IL SUO LIBRO – I RACCONTI DEL MAESTRALE

Recensione di Fabio Angiulli
Dal nulla dell’esistenza al desiderio di trascendenza
È quasi l’alba di un fine settimana invernale.
Un’alba di campagna, quando l’esistenza dell’uomo sembrava più semplice; e, l’accadere della vita un po’ più lento, meno forsennato, forse più lucido. E il mondo era un accadere limpido e perfetto scandito dal canto del gallo, che percepisco oltre le vallate, nella masseria in rovina, che riprende il suo lavoro.
La sua vita. Con semplicità.
Tuttavia anche questo potrebbe essere un dogma; un’illusione da frantumare al lume della visione di uno scrittore…
Ma il rifugio di un Trullo Settecentesco è l’ambiente che prediligo, quando devo meditare su di un libro appena concluso; il libro di un amico, Giampiero. Giampiero Risimini.
Un leggero maestrale chiude la notte appena trascorsa, a leggere la raccolta di racconti e apre il sipario dell’alba; un vento che mi riporta alla memoria l’amicizia con Giampiero, e la nostra avventura giornalistica conclusa qualche anno fa.
I racconti del maestrale, dell’amico Giampiero, con il suo sguardo, che ferma il divenire forsennato sul palcoscenico dell’esistenza, afferrando un particolare tra le mani e mostrandolo, in modo teatrale, a un pubblico distratto, cerca di condividerlo, di salvarlo dal tempo, dallo spettacolo quotidiano dell’alienazione.
Credo che la parola alienazione sia la chiave di volta per comprendere questa serie di racconti, in cui, Giampiero non riproduce la vita, la sua vita, ma denuncia una non vita; che con lo sguardo acuto del narratore pone alla lente d’ingrandimento per comprendere la realtà. Scrutarla. Mettere a fuoco le ingiustizie, da uomo di legge. E distruggendo ogni parvenza di verità dogmatica, vecchia e annidata nell’inconscio collettivo dell’umanità.
Filosoficamente la parola alienazione ha un ventaglio immenso di significati ma l’autore predilige il significato di svuotamento interiore, incomunicabilità, solitudine, proprio come nel racconto dal titolo Una sera al porto. Oppure nel racconto tutto monopolitano Il giorno della candelora, in cui il vuoto di una chiesa verrà salvato dal racconto dell’autore che dona ai suoi lettori: perché sarà l’attenzione del lettore che avrà il vitale compito di salvare l’umanità dalla solitudine e dal nulla.
Leggendo i racconti, non sfuggirà la contrapposizione tra il mondo della chiacchiera, delle parole, svuotate di significato che non riescono più a comunicare da anima ad anima, rinchiudendo tanti esseri nella loro incurabile solitudine, nel loro impenetrabile mistero, alla potenza espressiva della parola letteraria; che in questo libro – non si limita a riempire fogli bianchi con chili di parole che avrebbero l’esiguo compito di creare una storia -, perché la parola letteraria diviene intrinsecamente salvezza.
E riflettendo mi vengono in mente le parole del premio strega e immenso artigiano della parola come Vincenzo Consolo, il quale sosteneva che, “se le parole si fanno prive di significato, svuotate di senso, non c’è nient’altro che il buio, la notte della vita”.
E nello spettacolo dell’alienazione, il nostro quotidiano imitare la vita, come succede nel racconto Un abbraccio le parole divengono un trucco, ossia, nulla, e l’uomo resta per l’Altro da sé un enigma. E sarà soltanto un gesto vero, un silenzio ascoltato che potrà salvare ogni personaggio, di questi racconti.
Giampiero narra storie realmente accadute che lui rivive al lume del ricordo, ma la sua arte non è essere falsario della realtà; uno scrittore non è un falsario perché egli non riproduce la realtà o cerca una verità dogmatica, ma la crea. E Giampiero crea una realtà che diviene più reale della realtà stessa. Proprio come fa nell’ultimo racconto, Il Maestrale, in cui rifiuta la follia del branco, prendendo lucidità dall’uomo-massa di cui parla il padre della psicanalisi Sigmund Freud, ritenendola feroce pericolosa invincibile, perché anonima, rendendosi conto della stupidità dell’apparato di credenze annidate nel nostro inconscio di cui parla il filosofo spagnolo Ortega y Gasset.
La bellezza di questi racconti risiede nel fatto che Giampiero, molto abilmente non crea certezze ma dubbi; essi sono scudisciate alle nostre certezze, immagini che portano a mettere in discussione noi stessi e la nostra visione dell’Altro e del Mondo fuori.
Ogni racconto ha un inizio verista per poi sfociare nel soprannaturalismo, come se ci fosse da parte dello scrittore, la consapevolezza di un nichilismo di fondo su cui è basato il mondo e l’esistenza umana, ma dentro di sé cova uno spasmodico desiderio di trascendenza su cui poggiare l’esistenza umana; trovare un senso, un fine ultimo del vibrante spettacolo dell’esistere.
Sono questi gli elementi che cerco in uno scrittore. Ed è questo che penso quando stringo tra le mani questo libro, mentre l’alba rende più nitido il paesaggio rurale alberobellese, accompagnato da un Maestrale che, per così dire, ti fa sentire più pulito.

