Il 14 dicembre 2021, nel Salone della Biblioteca Comunale Prospero Rendella di Monopoli, si è tenuta la cerimonia di commemorazione di Remigio Ferretti, sindaco, scrittore e uomo di cultura, nel centenario della sua nascita.
L’iniziativa è stata promossa da Gesumino Laghezza, già esponente politico e amministrativo della città, attuale Delegato Regionale dell’Associazione Nazionale Marinai d’Italia per la Puglia Settentrionale e la Basilicata.
Sono intervenuti come relatori il prof. Domenico Cofano, già ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Foggia (per il profilo di poeta e saggista), il prof. Antonio Bini, già docente di Storia e Filosofia presso il Liceo Scientifico di Monopoli ( per l’attività scolastica e la dimensione umana), il prof. Walter Laganà, già sindaco di Monopoli e docente di Italiano e Storia presso l’Istituto Tecnico Commerciale della città ( in riferimento al percorso politico e amministrativo).
Presenti gli ex sindaci Francesco Alba ed Emilio Romani, l’assessore alla Cultura Rosanna Perricci e il Presidente del Consiglio Comunale Luigi Colucci.

BIOGRAFIA DI REMIGIO FERRETTI A CURA DI FERRUCCIO FERRETTI E STEFANO CARBONARA
Remigio Ferretti è nato da Raffaele e da Madia Pirrelli, a Monopoli il 25 settembre 1921:
E’ morto a Monopoli il 17 maggio 1991.
Ha compiuto gli studi primari e secondari nella città natale, conseguendo la maturità classica presso il Liceo “G.Galilei” di Monopoli con la votazione di 9/10.
Combattente, reduce, capitano di fanteria in congedo.

Ha sposato nel 1945 Gemma Binando dalla quale ha avuto due figli, Furio ( suoi figli Remigio,Riccardo e Aurora) e Ferruccio.
Ha frequentato il corso di laurea in Lettere presso le Università di Roma e Bari, giovandosi dell’insegnamento di grandi professori come Gentile, Schiaffini, Funaioli, Ghisalberti, Sansone, laureandosi presso l’Università di Bari nell’agosto del 1946 con una tesi in Storia Moderna, relatore il prof. Giovanni Masi, su “Il porto di Monopoli nel XVI secolo”, con il massimo dei voti (110/110) e proposta di pubblicazione.
Vincitore nel 1947 di una borsa di studio assegnata dall’Università di Bari ai migliori laureati dell’anno accademico precedente.
Assistente volontario presso la cattedra di Storia Moderna della Facoltà di Lettere dell’Università di Bari tenuta dal prof. Giovanni Masi per il biennio 1946-48.
Assistente volontario presso la cattedra di Letteratura e Lingue Italiane della Facoltà di Lingue Straniere dell’Università di Bari tenuta dal prof. Ferruccio Ulivi nel triennio 1958-61.
Ordinario di Lettere Italiane e Latine nei Licei di Stato e di Italiano e Storia negli Istituti Commerciali, ha prestato servizio per quasi un trentennio presso il Liceo-ginnasio “G.Galilei” di Monopoli.
Si è brillantemente laureato in Giurisprudenza nell’agosto del 1954 presso l’Università di Bari con una tesi su “Il delitto politico” relatore il prof. Aldo Moro. Procuratore legale dal 1957:
Avvocato dal 1962. Iscritto regolarmente all’albo ha esercitato la professione forense fino al dicembre del 1990.
Ha collaborato a varie riviste e quotidiani con articoli, saggi e recensioni (“Messaggero”, Annali della Pubblica Istruzione”, “Montecitorio”, “Puglia”, “Dilectus”), nonché a fogli regionali e locali.
Ha pubblicato cinque volumi di liriche: Quaderno di poesie, Monopoli, Di Palma, 1947; Ballata al vespro, Bari, Comunità del Sud, 1966; L’uomo sul filo, Fasano, Grafischena, 1974; Clessidra, Fasano, Grafischena, 1983; Le mie mani (postumo), Monopoli, Vivere In, 1995; e un saggio storico-letterario sull’umanesimo meridionale Muzio Sforza e l’orazione in lode di Porzia, Bari, Edizioni Levante, 1980.
E’ stato socio dell’Accademia Tiberina.
Numerose e lusinghiere le recensioni giornalistiche e televisive ai suoi scritti tra cui quelle di Silvestro Prestifilippo, Vanni Ronsisvalle, Gianfredi Paolo Vozzi, Ave Maria Stella, Raffaella Lovascio, etc.
E’ intervenuto con una comunicazione su Muzio Sforza e la Polonia al convegno di “Monopoli nell’età del Rinascimento” nel 1985.
