RICORDI D’INFANZIA

Avevo sei anni quando iniziò la seconda guerra mondiale nel giugno 1940.
Anche se ero piccola di ricordi ne ho tanti.
Abitavo in via Luigi Indelli n.12, nelle vicinanze del Borgo.
La vita cambiò. Iniziarono le restrizioni della libertà, il pane nero e i bombardamenti.
( Il primo bombardamento avvenne la notte del 15 novembre 1940, il secondo la sera del 16 novembre con alcune bombe cadute in via Polignani, dove muore il segretario comunale Clemente Cancelli )
Dopo uno dei bombardamenti scoprimmo che nel giardino presso la nostra abitazione era caduta una bomba che non era esplosa.

Alcuni giorni dopo ci rifugiammo nella casa di campagna in Cozzana.
La casa era grande: ci raggiunsero dei parenti da Bari. Abitavamo una stanza a famiglia. Si coltivavano verdure e la vita scorreva serena ed in compagnia per noi bambini.
Iniziai a frequentare la seconda elementare, anno scolastico 1940-41, nella pluriclasse della Cozzana mentre mio fratello, che frequentava già la scuola media, al mattino veniva a Monopoli con il “break”, una specie di pulmino rettangolare coperto di stoffa, trainato da due cavalli.
La vita scorreva serena di giorno, ma ricordo che al calare del sole si serravano le porte e le finestre con i “ferroni”. Si aveva paura dei paracadutisti. Infatti sul terrazzo di una casa in Cozzana, di proprietà delle signorine Meo, erano caduti due paracadutisti.
Per gli adulti le cose erano difficili: dovevano procacciare il cibo.
Il grano, coltivato nei campi doveva essere consegnato alla Patria.
Mia madre e noi bambini racimolavamo chicchi di grano rimasti nei terreni dopo la mietitura, che mia madre nascondeva in un sacchetto sotto la gonna. Il grano lo portava a Sicarico dove vi era un mulino, poi ritornava a casa con la farina.
Intanto a Monopoli vegono costruiti i rifugi antiaerei sotto il Borgo.
( I rifugi progettati nel 1942 da Angelo Brescia, ingegnere capo del Comune, vengono completati nel 1943, idonei per ospitare oltre 4.000 persone. Vengono utilizzati man mano procedono i lavori, prima delle cerimonia ufficiale di inaugurazione avvenuta nel dicembre 1943 alla presenza del vescovo Gustavo Bianchi ).
Con la famiglia ritornammo in città.
La notte dormivamo vestiti. Appena suonava la sirena dell’allarme, io e mio fratello Mario Pasquale, saltavamo dal letto, infilavamo le scarpette, i cappottini, prendevamo una borsa che era accanto ai lettini e ci dirigevamo verso la porta d’ingresso. Subito ci raggiungeva mia madre con un borsone-zaino di stoffa pesante confezionato in casa appositamente. La borsa conteneva acqua, zucchero, taralli, biscotti ed altro che non ricordo.
Mio padre, Francesco Calderale, geometra dell’Ufficio Tecnico Comunale, addetto all’apertura dei rifugi antiaerei, usciva per primo e si affrettava per andare ad aprire uno degli ingressi per ricoverare i cittadini.
Noi bambini (beata incoscienza dell’età) scendevamo per incontrarci con la famiglia del notaio Antonio Salerno che aveva figli della nostra età; aprivamo le nostre borse per tirare fuori i giochi e giocare. Ricordiamo ancora con Cecilia Salerno le nostre bamboline ed i nostri giochi.
Come di abitudine di estate si andava in villeggiatura nelle contrade. Nell’estate del 1943 ritornammo nella casa in Cozzana.
Il giorno dell’armistizio, 8 settembre 1943, il sacerdote don Nistrio, che abitava in Cozzana, fece suonare le campane della chiesetta di proprietà della famiglia Piepoli e tutta la contrada si riversò in Chiesa a ringraziare Dio.
Non capivamo la frase “resa incondizionata”.
Il 10 settembre arrivarono gli Alleati.
La mia famiglia aveva cambiato casa in città. Abitavamo in via Giuseppe Polignani di fronte al negozio di Vincenzo Basta, che vendeva e riparava le biciclette.
Eravamo circondati dagli Alleati,militari inglesi, canadesi, polacchi, sudafricani, indiani, slavi.
Difronte a casa mia, parte della casa di Pierino Recchia era stata requisita da soldati alleati.
Ricordo che feci amicizia con due bambine con treccine bionde che si chiamavano Maruska e Catuska. Dialogavamo dai balconi e mi chiedo ora come facevamo a capirci.
In via Polignani (sopra la ex farmacia Rossani, oggi Rizzo) era la sede ufficiale del sindaco inglese, il “Town Major”, chiamato Franch H. Lawrence.