Presentazione di Michele Suma
Non faccio fatica a presentare questa collezione di racconti, questo testo che maneggiate nelle vostre mani e curiosate con i vostri occhi.
La lettura dei racconti di Giampiero comunica quel senso di libertà tipica dei rapporti sentimentali che funzionano, quella emozione di poter spaziare leggero in ogni direzione, mosso dalla silente complicità dell’altro. È un “patto narrativo” felice, in cui la sospensione dell’incredulità del lettore è favorita da una scrittura minuziosa, saggia, ammiccante e plausibile, capace di trasferirti nel racconto e far parte di esso.
Conosco l’autore dei racconti e non sono sorpreso dal suo audace gesto letterario, perché Giampiero Risimini è sì uomo della pratica, della concretezza, della politica, della attenta amministrazione del reale, ma è anche poeta, da sempre. Come tutti i poeti, misura la notte con la luna, si lascia sorprendere e illuminare dalla bellezza del circostante, misura il giorno con il sole e la sua contemplazione non conosce gli orologi. La sua è facoltà di sentire, possibilità di guardare. I suoi occhi sono carte assorbenti che scrutano il mondo.
Leggo i suoi racconti e mi torna davanti la scena finale di quel breve film che Pasolini girò nel 1967, Che cosa sono le nuvole?, incluso in Capriccio all’italiana. Ninetto Davoli (Otello) e Totò (Jago), supini, mirano il cielo per la prima volta e il primo, incantato dalle nuvole, chiede a Totò cosa siano. La risposta: sono la “straziante meravigliosa bellezza del creato”. Fine del film.
Giampiero Risimini è in quella accecante risposta. Nei suoi racconti le nuvole, le abusate cose quotidiane, vengono sottratte allo sguardo banale e distratto per aprire un sipario sui segreti rapiti al tempo che scorre. Da turista curioso ti senti partecipe di una scoperta di pienezza, da esploratore del nulla ti scopri complice di totalità.
Non sono sorpreso dalla sua mano di narratore e non riesco a non godermela, a lasciarmi guidare da essa, io, lettore bambino, scopritore di angoli di realtà che lui mi fa assaggiare con il suo sguardo e con la sua memoria, trasmessa alla sua mano disegnatrice di immagini. Lui, orafo della parola, propagatore di neo-immagini, di lampi intuitivi di creatività.
Basti l’immagine dell’outlet dell’orrore in “Il giorno della candelora”, splendida invenzione. E’ proprio tale racconto, a mio avviso, la chiave di accesso illuminante alla sua poetica, al suo mondo/modo di narrare: la solitudine della salma, in una chiesa spoglia di presenti, stride con la liturgica, collettiva e plurale formula dell’ “andate in pace”, ma l’atto della sua scrittura solitaria, nel suo momento creativo, riscatta lo spazio vuoto e prosciugato della scena e si spande nel nostro spazio di spettatori materialmente assenti, ma mutati ormai e irrimediabilmente in lettori emotivamente coinvolti e presenti, a tal punto da diventare gli invisibili partecipanti di quel funerale deserto.
La scrittura, così, vince la morte. Nicoletta, la protagonista, è salva. Salvo è il suo funerale, popolato oramai dai nostri cuori di implicati lettori. La “questione privata” (Fenoglio) diviene questione collettiva. È il miracolo dell’arte, il suo destino democratico, che – se funziona – trasforma l’individualistico momento della creazione in una fruizione collettiva, in un sentire comune e comunitario. E se Nicoletta – ancora lei – accumulava “solo quello che gli altri non volevano più”, la scrittura di Giampiero diviene scorta di immaginari abbandonati dagli altri, sentiero imbattuto di parole, costellato da indagini sulla vita e interrogativi su di essa.
Giampiero è così, capace di rinnovare quel miracolo dell’arte narrativa: sottrarci alla contingenza spazio-temporale e trasportarci nel suo racconto. E noi ci ritroviamo in esso, noi siamo nel racconto, guardiamo il narrato con i suoi occhi e lo sentiamo con le sue emozioni.
Le sagge tecniche narrative – spontanee o consapevoli non importa – sono utilizzate con naturalezza. È esemplare la narrazione a incastro (racconto nel racconto) utilizzata in “La fortuna”, scrittura quasi verghiana sul prezzo della felicità e sulle possibilità di mutare vita. E sì, la voglia di raccontare non è possibile senza la saggezza della penna.
E l’autore si rivela frequentatore di ossimori (“Quel giorno è sbocciata la mia morte” in “Il barone”), accorto amministratore di aprosdoketon (l’inatteso) e abile costruttore di spannung (realizzazione di massima tensione), come in “Matilde”, che ospita un cinematografico dialogo tra Lorenzo, il protagonista, e don Achille, padre della ragazza bramata. Anche tale racconto è una corda offerta al lettore-arrampicatore: dalle prime battute Lorenzo è infossato in una poltrona, stanco di vivere. La vita è fuori, osservabile solo al di qua di un diaframma, la finestra.
Giampiero è capace di oltrepassare il limite, rompere i vetri di quella finestra e farci entrare nei segreti del personaggio. La scrittura coglie ancora il segreto della vita, anche dinanzi ad una non-vita. Ma non solo. Lorenzo guarda il mare, il mare che è fuori. E piace pensare che non sia casuale la presenza del mare, proprio in apertura. Noi siamo una città di mare, dove un giorno ti svegli e ti ritrovi una barca che ieri non c’era.
Ecco, Giampiero sbuca come una nuova barca nel porto, la barca che porta i racconti della vita. Del resto, le città di mare sono battute dai venti. E se lo scirocco è il vento che fa sudare, il maestrale è il vento che fa volare, che sposta. Fa volare anche noi, i nostri sogni, la nostra immaginazione, è vento capace di disancorarci dalla realtà e immergerci nel composto turbine dei racconti di Giampiero.O, forse, è proprio così: Giampiero è il nostro maestrale.

