I Moti del 1848 in Italia

Nel gennaio del ’48 viene stampato clandestinamente a Palermo un manifesto, in cui si dichiara finito il tempo delle proteste e delle suppliche che il re Ferdinando ha sprezzato e si convoca il popolo siciliano ridotto in catene e in miseria, per insorgere contro il governo borbonico.
La rivolta scoppia il 12.
Nella parte continentale del Regno è il Cilento, particolarmente piagato dalla carestia e dalla crisi economica, ad insorgere al seguito di alcuni patrioti di idee radicali.
A Napoli ha luogo una grande dimostrazione di liberali promossa dal pittore Francesco Saverio Altamura di Santeramo, dall’avvocato Saverio Barbarisi di Foggia e dal giureconsulto Francesco Trinchera di Ostuni.
Il 29 gennaio un decreto reale annuncia la concessione della Costituzione.
La situazione a Monopoli e in Puglia
La notizia arriva a Monopoli nella prima metà di febbraio e viene accolta con festeggiamenti; vengono offerti pranzi ai cittadini poveri, si sparano mortaretti, accompagnati da luminarie e sbandieramenti.
Mentre in altre zone pugliesi si verificano anche aggressioni alle proprietà private, a Monopoli la situazione è nel complesso tranquilla.
Alla richiesta di informazioni da parte del Prefetto, il sindaco Francesco Martinelli risponde assicurando che la popolazione era calma e nulla si aveva a temere.
Per le strade si cantano inni tra cui uno in onore della istituita Guardia Nazio-
nale: Alla guardia cittadini, alla guardia tutti quanti; son finiti i malandrini, non ci sono più birbanti: or l’armata trionfale è la guardia nazionale. Si inneggia, senza troppe distinzioni, al Re, al papa Pio IX, alla Costituzione napoletana, all’Italia.
In questi anni la società monopolitana si articola essenzialmente in due classi: da una parte una borghesia di proprietari terrieri e di professionisti, dall’altra un proletariato, costituito in maggioranza da contadini e braccianti.
Tra i primi alcuni sono di fede liberale, sostenitori dei valori costituzionali, fiduciosi di poter ottenere riforme e garanzie dalla monarchia borbonica, altri sono radicali e antiborbonici, convinti che il Re Ferdinando non è degno di governare poiché ha già tradito le speranze dei patrioti.

I contadini, reclusi nella loro miseria ed analfabetismo, mancano di una coscienza politica. Per loro l’indipendenza, l’unità nazionale, la libertà di pensiero non rappresentano valori significativi. Affamati di terra, oppressi da un lavoro duro e scarsamente remunerativo, non capiscono le aspirazioni dei patrioti, non le assecondano, anzi le avversano, vedendo nel Re un benefattore dispensatore di grazie.
Il 4 marzo 1848 il re Carlo Alberto in Piemonte promulga lo Statuto della monarchia, lo statuto albertino, che verrà successivamente esteso alle altre regioni unite nel Regno d’Italia e resterà in vigore fino al 1948.
A Monopoli il 1° aprile 1848 il barone Tommaso Ghezzi Petraroli ( già sindaco nel 1828) in una lettera alla Società Giornalistica Costituzionale di Napoli, sorta per diffondere la conoscenza della Carta Costituzionale, confida di lavorare come propagatore della grande opera fin dal 1835, anno in cui ha cominciato a militare nella Giovine Italia di Mazzini.
Nella lettera seguono amare considerazioni. Tutti gridano libertà, alcuni repubblica; e ciascuno fino ad un certo punto lo dice davvero… Ma la libertà va sporca di molta mondiglia, ché la maggior parte si spinge alla libertà come ad una messe, nella quale si ha lusinga di mietere, o almeno di spigolare.
Le rivolte nel Regno di Napoli

Il 3 aprile il re Ferdinando II affida la presidenza del governo allo storico Carlo Troya, di origini pugliesi. Viene varato un programma che presenta significative aperture verso un liberalismo più coraggioso e coerente.
Si stabilisce che le prossime elezioni per la Camera adottino un criterio censitario meno rigido. Si assicura la partenza immediata di un reggimento per la Lombardia, dove è in corso la guerra di indipendenza contro gli Austriaci.
Le elezioni dei 164 deputati previsti si svolgono nel Regno di Napoli il 18 e il 30 aprile 1848.