Un suo profilo poetico insieme alla lirica “Quando l’anima è un grido” sono stati inseriti nel volume di Angela Pensato “La Puglia nella poesia” Fasano, Grafischena 1980
Attività politica amministrativa.
Iscritto alla D.C. dal 1946.
Elezioni comunali 27 maggio 1956 Consigliere comunale DC con voti 521.
Assessore alla Pubblica Istruzione nel 1955-56, ai Lavori Pubblici nel 1956-58 nella Giunta del sindaco Angelo Sorino.
Elezioni comunali 7 novembre 1960 Consigliere Comunale DC con voti 574.
4 dicembre 1961. Eletto sindaco con giunta DC-PSDI.
Elezioni comunali 22 novembre 1964. Consigliere comunale DC con voti 3.204
Sindaco nel 1964 con giunta monocolore DC, poi nel 1966 con giunta DC-PSU.
Sindaco nel 1969 con giunta monocolore DC.
Elezioni comunali 7 giugno 1970. Consigliere DC voti 455
Prime Elezioni regionali 7 giugno 1970. Candidato non eletto con 3.364 voti a Monopoli.
Immagini con presenza di Remigio Ferretti tratte dai libri di Stefano Carbonara
Durante l’espletamento dell’incarico di Sindaco ha contribuito in modo decisivo allo sviluppo della città pugliese, promuovendo la creazione di nuove scuole( Liceo Ginnasio in via Europa Libera, Scuola Media di Antonelli, sezioni staccate per Scuola Professionale per Industria e Artigianato, Istituto Tecnico Industriale, Istituto Professionale per l’Agricoltura, Scuola Marittima, Istituto d’Arte), di impianti sportivi (Palazzetto dello Sport) e di servizi sociali (centro spastici), la costruzione di infrastrutture (grande circonvallazione SS 16, rete di metano ENI, teleselezione), l’insediamento di complessi industriali (Ceramica delle Puglie), il passaggio del porto alla seconda classe, la costruzione del Portico di accesso alla Cattedrale, l’inserimento di Monopoli nel comprensorio dei Trulli e delle Grotte, l’organizzazione nel 1966 del primo “Agosto Monopolitano”, la prima “Mostra dell’Artigianato”, la prima gara automobilistica “Coppa Città di Monopoli” sul tratto collinare Monopoli Alberobello valida per il Trofeo Nazionale della Montagna.
Discutibili, anche se approvate e accettate dalla maggioranza dei cittadini, le attività in campo urbanistico: abbattimento di vecchi palazzi del centro murattiano con la costruzione di nuovi edifici a 6-7 piani, mancata approvazione del Piano Regolatore Generale.
Componente della Commissione tributaria provinciale per i profitti di regime.
Membro del Comitato regionale della programmazione dal 1964 al 1970.
Grand’Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica con decreto del 1975.
Presidente del Lions Club di Monopoli nel 1974 e delegato di Zona nel 1975.
Ha conseguito il premio di cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri il 26.11.1983.
Consigliere del C.I.A.P.I. dal 1978 al 1980.
Commissario Straordinario dal 1980 al 1984, Commissario Liquidatore dal 1.1.1984.
Giudice Unico Regionale della F.I.H.P. dal 1977 al 1983.
Presidente Commissione Nazionale di Inchiesta Hockey nel 1985.
Commissario del Comitato Comunale dell’Istituto Nazionale per la Storia del Risorgimento e Consigliere Provinciale dal 18.3.1981 al 1983.
Socio della Società di Storia Patria nel gennaio 1986 e poi Presidente.
Presidente dell’Associazione “Tempo Libero” negli anni ’80.
Componente Commissione Biblioteca “Rendella” nel 1984.
INTRODUZIONE DI GESUMINO LAGHEZZA

Anno 1972: avevo 17 anni quando ho conosciuto il Professore. Si trattò di un incontro del tutto casuale e spontaneo, perché non sono stato suo alunno, ma ho avuto la fortuna di stringere con lui un rapporto speciale… il Professore è stato per me un Maestro di vita.
Già fuori dalla politica attiva ma attento ai fermenti culturali giovanili, don Remigio, aveva fondato l’Associazione culturale “Tempo Libero”, un luogo di incontro, di scambio intellettuale, di svago, in cui si passavano i pomeriggi ascoltando musica e praticando sport, soprattutto nelle domeniche dell’Austerity (1974). Il suo pensiero era costantemente rivolto ai giovani, alle generazioni che voleva davvero “nuove”, o meglio rinnovate, proiettate verso un futuro positivo, incoraggiante. Forse per questo, il Professore non era solito raccontarmi beghe, tradimenti e nemmeno i momenti migliori, più esaltanti, della sua avventura politica, ma cercava di trasmettermi/comunicarmi la sua esperienza, con l’idea che dovessi formarmi una opinione personale ed esprimere un giudizio in assoluta autonomia.