Recensione di Silvia Muolo
Si dice che ogni lettore quando legge, legge se stesso.
In questo caso c’è qualcosa in più.
Questo magnifico libro scritto da Giampiero Risimini, consente di catapultarsi nel suo meraviglioso mondo dove tutto prende forma e diventa realtà, odori, immagini, colori, suoni, sapori, dove è facile sentirsi parte di quei contesti che rappresenta come magici, emozionanti, spesso anche terribilmente tristi, come se in qualche maniera appartenessero ad una fase della vita di ognuno di noi.
È difficile non lasciarsi coinvolgere nelle sue storie, non sentirsi partecipe, non provare anche solo per un attimo a sentirsi protagonisti.
Racconti brevi, scorrevoli, ma densi di contenuti.
È questa la meraviglia di questi racconti.
Giampiero è riuscito non solo a farci sentire completamente parte delle sue storie regalandoci piccoli sprazzi di emozioni, le più disparate, talvolta anche solo stimolando ricordi o stimolando l’immaginazione del lettore, ma si è raccontato, ci ha raccontato la sua vita, le sue esperienze, mosso sempre dall’occhio attento di chi ama osservare, silenziosamente, scrutare, analizzare, contemplare il genere umano anche nel suo io più profondo.
È troppo reale e colmo di straordinarie immagini per essere frutto della sola e pura fantasia. La descrizione di ogni istante, di ogni elemento è così perfetta da poter essere solo frutto di un esperienza vissuta, di immagini viste, di emozioni percepite, di storie raccontate, che dopo un attenta lettura diventano anche nostre.
In questo libro dalla descrizione dei protagonisti, dei colori, dei sentimenti, della scenografia che fa da sfondo alle sue storie, riaffiora lui, la sua persona, il suo io, e vi assicuro che leggerlo diventerà un piacere non solo per chi lo conosce ma anche per chi pur non conoscendolo, avrà il piacere di ritrovarsi in una entusiasmante dimensione dove la curiosità di assaporare le emozioni del racconto successivo, la curiosità di conoscere un nuovo soggetto protagonista delle sue storie, il lieto fine e forse anche no dei singoli racconti, fa del suo libro una grandissima meraviglia.

