Quando Gesù, bambino, fu portato a Gerusalemme e presentato al Tempio di Erode, Maria e Giuseppe offrirono al Signore una coppia di tortore o di giovani colombi.
Era prescritto nella legge ed era usanza degli umili o dei poveri (Lc 2,22-24). I più poveri potevano offrire solo un decimo di efa di fior di farina.
L’efa era una misura di capacità uguale a un recipiente che può contenere una persona, cioè circa 35 litri. Esattamente il sistema descritto nella bibbia, corrispondente a quello babilonese.
Chi era ricco offriva di più: una pecora o una capra, una femmina del gregge (Lev 5,6-11).
In base a quell’offerta, che Luca descrive con dovizia di particolari, la famiglia di Nazaret doveva sicuramente appartenere alla classe popolare della società ebraica. Al ceto medio, diremmo oggi, e in una scala di valori, che va da zero a dieci, doveva occupare un posto tra tre e sei.
Possedeva, forse, delle rendite, oltre la casa di famiglia. Un pezzo di terreno con vigneto, ulivi e alberi da frutto. Qualche animale. Un asinello, ma anche capre, pecore e galline.
Poi la bottega di falegname ci fa ritenere che Giuseppe facesse anche il carpentiere e partecipasse ad altri lavori, che il periodo erodiano offriva.
Non era solo a lavorare.
Maria, accanto agli abituali lavori domestici, sapeva tessere e filare come le donne e le ragazze del suo tempo.
“Portava qualcosa a casa”. E questo aiuto alla famiglia permetteva un tenore di vita semplice, autonomo e sufficiente con qualche agiatezza e comodità.
Una situazione economicamente serena, tale da permettersi il lusso di offrire al Tempio i due colombi o le due tortore.
Il lavoro della donna è sempre un vantaggio per la vita familiare. Ma soprattutto, quando c’è, arricchisce la società in cui viviamo.







