Il coraggioso addio. Ispirato. Una storia vera. Romanzo autobiografico. Una donna cresciuta nella comunità asfittica dei Testimoni di Geova.
La sua fuga grazie anche ai figli e alla psicoterapia.
«Quanta ipocrisia, soprattutto sul sesso. Facevo le mie 70 ore mensili a bussare alle porte delle case, ma non mi piaceva: quando insultavano papà ci restavo male. … mi manca la fede, era bello avere qualcuno con cui dialogare».
Trentasette anni. Vive e lavora in provincia di Milano. Due figli e un compagno. A Natale ha fatto molti regali. Come tanti, ma lei ha un bell’arretrato da smaltire. Fino ai 29 anni non ha potuto festeggiare la natività di Gesù. La sua era una famiglia particolare. I Testimoni di Geova festeggiano la morte di Cristo. Molto poco la nascita e la sua resurrezione. Un cristianesimo, che parte dalle sacre scritture. Lì nasce il nome originario Geova. Molti traumi l’hanno invogliata a uscire.
Un prezzo altissimo. Essere cancellata dalla vita dei genitori, delle sorelle e di un fratello.
Martina Pucciarelli è l’autrice de “Il Dio che hai scelto per me”, casa editrice HarperCollins Italia. Da ieri in tutte le librerie. Un romanzo pieno di verità. Il racconto della sua esperienza di vita, della sua sofferenza e della sua rinascita.
Il primo regalo?
«Un orologio, dai nonni che non erano nei testimoni di Geova. Era il 2016. Quest’anno … il mio compagno mi ha regalato una bella penna».
Perché tirarsi fuori? Un suicidio?
«Serviva come meccanismo narrativo. … le morti sono finzione, il resto è vero, solo romanzato».
E l’abuso sessuale subito in tenera età? Messo sotto silenzio? Da una anziana?
«Non ci sono anziane nei testimoni di Geova, solo anziani, … le donne non possono avere nessuno ruolo di autorità. Sono tutte sorelle di fede. … non ho inventato nulla. Per me quel fatto è diventato un tabù per tanti anni. Il dolore più grande è stato che non venisse data importanza alla cosa. Devo riconoscere a mia madre che lei se ne era accorta, io le ho chiesto di portarmi da una sorella di fede che era come una seconda madre, cui ero legatissima e lei ha peccato di superficialità. … ci sono ragazze che hanno subito abusi ben peggiori».
Una violenza taciuta?
«La spinta ha a che fare con la maternità. E riguarda la prima accusa che ho mosso a Dio. Mi ero sposata, i figli non arrivavano. E dicevo a Geova: “Sono sempre stata brava e ubbidiente e ho sempre fatto quello che volevi, ho rinunciato a tante cose per te e una cosa ti chiedo, una cosa voglio, perché non me la dai?”. Ci credevo e all’epoca pensavo che mi stesse punendo per qualcosa che non avevo capito. E poi ho fatto la fecondazione assistita, … secondo le regole della comunità, con il seme del marito, ma lì mi sono detta che il figlio non me l’ha dato Dio ma la scienza».
Una verità?
«La verità. Sono andata da mio marito e gliel’ho detto, che non mi convinceva più questa storia che Dio concede i miracoli … se sono in linea con la sua volontà. Loro, i testimoni di Geova, dicono così. E io ho detto non ci credo. Poi quando ero incinta temevo di perderlo, non per aborto, ma per l’esperienza di maternità che avevo vissuto, l’idea che se un figlio non segue Geova lo devi perdere. Non mi sentivo in grado, temevo di esser anaffettiva, per timore di rinunciare a un figlio come mia mamma aveva rinunciato a mio fratello quando lui è uscito dai testimoni di Geova».
Quando la decisione?
«Dopo alcune sedute di terapia. Era il 2014, e io ero al 7° mese, aspettavo il secondo bambino, e sentivo il bisogno di confrontarmi con qualcuno che non fosse della comunità, e la gravidanza mi ha dato la scusa per andare in terapia, che è vista malissimo. In genere ti fanno fare chilometri per andare da psicologi testimoni di Geova. Io con la scusa che ero incinta e che una sorella di fede che lavorava in una struttura sanitaria aveva iniziato a fare psicoterapia da una sua collega, ho detto a mio marito che se ci andava lei, potevo andarci … io».
