Dare voce alle donne. Sempre. Specialmente dove non hanno nemmeno quel diritto. Vivono una condizione ancora troppo svantaggiata. Di assoluta inferiorità. È necessario sapere e parlare. Le donne possono e devono raccontare in prima persona quello che quotidianamente vivono. Un racconto della realtà “al femminile”. Già 2023 il mondo intero ha ascoltato l’urlo delle donne afghane, quando hanno descritto la loro condizione di privazione dei loro diritti basilari da parte dei talebani. Poi l’anno scorso è stato il turno delle donne di pace. Coraggiosa testimonianza in ogni parte del mondo della possibilità di dialogare con testardaggine contro le logiche della guerra. Un viaggio intorno al mondo, che ci ha permesso di conoscere tutti i sotterfugi per aizzare e creare un conflitto. Vorremmo ripartire dall’ascolto di quelle donne che continuano a raccontare, a rischio della propria libertà e della propria vita, che, quando si incontra una cieca resistenza verso l’apertura ai diritti e alla dignità del genere femminile, si va incontro a una perenne sottomissione.
Un ruolo fondamentale per rilanciare tutti i temi specifici che riguardano le donne. Salute, istruzione, discriminazioni, violenza di genere, ma anche imprenditoria e potenziamento di sé e della propria capacità di autodeterminazione, cioè quel processo attraverso cui le donne acquisiscono maggior potere e controllo sulla propria vita.
C’è un obiettivo: dare voce a tutte le donne, in particolare del Sud del mondo. Ascoltare i racconti di vita e della loro continua sottomissione. Dare loro spazio in tutto il mondo, non solo in Occidente.
Dare voce alle donne dell’Afghanistan. La vita e le storie delle ragazze costrette ad accettare l’istruzione coranica da parte dei talebani nel chiuso della madrasa, una specie di scuola.
Vari altri argomenti. Ma le scuole religiose nell’Afghanistan, quelle nell’apartheid di genere sono l’unica possibilità per le ragazze di uscire dall’isolamento.
Che altro? Il macigno dei matrimoni precoci in Uganda. La lotta in difesa dell’acqua in Messico da parte delle attiviste. La resistenza in Iraq delle donne yazide dopo il genocidio.
Di moltissimi movimenti in Tv e sui quotidiani si parla pochissimo. Paola Barretta, portavoce dell’Associazione Carta di Roma, alla conferenza stampa di presentazione della campagna avvenuta nella sede dell’Associazione Stampa Estera di Palazzo Grazioli, nella Capitale, ha affermato: «Fanno “notizia”, le donne straniere e migranti quando accadono efferati casi di cronaca, come l’omicidio della giovane pachistana Saman Abbas».
Ha, inoltre, proseguito: «Nel 2024 solo il 7 per cento dei servizi dei telegiornali ha incluso la voce diretta dei protagonisti, confermando un trend consolidato negli anni. Unica eccezione, nel 2022, proprio il racconto del dramma delle profughe ucraine, accolte diffusamente in Italia con i loro bambini». Testimonianze e storie scompaiono. Principalmente quelle al femminile, molto sottorappresentate. «Della condizione delle donne, della loro resilienza e protagonismo non c’è traccia. Sono descritte per lo più come inermi, bisognose d’aiuto o come vittime».
Nello Scavo, inviato del quotidiano “Avvenire”, nel suo intervento ha detto: «Sostenere e mettere in rete il lavoro delle giornaliste del Sud del mondo è la rivoluzione necessaria anche al nostro modo di raccontare il mondo e le migrazioni». «Dare sempre voce a storie altrimenti invisibili».
«La realtà in tutto il mondo è quella che si costruisce attraverso la testimonianza diretta di chi vive la povertà, la speranza, il conflitto. E spesso, troppo spesso questo racconto ha un volto femminile».
Antonio Losito