Era un uomo alto, biondo, che aveva un cane di grossa taglia, di colore bianco, con cui si accompagnava per le strade nello svolgimento delle sue funzioni di sindaco della città.
Bambina di 10 anni, anche per mezzo del cane, feci conoscenza del sindaco inglese, che, affezionato a me, mi portava insieme, regalandomi anche tavolette di cioccolato preziosissime.
Nell’occasione della sua andata via, in suo ricordo, mi regalò una spilla raffigurante la corona inglese che ho conservato gelosamente in tutti questi anni, insieme ad un suo biglietto da visita.
Su quel bigliettino è stampigliato il suo nome con un suo scritto che in italiano significa: Molte grazie, mio tesorino, per i tuoi gentili auguri e per i fiori”.
( Nel luglio 1944 il sindaco inglese lascia l’incarico al nuovo sindaco italiano, il marchese Francesco Maria Palmieri, nominato dal Prefetto su indicazione del CLN locale, il Comitato di Liberazione Nazionale di Monopoli ).
AUTOBIOGRAFIA
Sono nata a Monopoli il 25 febbraio 1934. I miei genitori sono Francesco Calderale, geometra comunale, e Carolina Cacace.
Ho viaggiato molto, ma sono sempre tornata a Monopoli.
Dopo il mio matrimonio ho vissuto per 4 anni a Rovereto ove mio marito Luigi Petrachi, impiegato dell’Ufficio Imposte Dirette, ebbe la prima sede di lavoro.

Era la terra di Rosmini e l’aria che si respirava a Trento nel ’68 hanno influito molto sulla mia formazione personale.
Dopo il diploma magistrale ho frequentato 4 anni di Teologia presso l’Università Lateranense di Roma, conseguendo il diploma in Dogmatica, con una tesi su “Il pessimismo ateo di Tommasi di Lampedusa”.
Ho insegnato Religione in diverse scuole superiori di Monopoli, fino alla pensione.
Ho speso molte mie energie nella Catechesi nelle Parrocchie, ho dato tempo alla Caritas, ho collaborato nell’organizzare la formazione dei Volontari per l’apertura del Centro d’Ascolto di Monopoli.
Ma penso che ciò che di più importante ho fatto è stato mettere al mondo i miei due figli Marco e Alberto.


Articolo a cura di Stefano Carbonara
Editore della Rivista Storica
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IMMAGINI DEL TEMPO














Sono nato nel 1941. Nel rifugio al borgo mi portava mia madre. Abitavo in Via Garibaldi, detta Strada dei Mercanti. Mio padre era militare. Tramite lui furono procurate varie dosi di penicillina, che a quei tempi era introvabile, ma miracolosa. Nel 1969 sono stato assunto dalla Ferrovia a Viterbo. Ho girato tutto il Lazio, ma non sono più riuscito a tornare in Puglia. Monopoli me la sogno ancora.
Un carissimo saluto da Monopoli, di cui hai tanta nostalgia.
Sono,anchois nato à Monopoli, ne 1950 poco dodo finita la grerra, si sentira angora la puzza Di morti ,e la famé, che non cera angora niente d’à mangiare