Aldo Moro, un esempio di alta politica.
Lo sconcerto ci prende quasi ogni giorno.
Quando notiamo quel desiderio spasmodico di protagonismo teso a ricercare divisioni, spesso pretestuose, nel raggruppamento politico di cui si fa parte.
Quel volersi differenziare costantemente.
La lotta politica all’interno del proprio partito è una consuetudine.
Il confronto e le discussioni possono essere talvolta pacate, altre volte accese fin’anche a raggiungere la veemenza, ma sempre tendenti a manifestare e a far valere le proprie idee. Di minoranza, che in seguito possono diventare maggioranza.
In passato, le posizioni dialettiche sono state la forza della democrazia interna dei partiti. Né Pietro Ingrao, né Giorgio Amendola, da angolature diverse, hanno mai pensato di uscire dal proprio partito. Né Riccardo Lombardi, né Francesco De Martino hanno mai sbattuto la porta.
Nemmeno Aldo Moro, “defenestrato” nel 1968, abbandonò il suo. Anzi.
La sera del trentuno gennaio 1969, presso la sala consiliare della provincia di Bari, che si affaccia sul lungomare, riprese attivamente il percorso di rivincita politica all’interno del suo partito con un discorso lungimirante, partendo da posizioni di minoranza.
«Grazie per la vostra comprensione».
Fu l’esordio. Poi si lasciò trascinare dalla passione e parlò della «rigida svolta» contro di lui architettata.
Le emozioni facevano da padrone. Leggeva, reggendo i fogli con la sinistra.
Nell’altra mano aveva un fazzoletto bianco. Si asciugava le lacrime.
Concluse difendendo la forza politica cui apparteneva e affermò: «Noi lavoriamo perché essa sia la più vigorosa, la più ricca di vitalità interiore, la più capace d’interpretare le esigenze di moralità, di autenticità, di giustizia, di libertà e di pace così vive oggi nel nostro Paese e nel mondo».









Toccante. Coplimenti !!
Toccante.Complimenti !!
Vito Rinaldi