Sotto l’auto è stato piazzato l’esplosivo.
Stile mafioso?
L’esecuzione è dello stesso tipo.
Far tacere per sempre una ragazza abituata a dire quello che pensa.
Si ostinava a non volere stare zitta.
Adesso non parlerà più.
È stata punita perché aveva commesso qualche sgarbo?
Di quale crimine si era macchiata?
Una avversione all’onore della famiglia?
È stata trucidata come le tantissime altre donne, che in quel mondo e in questi anni avevano tentato di arginare queste stragi abituali.
Impunemente ammazzate.
Una ribellione contro omicidi non sporadici, blandamente perseguiti, che avvengono nella comunità formata da arabi e da israeliani.
«Tutte siamo esposte, non c’è uno spazio per noi nella società, il governo e la polizia non ci garantiscono protezione». Aveva raccontato di non sentirsi rassicurata dall’ambiente in cui viveva.
Non aveva paura per sé. Né temeva le minacce personali. Viveva nella cittadina di Shfaram. Nel nord del Paese.
Era conosciuta da tutti.
Il suo cognome era popolare: Khanifs. Il nonno era uno dei leader dei drusi, amico dei laburisti, nonché deputato parlamentare. Il padre è stato vice sindaco per circa vent’anni. La madre era impegnata e lavorava presso il comune della cittadina.
Johara aveva 28 anni e veniva da questa scuola. Aveva imparato a mettere al primo posto i diritti. Invano, aveva tentato di rompere il silenzio, che circondava i femminicidi. L’omertà svia le indagini e le rallenta.
Molti gli assassinii impuniti. Una società che tende a soffocare la reazione delle donne, le quali rivendicano la propria libertà.
Molte volte il mondo femminile si rifugia fuori dalla propria casa, all’interno della quale vige rigidamente il patriarcato.







