più bisognosi”
  • Si arrivò così al Referendum del 2 giugno 1946 e il risultato di Gioia fu in linea con quello del Sud e della Puglia: 4.533 elettori, pari al 33,04%, votarono per la Repubblica e 9.186, pari al 66,96% votarono per la Monarchia.
   Quello stesso giorno, si votò anche per l’Assemblea Costituente, e anche qui si affermò la lista dell’Uomo Qualunque con oltre il 50% dei voti, diventando così per qualche anno, l’anello di congiunzione tra il vecchio ceto fascista e l’ampia rappresentanza dei ceti medi e moderati, poi in larga parte confluita nella Democrazia Cristiana.  
   La destra, ringalluzzita da quel risultato, si permise di intimare lo sfratto all’anziano sindaco in carica, invocando le sue dimissioni e lo scioglimento anticipato del consiglio comunale. 
   Ma la risposta di Bruno non si  fece attendere e a brutto muso rispose che non c’era bisogno di ricorrere a colpi di mano, anche perché si sarebbe votato di lì a quattro mesi.
   Poi aggiunse, con un filo di ironia, che tutti i componenti delle Giunta Comunale erano  
“ben disposti a lasciare ad altri la delizia del potere”.
   Esattamente un mese dopo, il sindaco Bruno, che da molti, nonostante tutto, veniva considerato un galantuomo, ormai stanco, (aveva 79 anni), si dimise e il Prefetto, in attesa delle elezioni, inviò il Commissario Gustavo Prezzolini, che era già stato a Gioia poco prima dell’ultimo commissariamento. 
*  Quell’anno, le elezioni amministrative, si tennero il 20 ottobre 1946.   
 Ben 15.078 elettori, il 70,5% degli iscritti, si recarono alle urne e il voto riconfermò le tendenze del 2 giugno:
  • i Socialcomunisti riportarono 4.310 voti, pari al 39,5% e 6 consiglieri;
  • la DC ottenne l’8,6% dei voti e nessun consigliere;
  • l’Uomo Qualunque, portò a casa 5.357 voti pari al 49,2% e 24 consiglieri.
   L’Uomo Qualunque, perciò, conquistò la maggioranza assoluta, ottenendo in consiglio comunale
24 seggi su 30 ed eleggendo sindaco l’avv. Franco Surico,  (che già nel 1942 fu vice podestà con Castellaneta) il quale riportò 22 voti favorevoli (uno in meno della sua maggioranza) e 8 astensioni. 
   Il Consiglio si insediò il 30 ottobre e la Giunta risultò composta da Giovanni De Bellis, Vito Leonardo Losito, Leonardo Losito e Angelo Lattarulo. 
   Alla opposizione sedettero i rappresentanti della sinistra: Costantino Colacicco avvocato, Nicola Capozzi concessionario Singer, Donato Villanova capomastro muratore, Michele Larizza commerciante, Luigi Campanelli ferroviere e Raffaele Birra professore. Erano tutti intellettuali e artigiani antifascisti: un patrimonio etico straordinario per il mondo della sinistra in quegli anni. 
   Dopo appena un anno, alcune polemiche interne all’Uomo Qualunque, indussero il sindaco Surico alle dimissioni che  rassegnò  il 22 dicembre del ‘47. Quelle dimissioni non vennero accolte, ma il sindaco le ripresentò il 23 luglio dell’anno successivo e il consiglio comunale, accettandole, elesse sindaco Angelo Lattarulo Jr, l’erede del grande e rinomato lanificio di Gioia.
   Nelle successive elezioni amministrative del 26 maggio 1952, la DC, che ormai aveva inglobato gran parte delle forze moderate, candidò ed elesse sindaco il cav. avv. Vincenzo Castellaneta,  podestà dal maggio 1931 al dicembre 1942, che restò in carica dal 3 giugno del ’52 al 12 settembre del ’56, alla testa di una maggioranza formata dalla DC, dal PSDI, dal PRI e dai Coltivatori Diretti.        Veniva soprannominato “u v’lètt” per via della sua capacità di eclissarsi nei momenti più difficili.     Ma per tutti fu il sindaco della “nèvafòrt”, in quanto gli toccò di gestire l’immane disastro legato alla nevicata del febbraio del ‘56, quando i cumuli di neve restarono ammucchiati in piazza sino alla fine di maggio. 
*    Qui finisce la cronaca di quegli anni difficili, ormai entrati nella storia della nostra città.    Sia le dimissioni del sindaco Surico che quelle del sindaco Lattarulo, evidenziarono già in quegli anni il problema della instabilità delle civiche amministrazioni, nonostante l’egemonia politica ed elettorale del blocco moderato raccolto attorno alle destre e alla DC, che nelle elezioni del 18 aprile 1948, vide riconfermata la sua forza ottenendo il 45% dei voti, contro il 31 % del Fronte Popolare e il 3,8 % del neonato Msi.
   Gli anni che seguirono, furono contrassegnati da aspri scontri sociali: nel solo biennio ’47’48, a seguito delle dure lotte contadine per il pane e il lavoro, furono operati 450 interventi tra denunce ed arresti. 
