Uno sforzo senza precedenti.
Una corale partecipazione.
Cuore, spirito pratico e inventiva.
Stiamo dimostrando di essere all’avanguardia e in prima linea nell’aiutare in qualsiasi modo il popolo dell’Ucràina.
Il Paese si mobilita.
Questa è l’Italia che vogliamo.
Stiamo mostrando chi siamo veramente.
Al volante di auto e pullman, che fanno la spola tra la frontiera, teatro di guerra, e le nostre città ospitali. Le porte di tutte le case si aprono, le tavole si allargano e si aggiungono banchi nelle aule scolastiche.
Sui sagrati delle parrocchie e nelle piazze dei paesi l’accoglienza è praticata in ogni momento.
Arrivano donne e bambini ciascuno con un carico di nostalgia e di angoscia.
Manca il sorriso.
Ci stringiamo intorno a loro, rivelando la nostra umanità con gesti collettivi e affabili. Con animo sensibile e aperto facciamo posto a chi non ha più nulla. Siamo capaci di soffrire insieme a chi piange. Li guardiamo negli occhi e aboliamo le distanze. Hanno bisogno di noi.
Quando ci capita di entrare in un’emergenza improvvisa, mai preventivata, in ciascuno di noi scatta una molla, che entra in azione simultaneamente. In piena pandemia siamo stati protagonisti e attraversati da eventi estremi come il terremoto nell’Italia centrale, la catastrofe umanitaria di agosto scorso in Afghanistan e adesso una guerra nefasta e spaventosa, che ha travolto il popolo ucraino. Sale il grido sofferente di una umanità sconvolta.
Coincide con uno sforzo immediato e senza titubanze della comunità nazionale.
Ci mettiamo a disposizione di chi è nel bisogno. Sia per chi abita da noi, sia per le famiglie afghane, sia per le mamme di Kiev con i propri bambini.
Nonostante le posizioni distanti di Salvini e di Meloni, talvolta all’ombra di un crocifisso, contro gli immigrati.
Apriamo le case e le braccia. Ci adattiamo a superare le barriere geografiche e linguistiche. Affrontiamo problemi insormontabili di logistica e ci mettiamo nei panni di chi vive una condizione di povertà, specialmente di quelli che lo sono per sventura. Ne veniamo a capo e sappiamo di cosa hanno bisogno. A ogni bomba, che cade, ci sentiamo di dover rispondere con il bene.
È una prova che ci riguarda in prima persona. La fortuna di non essere nati in una terra, che deve essere abbandonata da un giorno all’altro, è un vantaggio, ma non è un merito. È solo una circostanza, che non ci esenta dal sentirci partecipi.








