«Sono nata in carcere», sarà la sua risposta.
È nata la scorsa settimana.
Nel carcere di Rebibbia.
Non sappiamo il nome che la madre, sicuramente piena di guai, le ha dato.
È la quarta figlia.
Non poteva nascere in quel posto, perché tutti sappiamo che una donna in dolce attesa non può finire dietro le sbarre.
La gravidanza avrebbe dovuto proteggerla dall’arresto.
Invece no, dobbiamo ricrederci. Talvolta la legge è complessa e impenetrabile. Il maggior rigore ha prevalso.
Pare proprio che sia stata una giudice a decidere di relegarla in carcere, con la presunzione e il fondato timore (?!) che la puerpera arrestata potesse ritornare a «commettere fatti analoghi», cioè piccoli furti.
Ventitré anni. Italiana, bosniaca di origine, naturalmente nulla facente e residente in un campo rom.
Compagno disoccupato. Non aveva credibilità alcuna per evitare tale reclusione.
La giustizia italiana è stata irremovibile, anche se aveva il pancione.
Non c’era, in Italia, la possibilità di garantire un modo migliore per mettere al mondo una bambina?
Per fortuna la cronaca ci aiuta e attenua la nostra infinita tristezza: la madre e la figlia stanno bene.
Dopo le prime contrazioni, è stata aiutata dalla compagna di cella. Il medico e l’infermiera del posto sono intervenuti tempestivamente, perché non c’era tempo per portarla in ospedale.
Le madri possono aver commesso qualsiasi crimine, ma i bambini dietro le sbarre sono una sconfitta per tutti noi.
Antonio Losito