Mi ha insegnato l’importanza del buon governo, quello volto all’ascolto delle esigenze e delle inclinazioni della popolazione, quindi il senso vero della rappresentatività della classe dirigente eletta; mi ha insegnato altresì l’importanza e il valore sociale della protesta e del dissenso.
Tra i molti aneddoti che ricordo delle nostre chiacchierate, penso in particolare a quando, talvolta, passeggiando in piazza, al “Borgo”, incontravamo gente, tanta gente, che lo salutava: ecco, allora, che don Remigio si fermava per motivi diversi e iniziava a dirmi di loro, raccontandomi storie, parentele, vicende tutte monopolitane, e… scorgendo il mio sguardo quasi smarrito perché – infondo ero solo un ragazzo – e non conoscevo fatti e persone, sorrideva divertito e mi diceva: “Mino come ti invidio, quanta gente non conosci”!
Quando, nei giorni scorsi, qualcuno mi ha fatto notare che l’evento che qui celebriamo non ha un titolo, ho pensato che REMIGIO FERRETTI è di per se un titolo, inteso come un programma, una traccia e ma soprattutto il riferimento riconoscibile di un’“epoca” per Monopoli e per i monopolitani.
È con una certa emozione, che, insieme agli illustri Amici che hanno accettato di essere qui stasera, che finalmente presentiamo: l’Uomo, l’Intellettuale (Prof. Cofano), il Professore (Prof. Bini) e il Sindaco di Monopoli (Prof. Laganà).
INTERVENTO DI DOMENICO COFANO
Non per motivi particolari di merito, ma, forse, solo perché ho avuto il privilegio di essergli stato vicino fino a pochi giorni prima della morte, tocca a me il compito di ricordare, insieme a Tonio e a Walter, Remigio Ferretti.
L’incontro di questa sera non nasce per sollecitazioni istituzionali, ma per l’impulso irrefrenabile e sincero di chi, come Mino, non ha dimenticato e, a distanza di tempo – ma la distanza spesso giova, perché restituisce i contorni più limpidi e più veri – avverte l’esigenza di rendere omaggio a un uomo che, dopo una vita intensa, dopo avere per lunghi anni segnato, con pochi altri, il tono culturale e civile della città, si staglia ormai nelle regioni dell’Eterno, ove «è silenzio e tenebre la gloria che passò».
Ma non è silenzio e tenebre il servizio di animazione culturale che, soprattutto negli ultimi anni, dopo le delusioni e i disinganni della politica, era diventato la motivazione prevalente della sua attività quotidiana, quasi a recuperare in ritardo un percorso smarrito e in qualche modo tradito; quello degli studi, che aveva in parte sacrificato all’ardore della militanza civile, nella vana speranza che fosse ancora possibile risarcire la tradizionale separatezza fra il mondo della cultura e quello della politica.
Ovviamente non parlerò di Remigio Ferretti politico, ma non posso non ricordare quegli anni di entusiasmo unanime, di esaltazione quasi fanatica per questo personaggio nuovo, dall’intelligenza viva e scattante, dagli occhi fervidi e mobilissimi, che faceva «accendere la piazza di luci, di applausi e di voci»; per il leone ruggente – così amò definirsi in una poesia – che, se «scoteva la fulva chioma, polarizzava su di sé tutta l’attenzione».
Ma, certo, connesso all’impegno politico era il suo profondo convincimento che una vera emancipazione sociale non fosse possibile senza un’emancipazione culturale, e che in quest’opera di risveglio bisognasse coinvolgere tutta la comunità.
Di qui la sua tenace caparbietà, il suo desiderio di promuovere la presa di coscienza, da parte della città, della propria identità.
Tutta la biografia di R. F. non sarebbe comprensibile se non fosse illuminata, al fondo, da quell’ansia di conoscenza che lo portò dapprima a collaborare, negli anni giovanili, come assistente volontario presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Bari, lo indusse poi a conseguire una seconda laurea in Giurisprudenza, lo risolse, in seguito, a redigere articoli, saggi e recensioni per varie riviste e quotidiani e ad impegnarsi in tutte quelle associazioni e istituzioni (dai Lions alla Società di storia patria e all’Associazione Tempo Libero) che potevano avere un ruolo propulsivo nella vita cittadina-
Di Ferretti rimane, dunque, soprattutto l’amore per la nostra città, «regina di Peucezia, distesa tra verdi clivi e soffici arenili». A quell’amore si deve ricondurre non solo la sua generosa presenza nei settori più disparati, non solo la sua battaglia per la difesa della Diocesi contro i misteri vaticani, non solo la polemica sul porto turistico e sul Giambellino, ma anche e soprattutto il suo lavoro di ricerca culminato in un saggio su Muzio Sforza e la Polonia, per il Convegno su «Monopoli nell’età del Rinascimento», e nella monografia su Muzio Sforza e l’orazione in lode di Porzia, che si avvale di una splendida prefazione di Luigi Russo.