Quale terapia?
«Qualcosa non mi tornava. Loro ti promettono una felicità tanto più grande quanto più rinunci alle cose: io avevo rinunciato a tutto ma ero infelice. … o il problema sono io, come volevano farmi credere, o la ricetta non funziona. La terapista mi ha detto: “Se ti prendo e ti metto in un altro contesto, tu funzioni”. La supplicavo di darmi antidepressivi e lei no, diceva, bisogna lavorare… E in un paio di anni sono uscita».
Una decisione sofferta?
«Per gradi. Con il secondo figlio, sono andata da mio marito e gli ho detto: non mi interessa se i nostri figli non diventano testimoni di Geova… Se una volta, al posto di una ragazza, ci portano a casa un ragazzo. Questo è stato il primo distacco. Poi ho fatto richieste più pratiche, a casa va bene niente Natale o Carnevale ma a scuola devono essere come gli altri. Sono uscita per i miei figli, per me non ci sarei riuscita, … non mi volevo bene abbastanza».
Scrivere un libro?
«Quando ho rivisto una mia ex compagna di liceo, fatto in Calabria. La scuola, quando ero tra i testimoni di Geova, è stata un posto sicuro, ho sfruttato … le attività extrascolastiche per vivere nel mondo reale, dal giornalino al teatro, con ragazze come Erminia, che una volta mi ha detto “perché non scrivi la tua storia?”. È così ho iniziato».
Cosa le manca?
«La fede. … ci credevo, a Geova io parlavo, era bello avere qualcuno con cui dialogare, con cui trovare senso per le cose della vita».
Girava?
«Sì, facevo le mie 70 ore mensili di pioniera, ma non mi piaceva quell’attività. Da piccola accompagnavo papà e ci restavo male quando lo insultavano».
Quale la rinuncia più grande?
«L’amore, si arrogavano il diritto di dirti chi dovevi amare».
Un peccato diffuso?
«L’ipocrisia. Ci sono persone che spendono la vita per il prossimo, dedicando tempo non pagato a predicare l’amore, e poi in casa … non parlano con i figli o rinunciano a loro. Ipocrisia, o follia. Io sono cresciuta come figlia di un anziano, poi moglie di un anziano. Per noi, figli e mogli di questa “categoria”, gli occhi erano sempre addosso, altrimenti gli anziani rischiavano di perdere la nomina. Mio padre ha scelto di fare l’anziano, sacrificando di fare il padre, con mio fratello, ha cacciato il figlio per salvare la sua reputazione».
Quale?
«Riguarda il sesso, e i miei genitori. Avevo capito che mio fratello aveva un altro padre biologico, prima che ce lo dicesse mia nonna e poi mio padre. Ma di recente ho scoperto un’altra cosa sconvolgente. Mio fratello maggiore è tornato da Roma perché era morto il suo padre biologico e si è presentato con un plico di lettere di mia madre rivolte a quest’uomo, il suo amante, nei primi anni 80. Non riusciva a leggerle: “Per favore, leggile tu”. In queste lettere di mia madre ventenne ho scoperto che lei non aveva amato mio padre e aveva … voluto la nascita di mio fratello da quest’uomo, … prima pensavo fosse stato casuale. È poi emerso un aspetto che lei aveva nascosto: era molto libertina, nelle lettere non menziona quasi mai mio padre, mentre parlava di altri uomini, citandoli per nome, con cui voleva fare l’amore».
Convertirsi per espiare?
«Vivevano in uno stile beat generation, una giovinezza di eccessi, mio padre l’ha confessato a mio fratello. Questa era la loro maniera di ribellarsi. Alla fine, si sono auto-puniti… convertendosi. Ho provato rabbia, giustificata, … c’è una via di mezzo tra fare orge in casa e costringermi a sposarmi vergine. Invece, loro hanno scelto gli estremi. Hanno immolato me per espiare i loro peccati. Dovevano limitarsi a immolare sé stessi. Mi hanno tolto l’adolescenza».
Qualche risposta, ben articolata, ci conduce direttamente alle pagine avvincenti del libro di Massimo Recalcati: “Il grido di Giobbe”.
Antonio Losito