Gli eletti si riuniscono nel palazzo di Monteoliveto dal 13 maggio e per due giorni è tutto un susseguirsi di malintesi e irrigidimenti reciproci tra il Re e il Parlamento, senza alcuna concessione da parte dello stesso sovrano.
In città affluiscono dalla provincia uomini in armi mentre l’esercito regio si dispone a difesa dei punti strategici.

Nelle vie centrali e in particolare in via Toledo vengono erette le prime barricate, sulle quali sono in armi i patrioti monopolitani Nicola e Luigi Indelli, che poi fuggiranno a Torino.
Il 15 maggio è il giorno dello scontro a cui segue una durissima repressione.
Il re nomina presidente del governo il Principe di Cariati, scioglie la Camera dei Deputati e la Guardia Nazionale della città di Napoli, richiama il Corpo di Spedizione partito per la guerra contro l’Austria solo a fine aprile.
Vengono indette nuove elezioni per il 15 giugno.
Specialmente in Calabria scoppiano moti insurrezionali a cui cerca di dare man forte una spedizione proveniente dalla Sicilia, ancora in armi contro i Borboni. Fra rivolte e repressioni si compromette ulteriormente il legame tra le popolazioni e la dinastia regnante.
La rivoluzione dei liberali pugliesi
In Puglia il movimento rivoluzionario prende avvio a Lecce dove si insedia un governo provvisorio antiborbonico.
Anche a Monopoli i liberali sono in fermento. Si tratta per lo più di giovani rappresentanti della nobiltà e di esponenti del clero illuminato, che tutti uniti e stretti a un patto rinnovellano il solenne giuro “di consumare il cuore, il sangue e la vita, pel conquisto di quella libertà, che dal più spergiuro dei sovrani veniva col terrore del cannone bruscamente e brutalmente rapita”.
Il barone Tommaso Ghezzi, il sacerdote Carlo De Donato e il dottore Francesco Valenti, con apposito foglio, cominciano ad arruolare milizie cittadine da inviare in Calabria in soccorso dei rivoltosi, col compenso di carlini 3 al giorno per il viaggio e grana 15 per la permanenza nei paesi.
Centinaia di persone sottoscrivono il foglio preparato nel posto di Guardia Nazionale, tra questi Giacinto Bellantuono, Giuseppe Palmieri ed Emanuele Calderisi.
Ben presto prende corpo un progetto più ambizioso: invitare a Monopoli i liberali della provincia di Bari e del territorio di Brindisi per far insorgere il popolo e instaurare un Governo provvisorio.
La Dieta di Monopoli
Il 18 maggio 1848 (secondo alcuni documenti si tratta di lunedì 22 maggio) si tiene a Monopoli, per la sua particolare posizione geografica intermedia fra Bari e Lecce e per la presenza attiva di numerosi liberali, la prima Dieta ( Adunata – Convegno) in Terra di Puglia, volta alla costituzione di un governo antiborbonico.
È organizzata da un gruppo di patrioti, gli amici della libertà, uomini di alta cultura e forte carattere, come il barone Tommaso Ghezzi, che la polizia borbonica considera un settario dei più pericolosi, il sacerdote Carlo de Donato, originario di Molfetta, precettore in casa Ghezzi a Monopoli, definito dagli avversari antesignano dell’ateismo, il canonico Giuseppe Raffaele del Drago di Polignano.
Al convegno partecipano patrioti provenienti da una decina di Comuni pugliesi.
I congressisti arrivano in carrozza e scendono a fatica in mezzo alla calca della gente. Alcuni portano cappelli e barbe all’ Ernani, l’eroe romantico dell’opera di Verdi rappresentata in quel tempo, altri indossano le giamberghe scure dei carbonari, altri ancora le zimarre dei preti.
Alcuni monopolitani si ritraggono impauriti, qualche padre allontana dalle finestre le figlie, al passaggio dei dimostranti, altri sprangano usci e portoni.
I convegnisti si dirigono verso la sede del Municipio in largo S. Francesco.
Questi i partecipanti:
Monopoli: Barone Tommaso Ghezzi, sacerdote Carlo De Donato, sacerdote Flaminio Valenti, medico Francesco Valenti, diacono Costantino Vitti, sindaco Francesco Martinelli, giudice Giovanni Pinto, nobile Federico Indelli, nobile Francesco Manfredi Campobrin, comandante della Guardia Nazionale capitano Angelo D’Erchia, capitano maggiore della Guardia Nazionale Nicola Andriani, molti decurioni di Monopoli.