Ma con l’amore per la propria città convive in R. F. l’amore per la letteratura e la poesia, di cui restano a perenne ricordo cinque belle raccolte (Quaderno di poesia, del 1947; Ballata al vespro, del 1966; L’uomo sul filo, del 1974; Clessidra, del 1983; e. postuma, del 1995, Le mie mani).
In quei componimenti, volti a sondare il senso misterioso della vita, viene soprattutto celebrato il sentimento amoroso, come contrappunto consolatorio del naufragio del poeta, della sua disincantata e amara pena esistenziale.
Alle sue liriche, in effetti, è sotteso un velo di malinconia; quella malinconia che, al di là delle prorompenti ed esteriori manifestazioni di cordialità e buonumore, ha connotato la condizione umana e spirituale di Remigio, il cui tic-tac, cito, «sempre limpido e forte, più non si sente in sintonia con la realtà dei fatti nuovi e della nuova gente»; come «monade finestrata», Remigio soffre il suo isolamento e al tempo stesso se ne compiace come di un segno della sua aristocrazia spirituale, Così un giorno, autobiograficamente, si compiaceva delle sue acrobazie l’uomo sul filo, così, nella fase ultima della sua vita, si compiaceva delle sue esibizioni il leone ruggente di cui vi parlavo, che non si rassegnava all’«epitaffio della propria mediocrità» e che faceva, dunque, della poesia l’espressione della sua voce dolente, della sua volontà civile di parola.
Proprio dall’amore tenace della vita muoveva, polemicamente contrapposto, il tono risentito di quei luoghi della sua poesia che demistificavano i falsi miti della sua città, pigra e sonnolenta, che andava degradandosi per voluttà di potere e che doveva ritrovare nella cultura la sua carica alternativa di libertà.
Da quell’amore derivavano anche la sua sofferenza per l’incomprensione e l’ingratitudine degli altri e la contemporanea immediata disponibilità alla riappacificazione; la sua grinta, più atteggiata che sincera, di uomo scomodo; le sue facili impennate, talvolta sproporzionate rispetto all’entità delle situazioni; le sue polemiche senza risparmio; la sua frequente indignazione contro la crescente dimensione mercantile della città; una certa nervosa e stupenda insofferenza e, insieme, la sua sotterranea vanità, gioco dell’intelligenza abilmente nascosto («Mi pongo ora il dilemma se m’impegnassi solo per soddisfare la mia vanità o per dare alla gente qualche momento di felicità»).
Da quell’amore per la vita derivava, infine, un certo protagonismo fanciullesco che presentava, nel suo rovescio, un’ingenuità quasi disarmata, uno straordinario e incomprensibile candore; quell’ingenuità e quel candore che gli diedero, nonostante la mancanza di un numero consistente di tessere, di finanziamenti e di ‘amici’, come si definivano allora i commilitoni politici, l’illusione di potersi candidare alla regione.
Di qui tante amarezze; di qui, forse, tanti scossoni per il suo cuore indocile.
Ma egli non ha temuto «l’ultimo settembre» e, anche nei giorni più critici, è stato capace di guardare alla vita con altero e signorile distacco, non per temerario orgoglio, ma in virtù di una cristiana speranza e di una laica e virile saggezza.
Proprio dalla virile coscienza della precarietà dell’esistenza e, quindi, del dolore e della morte, nasceva da un lato la sua ansia di liberazione nell’amore; dall’altro il desiderio, nell’ostinato suo cuore, di un approdo trascendente ed eterno: l’approdo definitivo di chi sa che «tutto si compirà sull’equivoco filo della lama nell’emisfero abituale», che «l’ora si sfrangerò nell’emblema scontato del dato emozionale»; l’approdo definitivo di chi, come Remigio, ha sempre cercato un equilibrio fra cielo e terra, fra sorriso e pianto, fra ardore di vita e desiderio di morte, fra sogno e realtà, «aridi bracci di una stessa croce». Di chi, insomma, ha sempre cercato una misura nella sua inquieta e brandellata esistenza::
Questo è il punto: trovare una misura,
una misura decente
che ti consenta
di andare
fra la gente
senza sbiancare,
che nei tuguri
e nei palazzi di cristallo
ti faccia sentire familiare,
una misura di pazienza e di sale,
il tenero pollice
sulla creta diseguale
dei vivi;
una misura di ballo
con bianchi silenzi mimati
e variazioni musicali
e passi figurati.