Giampiero Risimini, la sua biografia.
Giampiero Risimini nasce il 27 febbraio 1963 a Latiano (Br) nella stazione delle Ferrovie, dove il padre Mario è il capo.
Dopo 3 anni con la famiglia ritorna a Bernalda, paese d’origine dei suoi genitori.


Nel 1971 la famiglia si trasferisce a Monopoli, seguendo l’attività del padre.
Qui svolge il suo percorso scolastico diplomandosi al liceo ginnasio Galileo Galilei.
Nel 1987 si laurea in Legge presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari e subito dopo si dedica all’approfondimento del diritto, frequentando gli studi del Notaio Biagio Spano e quelli legali dell’avv. Filippo Grattagliano e del prof. Michele Costantino.
In quegli anni comincia a occuparsi di politica e di giornalismo. Collabora alla mitica testata “Portanuova” e scrive su altre riviste locali, tra cui “Incontro” e “L’Eco del Sud Est”.
Nel 1995, insieme ad altri amici costituisce uno dei primi comitati dell’Ulivo di Romano Prodi.

Nel 1996 è eletto al Consiglio Comunale di Monopoli nella lista dei Democratici a sostegno del Sindaco Antonio Guccione.
Nel 2003, dopo una breve parentesi, ritorna in Consiglio Comunale nelle fila del Partito della Margherita di cui è Presidente a sostegno del Sindaco Paolo Antonio Leoci.
In quella legislatura svolge le funzioni d capogruppo, costituendo insieme ad altri consiglieri comunali, il primo gruppo consigliare comunale del PD in Italia.
Nel 2008 è candidato Sindaco per il centro sinistra.
Rimane in consiglio, quale consigliere comunale, sino al 2012.
Nel 2014 fonda insieme ad altri amici il mensile “Il Maestrale” e nel 2016 si impegna nella campagna referendaria per la modifica costituzionale, scrivendo il libro “Referendum Costituzionale” insieme al consigliere regionale Fabiano Amati ed al prof. Stefano Carbonara.
Dal 1993 svolge la professione di avvocato e fonda lo Studio Iuris con i colleghi.
E’ sposato con Raffaella Lopedote, docente di Educazione Fisica, i suoi figli sono Riccardo e Roberta.
LA FAMIGLIA
LE SUE ATTIVITA’

Articolo a cura di Stefano Carbonara e Antonio Losito.
Redazione della Rivista Storica Online “Monopoli Tre Rose”.


















