



Il presidente Sergio Mattarella, nel suo discorso della festa nazionale, ha ribadito la ferma volontà di cercare la pace.
Uscire «dall’insensatezza della guerra.
L’Italia non ha nemici».
Non sono stati invitati alla manifestazioni gli ambasciatori di Russia e Bielorussia.
A Bologna in piazza il movimento per la pace con il card. Matteo Zuppi.
«Con lucidità e con coraggio» è necessario porre fine alla «guerra» e «promuovere le ragioni della pace».
Un messaggio intriso di amarezza, ma non chiude la porta alla speranza.
È Sergio Mattarella e con queste parole si affida agli italiani in occasione della 76esima Festa della Repubblica.
Doveva essere un lento ritorno alla normalità. Invece no.
Dopo due anni riaprono i Giardini del Quirinale, in contrasto con apocalittici scenari internazionali, che hanno preso il sopravvento per considerazioni inumane.
Il presidente della Repubblica si rivolge al Corpo diplomatico e alla «comunità degli ambasciatori» con affettuosi e amichevoli sentimenti.
Non ci sono i diplomatici di Russia e di Bielorussia. Non invitati. In ottemperanza alle richieste dell’Ue.
«Ho adoperato il termine comunità non a caso», dice Mattarella.
«Con la Costituzione l’Italia ha imboccato con determinazione la strada del multilateralismo, scegliendo di non avere Paesi nemici», «consapevole dell’interdipendenza dei destini dei popoli, nel rispetto reciproco, per garantire universalmente pace, sviluppo, promozione dei diritti umani. Ci ha spinto e ci spinge il solenne impegno alla rinuncia della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali».
Ma, oggi, «l’amara lezione dei conflitti del XX secolo sembra dimenticata: l’aggressione all’Ucraina da parte della Federazione Russa, pone in discussione i fondamenti stessi della nostra società internazionale, a partire dalla coesistenza pacifica».
L’Europa si trova immersa «in una guerra di stampo ottocentesco, che sta generando morte e distruzioni».
«Una situazione che richiama tutti alla responsabilità; e la Repubblica italiana è convintamente impegnata nella ricerca di vie di uscita dal conflitto, che portino al ritiro delle truppe occupanti e alla ricostruzione dell’Ucraina».
Un conflitto ormai ampio. «A cerchi concentrici le sofferenze si vanno allargando, colpendo altri popoli e nazioni».
Oltre alle «vittime e alle devastazioni», la rottura delle relazioni internazionali «si riverbera sempre più sulla sicurezza alimentare di molti Paesi» e coinvolge persino le normali relazioni «economiche e commerciali».
Arreca danni «al perseguimento degli obiettivi legati all’emergenza climatica».
Un conflitto con «effetti globali», che «fa retrocedere il progresso della condizione dell’umanità» e «ci interpella tutti». «Pesantemente messi in discussione risultati faticosamente raggiunti negli ultimi decenni», con «scenari che vedono l’umanità protagonista della propria rovina, che vedono «accrescere i serbatoi dell’odio, a negare le ragioni della libertà, della democrazia».
«Esistono per il genere umano beni condivisi e gravi pericoli comuni che obbligano a superare ogni egoismo, ogni volontà di sopraffazione». Per questo, conclude Mattarella, occorre al più presto «ripristinare una rinnovata legalità internazionale».
Il Presidente ricorda anche «il solenne impegno» al ripudio dei conflitti contenuto nella Costituzione della Repubblica Italiana.
«Ma oggi sembra dimenticata l’amara lezione del XX secolo».

Il cardinale Matteo Zuppi, neo presidente della Cei, nonché arcivescovo di Bologna, nello stesso giorno, 2 giugno, ha scritto una lettera di gratitudine a chi lavora nelle Istituzioni pubbliche e ha sottolineato l’importanza del servizio alla comunità.
Per il bene di tutti.
È chiaro il richiamo e l’insegnamento di Papa Giovanni XXIII.
È bello aiutare la nostra casa comune specie quando siamo consapevoli della sua importanza, come in questi mesi. Decisiva e nello stesso tempo fragile. Colpita da pandemie e da terribili rischi, nei quali i più penalizzati sono i più deboli.
«Ogni generazione è chiamata a riappropriarsi dei valori e delle virtù costituzionali».
«A saper fare unità».
«Non possiamo più accettare, eppure succede ancora spesso, che il luogo di lavoro, che è per la vita, diventi luogo di morte».
«Sono proprio gli impieghi meno considerati e giudicati “umili” che servono di più. Tutti servono! Ogni lavoro deve essere fatto con umiltà per poter essere contenti, perché serva agli altri e non alla nostra affermazione personale».
«È necessario saper passare dal dilettantismo alla competenza, da una felicità individualistica al sacrificio per stare bene tutti, dall’apparenza alla sostanza, dal successo rapido e a tutti i costi alla costruzione paziente di quello che dura, dal fare le cose per il consenso, per il potere, per la considerazione e il ruolo sociale, a farle solo perché sono giuste, insieme e non da soli, anche se lì per lì sembra convenire meno».
Antonio Losito