Polignano a Mare: conte Nicola Miani, canonico Giuseppe Del Drago.
Fasano: Luca Conte, Paolo Paternò, Alberto De Carolis.
Castellana: Nicola Dell’Erba.
Locorotondo: Donato Conte.
Mola: Francesco Noya, Sante Noya, Giambattista Alberotanza, Giuseppe de Sanctis,
Giuseppe Luigi Russo, Raffaele Netti.
Molfetta: Liborio Romano, Saverio Muscani, Francesco Bari.
Ostuni: Domenico Tanzarella, Adolfo Ayroldi, Ottavio Giordani.
Ceglie Messapica: Stefano Allegretti, Pietro Palma, Pietro Leo, canonico Rocco Palma.
Altamura: Luigi De Laurentis.
Trani: Pietro Tisci.
Il canonico Del Drago, salito su una sedia, con la sua calda oratoria cerca di muovere gli animi dei cittadini, denunciando il tradimento del re che ha sciolto la Camera eletta dal popolo.
Poiché la folla non sembra convinta, anzi di tanto in tanto si sentono dei mormorii di disapprovazione, i liberali decidono di trasferirsi al primo piano della locanda del Milord, gestita da Salvatore Alba, all’angolo tra l’attuale via Giuseppe Polignani e il Borgo.

Il barone Ghezzi propone di arruolare milizie cittadine da unire ai contingenti
di altri Comuni e inviare dove necessario, provvedendo ad armarle nel miglior
modo possibile.

Giuseppe Del Drago continua a demolire la figura del re, sostenendo il diritto dei popoli alla rivoluzione, quando i sovrani tradiscono il loro mandato. Suo l’incitamento ai forestieri per far insorgere i propri paesi e debellare il governo borbonico.
Lunghe le discussioni, scarne le conclusioni, perché il sindaco di Monopoli Francesco Martinelli e il comandante della Guardia Nazionale Angelo D’Erchia, temendo rappresaglie governative sulla città, sostengono che è opportuno far iniziare il movimento da Bari, città principale della Puglia.
I rappresentanti di Ceglie e Ostuni sono talmente irritati dall’insuccesso, da definire Monopoli come paese retrogrado, perché era rimasto freddo e scettico durante il loro agitarsi.
Il canonico Del Drago si rammarica perché Monopoli non ha colto l’opportunità di avere l’onore di proclamare il governo provvisorio.
Il giornale Il Tripode, al contrario, nel 1912, definirà la Dieta di Monopoli come una fulgida pagina della storia per il riscatto nazionale e Monopoli tra le città più patriottiche del Risorgimento per aver organizzato la prima riunione rivoluzionaria contro l’aborrito governo borbonico.
Intanto la reiterazione delle elezioni politiche prevista per il 15 giugno continua a suscitare proteste e a volte plateali prese di posizione.
Il barone Ghezzi, dopo un incontro a Molfetta con Giovanni Cozzoli, animatore della Giovine Italia, dà mandato al cancelliere comunale Francesco Manfredi di preparare un ricorso scritto da presentare al Consiglio Elettorale contro le nuove elezioni, chiedendo la conferma dei deputati già eletti.
Al rifiuto del cancelliere il sacerdote Carlo de Donato affronta lo stesso bollandolo come asservito ad un infame governo.
Il 15 giugno, nella chiesa di S. Francesco di Monopoli, in presenza della giunta comunale, del sindaco Francesco Martinelli e dei decurioni Francesco Turchiarulo, Antonio Rossani, Giuseppe Breganti e Raffaello Finamore, si tiene l’Assemblea degli Elettori per le nuove elezioni dei deputati.
Don Giuseppe Affatati, diacono, primo elettore chiamato, presenta un documento di protesta contro il governo borbonico per la decisione di annullare con i decreti del 17 e 24 maggio l’elezione dei Deputati avvenuta il 18 e il 30 aprile 1848.
Il verbale del seggio riporta i risultati: dei 152 elettori, 146 firmano la protesta di Affatati; a questa si uniformano altri 3 elettori che però dichiarano di non sapere scrivere, mentre i rimanenti 3 non si associano. Il sindaco stabilisce che non si possa procedere alle operazioni di voto.
