GIOVANNI COMES detto Gianni.
Nasce a Monopoli il 31 maggio 1953 nel “paese vecchio” in via Orazio Comes n.41.
Suo padre Onofrio è pescatore, sua madre Alfonsa Tropiano, casalinga dedita alla costruzione delle reti da pesca.
Sua moglie è Rosa Palmirotta, la figlia Floriana è educatrice professionale, esperta in psicopedagogia e criminologa.
Gianni frequenta la scuola elementare di via Dieta-S. Antonio con il maestro Ostuni, la scuola media nell’ex convento S. Leonardo.
Sin da ragazzo accompagna il padre nella pesca con il piccolo gozzo.
Sono gli anni in cui insieme ai suoi coetanei del paese vecchio frequenta le attività parrocchiali di S. Teresa e S. Pietro, ascoltando e appassionandosi alle lezioni impartite da don Michele Lorusso, un dotto sacerdote dotato di gran sapere storico e culturale, specie di fatti e di cose del “paese vecchio”.
Da qui s’accende la sua prima vena artistica, poi espressa pienamente nel tempo.
Dal 1967 con il motopeschereccio Regina Giovanna, acquistato dalla famiglia, esercita l’attività di pescatore insieme al padre e ai fratelli.
Si pesca con il sistema del palangaro il pesce spada, ma anche con il sistema dello strascico gli altri pesci, portandosi fino alle 12 miglia delle acque territoriali al largo sulla costa adriatica, specie di fronte a Brindisi.
Vivendo le notti e i giorni con il mare, tra bonacce e burrasche, tra gioie e dolori che gli segneranno la vita, si forgia nel mestiere di marinaio, ma anche nelle passioni di autodidatta in pitture e poesie.
I primi disegni risalgono ai suoi 17 anni, poi via via si affinano e si evolvono ispirati sempre dal suo mare e dal paesaggio della sua terra natia.
Nel tempo realizza centinaia di opere pittoriche, ma anche scultoree, portate in tutto il mondo e tante ancora accumulate nei suoi scantinati d’arte.
Partecipa a mostre locali e nazionali. Tra queste la Mostra Collettiva dei Dioscuri del Quirinale a Roma. Alcuni importanti bassorilievi sono presenti presso l’istituto Scolastico IPSIAM di Monopoli e nella sede della COOP di Bari e di Roma, mentre un quadro è stato donato al Comune di Monopoli durante il mandato del sindaco Emilio Romani.
Nel 2019 pubblica il libro “Il remo bruciato”, un collage di quarantasei brevi racconti, coinvolgenti episodi di vita e di personaggi del vecchio centro storico di Monopoli, che portano alla luce il tempo andato e tanto amato.

Attualmente, da marinaio e artista in pensione, si dedica nel suo piccolo laboratorio d’arte in via S. Maria 3, a dipingere nuovi quadri e a realizzare piccole sculture in legno, rappresentando ai numerosi turisti di passaggio la sua arte e raccontando la storia di Monopoli.
Autobiografia, passioni e ispirazioni.
Sono nato a Monopoli nel Centro Storico dove il mare parla alle case e il vento conosce ogni strada. I miei occhi si riempivano d’azzurro già dalla mia fanciullezza.
Tutto quello che vedevo si trasformava in poesia e curiosità.
Ero cresciuto sui moli del porto ascoltando i vecchi pescatori che raccontavano di storie
vissute che mi affascinavano: tutto ciò mi avvicinava sempre più al mare.
La natura mi parlava con un silenzio incomprensibile che cercavo di decifrare.
Cominciai a dipingere solo con gli occhi.
Quando frequentavo la scuola, nel periodo estivo, approfittavo per andare in mare con mio padre che aveva un peschereccio.
Nelle notti di bonaccia la luna e le stelle mi sembravano protagonisti di un paesaggio fiabesco. Sembravano mi parlassero.
Nel dilemma che mi angustiava tra arte e vita marinara i miei genitori mi spronavano a frequentare la scuola e mi consigliavano di lasciar perdere il mare perché il lavoro del marinaro era faticoso e pericoloso.

Ma la passione per il mare era così forte che decisi di abbandonare la scuola ed intraprendere il lavoro al quale aspiravo.
Col passare del tempo incominciai a realizzare tele artigianali con sacchi di iuta intrisi di sale sulle quali dipingevo utilizzando barattoli di vernici avanzate dopo il lavoro di manutenzione della barca.

Quando dipingevo la fonte di ispirazione più ricorrente era il mare mosso che assumeva sfumature violente e sembrava che parlasse.
Nelle tappe successive mi resi conto che quel lavoro era effettivamente molto duro e rischioso come mi diceva spesso mio padre.
Nonostante tutto la passione per l’arte si rafforzava sempre di più e creavo numerose opere che rappresentavano il mare, inseparabile compagno della mia vita.
In questo percorso creativo la morte di mio padre provocò in me un grande dolore che mi condizionò in maniera forte.

Cercavo di dare voce alla mia sofferenza e cominciai a comporre anche brani poetici.
Ai colori associai le parole per dare espressione alle mie emozioni più intense, a volte tenue, a volte violente.
Da queste mie prime esperienze artistiche si spalancò un immenso spazio creativo che mi ha accompagnato, in continua evoluzione, fino alla mia attuale attività, che mi gratifica in maniera soddisfacente dell’impegno assiduo e profuso quotidianamente.
Recensione di Cosimo Lamanna, docente di Filosofia.

Per l’artista monopolitano Gianni Comes, non riesco a trovare accostamento migliore di termini che quello tra il genio e il mare.
Già, perché in questi due termini, a mio parere è racchiusa l’essenza stessa delle opere di Comes, del quale in più occasioni abbiamo decantato la straordinaria umiltà e il suo senso di attaccamento alla sua Monopoli, al mare, attaccamento che si traduce in una poetica produzione artistica.
Di fronte alla sua produzione artistica non si può non evidenziare la forza di quello che può a giusta ragione essere considerato un vero e proprio genio artistico, per la sua straordinaria forza innovativa, per la sua capacità di ideare e sperimentare sempre nuove tecniche e produzioni artistiche capaci di utilizzare materiali per altri inutili all’arte come un’incerata, una vecchia tenda da camera, una corda, il tutto ravvivato con i classici e forti colori.
Favolosi sono i suoi “fari”, non semplici immagini di paesaggi, ma uno straordinario mix di reale e simbolico che insieme si fondono in opere da “leggere” e interpretare.
“Credo che il racconto sia lo scopo dell’arte. Guardare i lavori di Gianni Comes è leggere il racconto della sua vita liberata dalla necessità di vivere ….. Anima, occhio e mano sono le sue impronte”.
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