Una misura
- tutto e nulla -,
patita, disincantata,
che nella glaciale armonia
anneghi pur l’ultima eco
dell’antico errore
quando pareva certo il sogno e verità l’amore.
Su quella inquieta e brandellata esistenza venne l’ora del «cerchio che si quadra», calò quel sipario di cui Remigio non mancava di avvertire la presenza incombente e minacciosa:
È già tardi, o Signore.
Fa’ ch’io veda la zolla
madida di millenni
nel vespro vaporare
la sua malignità.
Fa’ ch’io possa una volta indovinare
nel cigolio dell’asse e della ruota
una trepida nota musicale.
Fa’ divampare
nel tugurio
un incendio di bontà.
Fa’ che in questa caligine
ove mancando annega
l’aurea criniera il sole
oda un poco sorridere l’ombre dolenti
dei miei contadini
alla marina.
Nell’ora irrepetibile che avanza
attendo e ascolto.
Dammi voce, Signore,
e sia spiraglio, segno,
viva testimonianza
che un giorno non lontano
noi vedremo il tuo volto.
Lo ricordo, bene, Remigio, mentre, entusiasta come un ragazzino, introduce uno dei tanti incontri culturali; lo ricordo bene mentre invidia con giovanile freschezza le movenze leggiere di una bella ragazza; lo ricordo bene mentre parla dei suoi libri e delle sue vicende; lo ricordo bene mentre racconta barzellette con vena sottile e arguzia scintillante, calamitando, all’ombra del bar Rudy, il crocchio dei suoi amici.
Lo ricordo bene, io, che ho avuto la fortuna e il privilegio di ricevere in dono, da Ferruccio, gran parte della sua biblioteca; ma possiamo e dobbiamo ricordarlo tutti, con iniziative atte, come questa, a perpetuarne la memoria; ma soprattutto con affetto riconoscente e sincero, nell’auspicio e nella preghiera – per citare ancora i suoi versi – che egli sia finalmente «palma o cedro dalla chioma sonora nel verde giardino di Sion, in un diluvio di aromi, di luce, di gioia infinita».
Sì, di gioia infinita, perché, come recitava una sua lirica,
Forse
nel gioco alterno di speranze e dubbi
si può cogliere il senso dell’umana esistenza.
Forse
proprio la sfera rotta del quadrante
può dire l’ora giusta all’eterno passante.
Forse
nell’aiuola dei vivi
soltanto
le lacrime son fiori d’ignoranza.
Non giova ai morti il pianto.
Non giova, perché, come dice splendidamente sant’Agostino, «coloro che abbiamo amato e che abbiamo perduto, non sono più dove erano, ma sono ovunque noi siamo»
INTERVENTO DI ANTONIO BINI
Tracciare la biografia di un uomo o una parte di essa, specie se si vuole essere il più possibile completi e profondi è quasi più opera di romanzieri che di storici. E la ricchezza della vicenda esistenziale di Remigio Ferretti risalta immediatamente, se si pone mente a come si incrociano nella sua vita i profondi e complessi problemi posti dal fascismo (periodo attraversato interamente nel periodo della sua formazione – nato nel 1921 va a scuola fra il 1926 e il 1941, quando viene chiamato sotto la armi (a marzo) e poi in guerra, in Grecia, nel 1941) dal dopoguerra, dal miracolo economico, dal cambio generazionale del 1968, fino alla progressiva crisi dell’egemonia democristiana, terminata proprio nel momento in cui il professore si è spento.
Il mio rapporto con il prof. è stato prima di attenzione e anche di riconoscenza avendomi egli sempre spronato allo studio (mi regalò una storia della letteratura italiana di De Bernardi, pubblicata dalla SEI, che ancora conservo e consulto) e poi di distacco e di critica, alimentati dalle nuove posizioni ideologiche e politiche che avevo assunto a causa della mia militanza milanese nel Movimento Studentesco del 1968.
A questo proposito posso ricordare che nel 1974 insieme ad alcuni amici e compagni, dell’ARCA e non, presentammo una documentata mostra fotografica sugli accessi al mare e nella relazione che l’accompagnava indicammo come responsabile dei ritardi e degli scempi – non solo perpetrati sulla costa, ma anche in centro – le amministrazioni della Dc e in particolare le amministrazioni Giannulo e Ferretti. Il professore non la prese bene, ma quando più tardi si trattò di salvarmi da un contenzioso che sarebbe sfociato in una denunzia, per un articolo apparso sul foglio della sezione locale del PCI, si prodigò per una composizione pacifica dimostrandomi notevole affetto.
Quindi, probabilmente, non sono la persona adatta a pronunciare un giudizio equilibrato su Ferretti. Mi ci sforzerò comunque anche perché alla mia età molti degli impeti giovanili si sono attenuati, altri sono scomparsi e i giudizi risentono di una conoscenza più completa della complessità dialettica della vita e quindi anche dell’attività politica e professionale.