Nello stesso giugno 1848 a Monopoli viene fondato il Circolo Pubblico Nazionale, al fine di tutelare la libertà delle popolazioni nel nome Santissimo di Dio.
I Convegni segreti e la Dieta di Potenza
Nella notte tra il 20 e il 21 giugno si tiene un convegno segreto a S. Spirito di Bari, nella villa di Marco Cioffrese, a cui partecipano Ghezzi e De Donato di Monopoli, insieme al conte De Ilderis di Bitonto, Cozzoli di Molfetta e numerosi altri patrioti.
I liberali intervenuti stabiliscono di inviare i rappresentanti alla Dieta di Potenza, in adesione al movimento rivoluzionario di Lucania, e si accordano per mantenere viva l’agitazione in favore della libertà costituzionale.
Il 25 giugno 1848 i liberali si riuniscono nella Casa del Real Collegio di Potenza.
Per la provincia di Bari sono presenti Tommaso Ghezzi, Carlo De Donato, Tommaso Calabrese e Achille Orofino, per la Terra d’Otranto Gennaro Simini, Giuseppe Libertini e il predicatore Giovanni Casavola, per la Capitanata Giuseppe Tortora, Antonio Viglione e Raffaele d’Apuzzi, per il Molise Giacomo e Domenico Venditti, per la Basilicata Vincenzo d’Errico, Emanuele Viggiani, Gaspare Laudati, Nicola Alianelli, Francesco Coronati, Raffaele Santanello, Paolo Magaldi, Carlo Cecere, Luca Araneo e Vincenzo Di Leo.
La riunione si conclude con la firma del Memorandum di Potenza delle Province Confederate di Basilicata, Terra d’Otranto, Bari, Capitanata e Molise, nel quale i convenuti si pronunciano contro il saccheggio, gli incendi e gli enormi fatti di militare licenza avvenuti in Napoli il 15 maggio, ritengono illegali e quindi nulli tutti gli atti del ministero Bozzelli e cioè lo scioglimento della Guardia Nazionale e della Camera dei Deputati eletta, concludono di
“volere a qualunque costo il sincero e leale mantenimento del regime costituzionale, di volere dalla Rappresentanza Nazionale eletta lo svolgimento dello Statuto con la facoltà di modificarlo e correggerlo, di volere l’annullamento di tutti gli atti del governo promulgati dal giorno 15 maggio in poi, di essere risoluti a mantenere a qualunque costo queste loro domande, protestano innanzi a Dio e al cospetto di tutte le Nazioni incivilite ove siffatte pretese verranno spregiate”.
Il primo firmatario è il barone Ghezzi.
Dopo la pubblicazione del Memorandum di Potenza, la rappresentanza municipale di Bari, a cui devono far capo i Circoli Costituzionali Comunali, emana un proclama rivolto a tutti i cittadini della provincia, in cui si invitano i Comuni ad eleggere un delegato da inviare alla Dieta fissata per il 2 luglio.
Aderiscono tutti, tranne Noci, Ruvo e Polignano. Monopoli invia Flaminio Valenti.
All’Assemblea di Bari partecipano in 170, che ribadiscono solennemente i punti stabiliti dal Memorandum di Potenza e chiedono la ricostituzione della Guardia Nazionale.
Il Ghezzi partecipa il 6 luglio 1848 ad un’altra riunione a Molfetta, invitato da Giovanni Cozzoli e dal conte Giovanni De Ilderis, dove relaziona sulle azioni e sui patti tra i patrioti meridionali.
Le vicende dei liberali pugliesi rimangono sconosciute per quasi un anno, fino a quando si verifica un episodio che suscita scalpore.
Nella notte di Pasqua del 1849, in danno del canonico penitenziere don Cesare Antonelli (omonimo del patriota), che nella sua omelia aveva reso omaggio al Santo Padre e al re Ferdinando II, alcuni ignoti rompono i vetri della sua abitazione, lanciano dei petardi e lasciano un biglietto con su scritto: giusto compenso alla predica di ieri.
La repressione dei Borboni

Intanto il re Ferdinando II, dopo la vittoria degli Austriaci a Novara il 23 marzo 1849, che pone fine alla prima guerra di indipendenza, decide di perseguire duramente i patrioti.
