Una folla sconfinata, domenica 24 aprile, tra Perugia e Assisi.
Bandiere della pace. Erano bellissime e sventolavano a perdita d’occhio.
Quanti partecipanti?
Nessuno ha saputo indicarlo.
Mai quel numero, anche stratosferico, avrebbe avuto la forza di fermare la guerra in corso.
Il grido di dolore: «No alla guerra!», accompagnato da canti, inni, preghiere e striscioni, mai avrebbe potuto essere ascoltato. L’Ucraina è lontana e c’è una distanza fisica enorme.
Il conflitto lo vediamo con la mente e con l’animo avvolto da trepidazione.
Avvertire il desiderio di una presenza in quei luoghi di sofferenza e di scontro mortale è il sintomo di aspirazione a voler essere fisicamente di fronte alla guerra. In segno di pace. Siamo lontani e questo ci inquieta.
Ci agita, perché siamo desiderosi di una pace subito. Ci colpiscono i boati continui e ascoltiamo nel nostro intimo il tuono delle bombe.
Ghandi diceva che di fronte allo spettro di una guerra dobbiamo mettere in campo
«l’arma più forte del mondo», vale a dire la presenza di milioni di persone, unite nel segno della non-violenza, nei luoghi dove uomini, donne e bambini soffrono.