   Tra gli eventi più drammatici, va ricordato quello avvenuto il 28 marzo ’47, quando la città assistette al saccheggio degli uffici pubblici e al linciaggio di un provocatore a seguito del tentato incendio della Camera del lavoro. 
   Quella mattina, in poco meno di due ore, furono distrutte le sedi:  dell’Uomo Qualunque, della democrazia Cristiana, dell’Unione monarchica con annessa sezione dei carabinieri in congedo, del Consorzio delle guardie campestri, del Consorzio strade vicinali, dell’Associazione agricoltori, dell’Ufficio imposte di consumo, del Circolo Nuovo, dell’Ufficio del lavoro, del Consorzio agrario e dell’Ufficio delle imposte dirette. 
*  Anni dopo, quando quel blocco sociale e politico, uscito vincitore nelle elezioni del ’46, mostrò la sua sostanziale inadeguatezza di fronte ai problemi sociali di quell’epoca, nonostante la pervasività del suo sistema di potere basato sul paternalismo,
sull’assistenzialismo e sull’autoritarismo e  nonostante il sostegno esplicito degli arcipreti don Luigi Tosco e don Franco Di Maggio arrivato a Gioia nel novembre del ’49, la maggioranza decise senza indugi di puntare tutte le sue carte  “sull’usato sicuro” e, confidando nelle sue indiscusse capacità manovriere, elesse sindaco il vecchio podestà, avv.
Vincenzo Castellaneta.
  Il clima di aspre contrapposizioni, sia nel consiglio comunale che nella città, veniva aggravato dalle tensioni internazionali causate dalla guerra fredda, con la pericolosa vicenda dei missili Jupiter nel nostro aeroporto, che sarebbe stato bombardato dai sovietici se non si fosse risolta in extremis la crisi cubana nell’ottobre del 1962; quel clima si protrasse almeno sino a metà degli anni ’60, quando l’opposizione di sinistra nel 1963 portò in consiglio comunale ben 12 rappresentanti.
   Negli anni successivi, gli eventi più significativi che contrassegnarono la vita politica cittadina, e che in altre sedi meriteranno ulteriori approfondimenti, si possono individuare nelle seguenti tappe: 
  • le elezioni del novembre 1967, quando la Dc perse la sua ventennale maggioranza assoluta;
  • la svolta del 1968, che vide la nascita del primo centrosinistra;
  • il “terremoto” del 1976, che vide il Pci avvicinarsi alla stanza dei bottoni;
  • il dramma del 1993, quando il Consiglio comunale fu sciolto per (inesistenti) infiltrazioni mafiose;
  • il cambio di passo del 1995, quando si ebbe la prima elezione diretta del sindaco.
   Dopo quest’ultima data, la storia politica della nostra città, prese un’altra direzione, portandosi dietro tutti i pregi e i difetti delle precedenti ere politiche. 
  • E’ bene comunque ricordare che, negli ultimi 80 anni, a causa di queste ricorrenti instabilità, la città ha conosciuto ben 16 gestioni commissariali, per la durata complessiva di 163 mesi. 
   Per quasi 15 anni, cioè, la città è stata amministrata dai “forestieri” sia prima che dopo la legge sulla elezione diretta del sindaco. 
   Alcune forze politiche di orientamento autoritario, plaudivano ed invocavano ad ogni piè sospinto la venuta dei commissari prefettizi; e i responsabili di quelle crisi, appartenenti a tutti gli schieramenti politici, accoglievano con sollievo il loro arrivo, per trafficare ugualmente alle loro spalle, allo scopo di riorganizzare le proprie truppe e ritentare la scalata al potere. 
  • Nonostante questa storia contrastata, oggi noi “festeggiamo” l’80° anniversario del ritorno della democrazia nel nostro comune offrendoci l’occasione di osservare come, nonostante i limiti e le contraddizioni, come il sistema autenticamente democratico, resti di gran lunga da preferirsi alle dittature di ieri e alle minacciose “democrature” di oggi e come il confronto democratico che avviene nei consigli comunali sia in ogni caso di gran lungo superiori alle algide gestioni commissariali.  
   La celebrazione di questa ricorrenza, vuole essere pertanto un doveroso omaggio a quanti si sono sacrificati per garantirci un futuro di libertà e di democrazia, basato sulla solidarietà e sulla giustizia sociale.
   Sono valori che vanno continuamente difesi dalle insidie di un certo pericoloso revisionismo e che dovranno impegnare tutti noi a lavorare, ciascuno nel rispetto dei propri ruoli, nella comune determinazione di difendere e di consolidare gli ideali di libertà e di democrazia, nel segno dell’antifascismo, dell’unità del Paese, della Repubblica e della Costituzione.

 

Paolo Covella

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