In applicazione di queste direttive l’Intendente della Terra di Bari, Luigi Ajossa, calabrese, divenuto poi ministro, ordina ai suoi sgherri di perquisire le case di tutti i liberali che hanno preso parte a manifestazioni contro il governo, procede a massicci arresti e istituisce ponderosi processi presso la Gran Corte di Trani.
I processi contro i patrioti di Monopoli
A Monopoli prende avvio un processo politico contro le sette degli scapestrati nemici di Dio, in un quadro di caccia alle streghe che il re borbonico attua in tutto
il Regno.
Viene mandato a Monopoli un giudice istruttore, che convoca nel Convento dei Monaci della Missione don Antonio Manfredi, canonico della Chiesa Cattedrale e procuratore della mensa vescovile, e Giuseppe Turchiarulo, giudice supplente del Circondario di Monopoli, i quali riferiscono su quanto accaduto il 18 maggio 1848 nella riunione dei liberali a Monopoli.
Il 23 settembre 1849 il barone Ghezzi viene arrestato e rinchiuso, prima nel castello di Monopoli e il 24 nelle carceri di Bari al Castello, per poi essere trasferito il 2 novembre a Potenza, insieme a Carlo De Donato, perché firmatari del Memorandum di Potenza.

L’istruttoria per il processo contro i liberali viene svolta presso la Corte di Trani.
Il 22 ottobre 1849 il caso viene affidato a Giovanni Pinto, che svolgeva le funzioni di regio giudice di Monopoli proprio nel ’48.
Vengono istruiti due processi, il primo con l’imputazione di associazione illecita con vincolo di segreto, costituente setta contro il Governo e di discorsi scritti e fatti pubblici diretti a spargere il malcontento , il secondo per cospirazione progettata, ma non conclusa né accettata, avente per oggetto di cambiare il Governo e di eccitare i sudditi ad armarsi contro l’Autorità Reale.
Il 19 novembre 1849, a Trani, inizia il processo contro il canonico Giuseppe del Drago, il sacerdote Flaminio Valenti, il suddiacono Costantino Vitti e il comandante della Guardia Nazionale Angelo D’Erchia.
Venuto in luce che il giudice Pinto aveva in qualche modo partecipato ai fatti di Monopoli, firmando il mandato per la partecipazione alla Dieta di Bari del canonico Valenti, l’incarico viene assegnato a Vincenzo Basile, giudice della Gran Corte di Trani, che non esita a manipolare testimoni e verbali, in ossequio alla sua cieca fede borbonica.
Il 3 luglio 1851, dopo quasi due anni di istruttoria con gli imputati in carcere, tutte le carte passano nelle mani del procuratore generale Gerardo Monticelli, che dopo aver ascoltato nuovamente i testimoni, conclude che almeno il 50% degli elettori di Monopoli sono affiliati ad associazioni illecite e segrete contro il real governo e l’altro 50 è condannato ad essere svegliato di notte da bombe e castagnuole lanciate dai rivoltosi in nome dell’amore per la libertà e per la patria.
Il canonico Del Drago è condannato a 24 anni di carcere con i ferri, Flaminio Valenti a 19 anni con i ferri, Costantino Vitti e Angelo D’Erchia a 5 anni. Successivamente questi ultimi vengono prosciolti.
Nel gennaio 1852, presso la Corte di Potenza, inizia il processo a carico del barone Tommaso Ghezzi. Contro di lui ci sono le deposizioni, messe a verbale a Trani durante l’istruttoria, di oltre 20 cittadini di Monopoli.
Nel marzo 1852, dal carcere, il barone in una lettera all’amico Luigi di Trani dà suggerimenti e consigli per i testimoni a sua discolpa, ma le testimonianze di accusa vengono totalmente confermate. Il barone si difende da solo, suscitando commozione e lacrime tra gli stessi giudici.
La condanna, il carcere e la morte del Barone Ghezzi
Il 17 luglio arriva la condanna definitiva di Ghezzi a 19 anni di carcere ai ferri, colpevole di misfatto di lesa maestà per avere in maggio, giugno e luglio 1848 attentato e cospirato ad oggetto di distruggere e cambiare il governo, eccitare i sudditi del regno ad armarsi contro l’autorità reale, di cospirazione consumata a Monopoli ad oggetto di distruggere la forma di governo, di associazione illecita senza vincolo di segreto per occuparsi di oggetti politici senza permissione delle autorità pubbliche e di usurpazioni di titoli e funzioni civili esercitandone atti.