Il professore
Dall’uomo dipende il professore e guardando e ascoltando il professore si conosce l’uomo, anche se in modo parziale.
Anch’io ho fatto il professore e posso affermare che le ore di contatto, anche quelle potrattesi per tre anni, non permettono una conoscenza approfondita, anche perché la semplice lezione frontale può permettere di apprezzare la cultura e le capacità espressive e l’interrogazione il modo più o meno tollerante di trattare un soggetto come l’alunno posto a priori in posizione di debolezza (e all’epoca c’era anche la distanza aumentata dai 15-20 centimetri di altezza della cattedra). Per fare il ritratto completo di un professore, come del resto di ogni uomo, il biografo deve poter attingere oltre che alla sua cultura e sensibilità a tutto ciò che egli ha prodotto e a tutti coloro con cui egli si è confrontato, da cui è stato, amato, odiato e a cui è stato indifferente. E all’epoca le gite erano rare e d’altra parte poco o nullo era il tempo che il professore poteva dedicarci negli intervalli.
L’ho frequentato solo nei tre anni di Liceo (1961-1964): è stato il mio professore di Italiano dal 1° al 3° Liceo e di Latino solo nel 1° Liceo. Come capitava a tutti gli studenti del triennio superiore del Liceo di Monopoli[1]. Da colloqui con molti di essi si ricavano giudizi disparati e spesso opposti. Mediamente però il giudizio rileva una sua netta preferenza per l’insegnamento dell’Italiano e in particolare della Letteratura (e in essa della diretta Lettura dei testi), sui quali era brillante e ricco di intuizioni. Meno positivo il giudizio sull’insegnamento del Latino.
Il rapporto con gli alunni.
Spesso ricordiamo i nostri insegnanti ed esprimiamo giudizi, benevoli, malevoli, entusiasti, indifferenti, critici. Anche all’epoca ognuno di noi alunni aveva le sue preferenze che venivano fatte non su base ideologica e/o politica, ma su base prevalentemente empatica.
Per quanto riguarda Ferretti nettamente maggioritari sono i giudizi positivi sulle sue qualità umane, fondando egli il rapporto con gli alunni su una forte carica di simpatia e di tolleranza che si traduceva nell’esercizio in classe di una forte autorità e quindi in una notevole e costante capacità di esigere ed ottenere disciplina. Da questo punto di vista risulta interessante sottolineare che Ferretti appartiene alla categoria dei professori che non mettono note[2], che riescono ad ottenere attenzione, silenzio e anche partecipazione per le loro intrinseche doti di empatia e di capacità espressive, intellettuali e culturali. La minaccia, l’ironia, la presa in giro, l’arrabbiatura e l’insulto non appartenevano al suo repertorio di strumenti disciplinari.
La lezione
La spiegazione, specie per gli autori più amati, era chiara e precisa, raramente verbosa. Agli autori amati, fra cui Petrarca, Ariosto, Machiavelli, Guicciardini, Goldoni, Foscolo, Leopardi, D’Annunzio, Ungaretti, veniva dedicato più attenzione e partecipazione e su di essi si lasciava andare a considerazioni più ampie e personali. Speciali le lezioni sulla Divina Commedia e su Dante; mi è rimasta inoltre in mente una memorabile lettura con commento de I Sepolcri del Foscolo. Chi del resto vuole conoscere la sua maestria filologica basta che legga il breve ma istruttivo saggio dedicato alla lettera di Muzio Sforza. Altri può aggiungere ricordi di altre letture, sostenute dalle sue notevoli capacità recitative, affabulatorie, culturali, filologiche.
La discussione per lo più era limitata agli argomenti della lezione. Ma durante la spiegazione era possibile avanzare rilievi e chiedere chiarimenti, anche se erano rari, ma verso i quali il professore rispondeva con rapidità e precisione.
Il carico di compiti assegnato era giusto, mai eccessivamente gravoso, e l’interrogazione, puntava ad accertare l’assimilazione di qualche concetto estetico o l’articolazione di qualche giudizio letterario, piuttosto che il possesso mnemonico dei contenuti. Non era un fanatico delle date, né delle domande a quiz. Ascoltava con attenzione e interloquiva poco con l’interrogato.
Il voto veniva assegnato in modo rapido accompagnato da qualche commento, quasi mai da rimproveri. All’epoca era impensabile contestarlo. Questo compito era assegnato a qualche genitore che poteva vantare qualche confidenza con lo stesso professore, non solo con Ferretti.
