La Guardia costiera italiana ha soccorso un barcone di migranti partiti dalla Libia. Si è rovesciato davanti all’sola in Area Sar. Un pronto intervento per recuperare i sopravvissuti insieme ai corpi delle vittime.
Uccisi dal freddo intenso. Gelati dal fortissimo vento. Intossicati anche dall’intenso fumo del carburante. Due lunghissimi giorni in balia delle onde de mar Mediterraneo diventato ormai un cimitero immenso. Tentavano di raggiungere le rive sognate dell’Italia. Diciannove migranti morti di ipotermia nell’ennesimo naufragio in questi primi mesi lungo la rotta del mare che circonda l’Italia. Soccorsi a circa 80 chilometri dalle nostre coste da tutti riconosciute decisamente sicure.
La Guardia costiera in piena notte ha messo in salvo 58 persone. Avvinghiati ai cadaveri nello stesso barcone ormai alla deriva da lunedì scorso. Tutti i sopravvissuti e i corpi esanimi sono poi sbarcati al molo Favarolo, al termine di una lunghissima operazione di recupero. Con proibitive condizioni metereologiche. Il viaggio verso l’isola si è trasformato in una agonia molto lenta. Sette migranti sono stati ricoverati al poliambulatorio di Lampedusa. Cinque in gravi condizioni, anche se fuori pericolo. Un bambino di appena un anno di vita.
Una donna giovanissima, intossicata dai fumi del carburante, è stata ricoverata sull’isola in uno stato di ipotermia. Lo sguardo sempre fisso verso il piccolo. Con il respiro affannato e con voce tremante chiedeva e ripeteva: «Lui adesso che fine farà?». Anche se non è sua madre. Deceduta poco dopo sul barcone per il freddo.
I poliziotti con l’aiuto di mediatori culturali cercano di identificarne il cadavere tra le vittime sbarcate. Dei corpi trasportati a riva non si hanno ancora notizie sul riconoscimento.
La donna sul barcone, salpata all’alba dal porto libico di Abu Kammash, si affidava alle iniziali favorevoli condizioni metereologiche. In breve il tempo ha coperto il mar mediterraneo con una fitta pioggia. Il vento forte ha fatto abbassare di molto la temperatura e ha provocato il naufragio. Tre uomini, secondo il racconto degli scampati al disastro, sono caduti in mare e sono morti.
Altri dicono: «Tra i morti forse c’è una nostra amica, non l’abbiamo più vista». Per l’intera notte tutti sono rimasti ancorati insieme a tutte quelle persone che molto lentamente per il forte freddo perdevano i sensi.
Quando a notte fonda i militari hanno intercettato l’imbarcazione, ai loro occhi si è scoperta una tragedia. Sulla stessa barca c’erano i sopravvissuti insieme ai cadaveri.
Di fronte a queste drammatiche notizie, perché il termine accoglienza continua a essere latitante?
Antonio Losito