Nel dicembre del ’52 Ghezzi parte dal carcere di Potenza e giunge a Napoli, dove viene rinchiuso nel Bagno di ricezione nel castello del Carmine, viene ferrato, raso e tosato e messo nelle fosse.

In seguito viene tradotto a Nisida, Procida e Torre del Greco. Inaudite sono le sofferenze a cui è sottoposto, che minano la sua salute in maniera irreversibile. Va a fargli visita più volte la moglie Maria Concetta Manfredi, che consuma gran parte delle sue sostanze per pagare i carcerieri.
Il 27 settembre 1855 viene graziato e torna in famiglia, distrutto da malattie che lo portano alla morte nel maggio 1858.
La repressione dei Borboni, lungi dal fiaccare l’animo dei liberali monopolitani, ne aumenta l’energia e la passione libertaria. Molti si riuniscono in circoli e tramano contro il governo.
Dopo le crudeli condanne, il Re Ferdinando II, avendo riconquistato la Sicilia ribelle, domato i liberali in tutto il Regno, annullata la Costituzione, disfatto il Parlamento e resi i giudici strumento docile della sua polizia, accentua i tratti oscurantisti della sua politica.
La persecuzione colpisce più di 800 patrioti, apparentemente è spento il sogno di tutti coloro che aspiravano alla libertà, non ci sono più riunioni e diete. In realtà, mentre le condanne imperversano, nel segreto si prepara l’epilogo finale.

Progrediscono le associazioni mazziniane, in provincia di Bari se ne affermano diverse con il nome di Lega Italica, Progressisti, Italia Rossa e Indipendenza Italiana.
A Monopoli la propaganda mazziniana porta alla nascita dell’Associazione Progressisti ad opera di Francesco Manfredi-Campobrin, dipendente da quella centrale di Trani, presieduta da Vincenzo Romano e Pietro Tisci.
Nel frattempo le file dei liberali si infoltiscono sempre più. Vincenzo Acquaviva e i fratelli Vito e Vincenzo Losavio sono i depositari del piano elaborato in carcere da Giuseppe Libertini, che prevede la riorganizzazione dei patrioti della Basilicata, del Leccese e del Barese per far sì che ad un dato segnale divampi la rivoluzione contro il Borbone.
Le speranze sembrano crollare quando lo sbarco intempestivo di Carlo Pisacane a Sapri nel giugno 1857 finisce in un crudele massacro.
La polizia borbonica intensifica la sua sorveglianza e dispiega la sua attività repressiva anche contro cittadini semplicemente sospetti.
A Monopoli arriva espressamente, per arrestare Federico Indelli e Michele Cacace, il generale Marcantonio Colonna, a cui è stato affidato il comando della colonna mobile delle Puglie per riportare l’ordine.
Nonostante i tanti arresti la cospirazione continua. A Napoli, per iniziativa di Michelangelo Tancredi, Enrico Pessina, Gennaro De Filippo e Camillo Caracciolo viene organizzato un comitato segreto, chiamato Ordine, che si diffonde nei principali centri del sud. Il nome individua nella disciplina la base della rivoluzione.
Intanto nel 1859 Ferdinando II si ammala gravemente.
Intorno al figlio Francesco II, erede legittimo, cominciano a stringersi le speranze dei patrioti. Ma l’erede, una volta salito al trono, delude le aspirazioni dei liberali e prosegue nella politica paterna.
Biografia del Barone Tommaso Ghezzi
Nasce a Monopoli il 21 gennaio 1803 in un’antica e nobile famiglia, da Gaspare Ghezzi Petraroli e Teresa Taveri Cesarini. Presto orfano di padre, è allevato con cura dalla madre, che lo avvia agli studi.
Si dedica agli studi di diritto, diventando un giureconsulto di fama.
Nel 1821 sposa Maria Concetta Manfredi, nobile ed erede della masseria Lamalunga. Dall’unione nascono tredici figli.
Nel 1828, a soli 25 anni, è eletto sindaco di Monopoli, si oppone alla richiesta dei Padri della Missione, insediati nel convento di S. Domenico, che intendono costruire nell’area del nuovo borgo in deroga alla normativa in vigore.
Ricopre le cariche di Consigliere Provinciale nel 1831, di socio onorario della Società Economica di Terra di Bari, di Presidente del Consiglio Distrettuale nel 1834 e di Deputato provinciale delle opere pubbliche.