La correzione dei compiti presentava qualche lungaggine (facile dare la colpa ai suoi incarichi amministrativi!) ed era improntata ad una sobria sottolineatura degli errori ortografici, grammaticali e sintattici e ad una spesso acuta penetrazione critica dei contenuti esposti. Tracce di attualità si accompagnavano a quelle letterarie, quasi sempre acutamente formulate per stimolarci ad approfondire aspetti importanti di un’opera di un autore, di un periodo.
I libri di testo
Dalla scelta dei libri di testo si poteva dedurre la sua apertura mentale, il suo sano laicismo, la volontà di non servire solo una causa, ma di apprezzare il valore di un’opera, indipendentemente dalla ideologia del suo autore. I libri di testo da lui adottati in Italiano erano il Disegno della Letteratura italiana di Natalino Sapegno[3] e l’antologia dello stesso Sapegno con Tombadori e Binni (i primi due comunisti e il terzo socialista, comunque vicini al socialismo e al marxismo, laici militanti e convinti). Solo il commento alla Divina Commedia, quello di Casini e Barbi, era orientato maggiormente in senso filologico. Non ho controllato i testi usati nell’ultimo periodo, ma il Compendio di Sapegno, un vero classico della storiografia letteraria, restò sempre il suo punto di riferimento. Alla Storia letteraria e alla lettura diretta dei testi si accompagnava talvolta la lettura di alcuni componimenti personali che il professore sottoponeva all’attenzione e al giudizio degli alunni. Il testo di Letteratura Latina era invece il più tradizionale Terzaghi della casa editrice Paravia, ma il professore accettava volentieri i giudizi che qualche alunno riportava dai ben più rinomati testi di Concetto Marchesi o di Ettore Paratore
La politica
C’è una questione che la figura del prof. Ferretti pone e che mi sta molto a cuore, quella del rapporto fra insegnamento e politica.
Ferretti ha partecipato sempre intensamente alla politica sin dalla sua giovane età. Parte per la guerra sicuro come molti italiani di vincerla[4], partecipa ad essa e ne subisce tutte le tragiche conseguenze ( la sconfitta in Grecia, la cattura da parte dei tedeschi, la deportazione, la scelta fra i due fronti in lotta, la seconda percezione della sconfitta, l’abbandono delle posizioni giovanili, la conoscenza del movimento partigiano che lo salva dalle rappresaglie tedesche, l’approdo alla democrazia) partecipa direttamente alla vita di un partito democratico (Segretario della DC), copre importanti incarichi amministrativi (due volte assessore, 4 volte Sindaco in sequenza), dirige una media città italiana durante il periodo del miracolo economico, contribuisce alla costruzione periferica dell’alleanza di Centro-Sinistra[5], si ritira dalla politica senza clamori.
Che vita! Quante esperienze! Tutte o quasi tutte vissute in prima linea! Eppure non era la politica quella che prevaleva nelle sue lezioni. Indubbiamente talvolta accennava all’attualità politica (quasi mai al suo passato), ma la sua preoccupazione maggiore, quando era in classe, sembrava quella di fare la lezione, di portare avanti il programma, di stimolare e controllare i progressi del nostro apprendimento.
Chiamato prima alla segreteria della DC (1952-55), poi all’assessorato (nel 1954 alla PI nella 1a Giunta Giannulo e nel 1956 ai LL.PP. nella Giunta Sorino) quindi alla carica di Sindaco in 4 tornate dal 1961 al 1970, l’attività politica condizionava necessariamente ogni suo altro interesse o impegno. Dirigere o partecipare al governo di una città di oltre 40.000 abitanti non è una passeggiata turistica, eppure egli seppe mantenere in limiti accettabili le sue assenze per motivi istituzionali (talvolta giustificate da certificati medici). Due volte chiese al Ministero degli Interni almeno la riduzione dell’orario settimanale di lezione, ma le leggi comunali degli anni ‘50 e ’60 del Novecento non lo permettevano e quindi egli ha dovuto necessariamente contemperare l’impegno didattico completo con l’espletamento delle sue gravose cariche istituzionali (senza citare qui anche il suo impegno nello studio di avvocato). Non ricordo che si sia mai lamentato di questo sovraccarico di impegni e neanche che si sia scusato con noi per qualche assenza che doveva per forza marcare a causa dei suoi incarichi.