Nel 1822 si iscrive alla Massoneria, successivamente alla Giovine Italia di Mazzini e cospira con i liberali contro il governo borbonico.
Nella sua casa di campagna, alla periferia della città, vicino al convento degli ex Antoniani, i patrioti si riuniscono segretamente di notte. Membro della Società Giornalistica Costituzionale di Napoli, è il principale motore e leader dei liberalidi Puglia. È amico del Marchese di Montrone e dell’Intendente di Bari Giordano De’ Bianchi Dottula, letterato e poeta.
È tra i principali organizzatori della Dieta di Monopoli, che si tiene nell’albergo Milord di Salvatore Alba in Via Polignani il 18 maggio 1848, per formare il primo governo provvisorio antiborbonico in Terra di Bari. Partecipa alle Diete di Bari e di Potenza, dove firma lo storico Memorandum dei patrioti liberali.
Il 23 settembre 1849 è arrestato e condotto in carcere nel Castello Carlo V, poi a Bari, infine a Potenza. Nel processo di Potenza del 1852 è condannato a 19 anni di ferri e alla confisca dei beni. Sconta il carcere a Nisida, Procida e Torre del Greco.
Graziato per le miserevoli condizioni di salute nel 1855, torna a Monopoli, dove viene spogliato dai creditori di tutti i beni rimasti.
Muore a 55 anni nel 1858, vittima di un grave morbo provocato dalla dura prigionia, nella masseria Lamalunga, casa della consorte.
Al Barone Ghezzi Monopoli ha dedicato due lapidi, una nei pressi del civico n. 4 di via Tenente Barletta, l’altra in Piazza Vittorio Emanuele, angolo via Polignani, in ricordo della Dieta del 1848. Sue le parole incise sul frontone del Cimitero. Il nome Dieta di Monopoli, di cui è organizzatore, viene dato alla strada in cui ha sede la Scuola Elementare presso il Convento e la Chiesa di S. Antonio.
Biografia del Canonico Giuseppe del Drago
Nasce il 3 settembre 1813 a Polignano da Nicola, fervente carbonaro, e Maria Raffaella Baldassarri. La sua formazione avviene nel Convento dei Cappuccini di Rutigliano, indossa da novizio il saio francescano nel seminario di Conversano.
Consegue la laurea dottorale in Sacra Teologia e nel 1837 è ordinato sacerdote.
Nel 1841 a Rutigliano, dove è canonico, il sindaco apprezza il suo zelo evangelico e la sua stringente eloquenza. Amante degli ideali della rivoluzione francese, è tenace avversario dell’assolutismo. Dotto ed eloquente professore di filosofia e di matematica, insegna dal 1844 presso il Seminario di Monopoli.
Organizzatore della Dieta di Monopoli del 18 maggio 1848, partecipa anche alle Diete di Bari e di Potenza.
Con provvedimento del vescovo di Monopoli Luigi Giamporcaro viene allontanato dall’insegnamento, perché pericoloso per la innocente gioventù. Incomincia a girovagare nelle province pugliesi, propagando l’idea liberale. Nel 1849 è arrestato.
Nel processo di Trani il canonico è presentato come rilasciato nella morale e ateo sistematico ed è condannato a 24 anni di carcere con i ferri. In suo favore interviene il vescovo di Conversano, Giuseppe Maria Mucedola, che lo visita nel carcere di Trani.
Nel 1859, mentre è imbarcato su una nave che trasporta i prigionieri politici in America, insieme al Settembrini, approda fortunosamente in Inghilterra, dove vive dal ’59 al’60.
Lo storico Lucarelli parla di lui come uomo dei moti popolari, patriota radicale, il precursore di Garibaldi. Da radicale deve lottare su tre fronti, contro le autorità borboniche, contro i liberali moderati e contro le plebi contadine diffidenti.
È deputato per il collegio di Acquaviva nel primo parlamento nazionale del 1861, elezione annullata il 26 giugno per presunti motivi di incompatibilità. Il sacerdote Flaminio Valenti,deputato di Monopoli, interviene in sua difesa durante i lavori parlamentari.
STEFANO CARBONARA
dai suoi libri
Monopoli, Viaggio tra Cronaca e Storia. 2012
Monopoli 2020, Passato e Presente. 2020