In classe il suo atteggiamento su questo punto era quasi simile a quello di un altro bravo insegnante dello stesso liceo, il prof. Campanelli. Ferretti non era impermeabile come lui a qualsiasi riferimento politico durante la lezione, ma certamente posso affermare che almeno durante le lezioni a cui ho assistito non si è mai lasciato andare a perorare a lungo e accanitamente una proposta o una causa ideologica, politica, partitica. Come ho già accennato non eravamo una classe con spiccata propensione alla discussione e con scelte idologico-politiche già compiute (abbiamo finito il terzo liceo quattro anni prima del ’68!), ma certo quando capitava qualche importante evento (ricordo, per esempio, che tutta la gestazione dell’apertura a sinistra, ai socialisti, si svolse negli anni finali della mia frequentazione del Liceo) qualche cenno da parte del Sindaco (appunto Ferretti) o di un suo assessore (Menga, assessore alla P.I.), ci scappava. E c’era chi l’ascoltava con molta attenzione (penso per esempio al compianto amico dott. Franz Todisco e al dott. Mimmo Rotondo), chi faceva finta di interessarsi e chi pensava ad altro. La più ampia dialettica ideologica e politica nella scuola si aprirà dopo il ’68 e soprattutto dopo il riconoscimento della libertà di insegnamento ribadito, dopo la Costituzione[6], dall’art 1° del DPR 416/1974.
Nel rapporto fra l’insegnante politico (che ha passione per la politica e che svolge incarichi politici) e gli alunni Ferretti mostrava di non far prevalere il militante e quindi il propagandista. Anche lui aveva, come tutti delle preferenze ideologiche, ma non si è mostrato mai un fanatico, un bigotto, mentre ha sempre sposato tutte le opportunità moderatamente progressive che offriva la rinata democrazia. Probabilmente in ciò hanno influito, a mio avviso, la dura lezione della guerra, il suo carattere tendenzialmente mite, il suo amore per l’arte e per il bello.
Conclusione
Concludo esprimendo una convinzione ed esprimendo un augurio. Una figura come quella di Ferretti, data la sua complessità, dato il suo umanesimo a largo spettro, non meramente estetizzante, né meramente teorico, largamente aperto alla prassi, merita un’attenzione maggiore di un semplice convegno di una-due ore, merita uno studio più approfondito e articolato. L’augurio che faccio è che venga pubblicato il frutto di questo incontro e che da esso qualcuno tragga lo spunto per una biografia a tutto tondo della vita e delle opere di un intellettuale così ricco di esperienza vitale, di spunti, di chiaroscuri, di suggerimenti.
Appendice
Appunti
A me è sempre apparso come un uomo simpatico, affabile, aperto, pronto a piegarsi alle esigenze dell’altro.
Mi rendo conto che parlare, dal punto di vista psicologico di una persona poco frequentata, è difficile. Si resta nel campo dell’impressione rapsodica e dei contraddittori giudizi espressi quello che dicono gli altri
Si apprezzava la sua grande capacità affabulativa, la grande partecipazione alle problematiche degli autori preferiti.
Una notevole carriera scolastica fatta di buone pagelle e di tasse non pagate per merito
I suoi ascendenti culturali. Dante, Petrarca, Guicciardini, Foscolo, D’Annunzio (forte influenza, dal padre)
Formazione di tipo estetico, non filosofica, non storica, non tecnico-filologica? No
Tipica cultura medioborghese, umanistica estetizzante e nello stesso tempo realistica, legata alle sollecitazioni del presente, dei sensi, dei desideri…
Primato della retorica, forse dovuta al fatto che la sua formazione è totalmente avvenuta in piena crescita del fascismo.
A quasi trent’anni dalla sua morte ho sentito la necessità di utilizzare una ricostruzione della sua vita che potrebbe ricevere sicure indicazioni oltre che dalle sue opere stampate e dai discorsi pronunciati per motivi istituzionali, anche le opere inedite, i manoscritti, le lettere.
[1] Con un calcolo approssimativo basato su una classe di 25 alunni in media, ha avuto, circa 800 alunni.
[2] Vedi il giudizio del Preside Vittorio Martino contenuto nella relazione stilata in conclusione dei due anni di straordinariato (1964-66).
[3] Ma il professore spiegava sulla base del ben più ricco Compendio di Storia della Letteratura Italiana.
[4] Cfr. Stefano Carbonara, Monopoli nel Secondo Novecento.
[5] Una volta scelta l’opzione democratica, mettendo da parte qualsiasi nostalgia autoritaria e fascistoide, Ferretti mostrò di essere sempre ligio alla Costituzione Repubblicana e al metodo democratico assecondando l’alleanza fra le forze economiche e sociali che fece la forza e decretò l’egemonia politica della Dc, specie nel nostro territorio. Nella Dc milita da subito nella corrente dell’onorevole Moro, laica e riformista, duramente combattuta dalla componente clericale e conservatrice contraria all’apertura a sinistra, l’apertura cioè ai socialisti da Ferretti sostenuta fin dalla fine degli anni ’50.
[6] Art. 33 c.1: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.”
INTERVENTO DEL PROF. WALTER LAGANA’
LIBRI E SCRITTI






























