Quando si chiede ad una persona che lavora nel mondo della finanza e delle imprese quali possono essere le vie di crescita di un paese o di un’area geografica, ci si attende di solito come risposta una lista di misure che è possibile trovare in qualsiasi manuale di macro economia: investimenti pubblici, aumento della spesa corrente, esenzioni fiscali, ecc. ecc.
Alla base di questa aspettativa c’è probabilmente una visione molto diffusa in tutti gli strati della nostra società, quella del rigetto della politica. Potremmo chiamarla “quell’irresistibile voglia di tecnici” che porta a invocare periodicamente i vari Amato, Dini, Monti e – in ultimo – Carlo Cottarelli o Mario Draghi.
Verso nuove sfide e nuove iniziative
Eppure, a questi grandi personaggi dalle inconfutabili competenze manca sicuramente quello che realmente serve a far crescere l’economia, e cioè la capacità di ispirare le persone a muoversi verso nuove iniziative, nuovi mestieri, nuove attività. In altre parole a essere imprenditori di sé stessi, attraverso una vera e propria attività d’impresa oppure tramite l’accettazione di sfide professionali rischiose ma potenzialmente remunerative.
Il politico deve quindi affascinare le folle in qualsiasi modo, seppur con lo scopo nobile di far crescere l’economia? Assolutamente no, al mio paese (sic!) questo si chiama populismo. E di solito non funziona.
Proviamo per un attimo ad approfondire. Il governo di una amministrazione pubblica – centrale o locale che sia – consiste essenzialmente nell’allocazione delle risorse disponibili, cioè nella definizione delle priorità di utilizzo dei fondi dei contribuenti.
Certo, la quantità aiuta: più fondi ho a disposizione (sempre attraverso la tassazione), più sarà facile fornire servizi pubblici di alto livello e creare fiducia. Fino ad un certo punto però: la massima quantità relativa dei fondi dei contribuenti (100% allo stato) la troviamo nel sistema comunista: la proprietà privata non esiste, lo stato offre tutto ai propri cittadini, essi non posseggono nulla individualmente e soprattutto non hanno speranza di migliorare la propria condizione di vita attraverso scelte individuali.
La maggioranza degli studiosi attribuisce a questa mancanza di prospettive personali la causa della morte predestinata del sistema comunista, che anche nei fatti non ha superato la prova della storia, con buona pace di chi ancora si professa tale.
All’altro estremo vi è uno stato che non può offrire alcun servizio pubblico, perché tutte le risorse rimangono ai cittadini. Nessuna sicurezza pubblica, nessun sistema giuridico, nessun livello minimo comune di assistenza sociale e sanitaria. Inutile dire che uno stato di questo tipo semplicemente non sarebbe tale, ma nella migliore delle ipotesi un insieme di tribù.
Investimenti per progetti di qualità
Fissati i confini estremi della quantità delle risorse che uno stato può chiedere ai propri cittadini, forse la soluzione migliore non è pensare al quantum, ma al qualis. Se una spesa pubblica è infatti utile, efficace, condivisa, ben accetta, allora probabilmente sarà ritenuta “giusta” anche in termini di quantità della stessa e quindi del livello di tassazione da cui deriva.
Ma se è vero che la crescita economica dipende in massima parte dalla fiducia dei cittadini nel futuro, possiamo affermare che la spesa pubblica è di qualità se alimenta questa fiducia.
Quali sono quindi le azioni pubbliche che possono ispirare fiducia? Tra tutte quelle possibili, la migliore è a mio avviso quello di utilizzare i fondi dei contribuenti per amplificare le virtù già esistenti nel paese/nazione/territorio che si governa.
Lo sviluppo economico deve cioè basarsi sullo spiritus loci del territorio su cui viene esercitata l’azione amministrativa. Abbiamo tutti davanti agli occhi gli scempi del modello di sviluppo basato sull’industrializzazione da parte dello stato (non solo in Italia) di territori privi di infrastrutture di supporto, oltre che in totale oltraggio all’unico vero patrimonio pubblico, e cioè il paesaggio.
La crescita dell’economia parte dai cittadini ed è solida quando chi amministra i fondi dei contribuenti li utilizza per accompagnarli in un percorso iniziato nella storia, accelerandolo attraverso la presa di coscienza del proprio posizionamento nel mondo che cambia e offrendo opportunità d’innovazione, attraverso formazione, infrastrutture e ricerca di base.
Per Monopoli progetti legati ai suoi caratteri identitari

Ma a Monopoli? Qual è lo spirito del luogo? Quali sono gli elementi storici, sociali, culturali che ne fanno la città unica che è? Quali potrebbero essere gli elementi ispirativi di un’azione di governo, qualificanti rispetto alle limitate risorse disponibili per la spesa pubblica?
Farò alcuni esempi senza pretesa di esaustività, ma sposando questo metodo ognuno potrà pensare a come far crescere la nostra comunità attraverso progetti concreti basati sui nostri segni identitari, siano essi storici o presenti, concreti o ideali.
Il principale mito fondativo della societas monopolitana è sicuramente quello della Madonna della Madia.
In esso si fondono l’idea del sogno, non solo onirico ma anche progettuale, della speranza (fiducia nel futuro!), della concretezza. Per non parlare della salvaguardia dell’arte e – in ultima analisi – dell’approdo e dell’accoglienza dell’alieno.
E già qui ci sarebbe tanto da fare: un percorso museale dell’arte bizantina, ad esempio, ma anche attività formative legate all’architettura, sacra e non.
E poi investimenti nelle infrastrutture del porto ed a supporto di esso, in particolare nell’area della cantieristica, oggi ridotta al livello di industrializzazione spontanea.
Ancora, il sogno e la progettualità dovrebbero portarci a costituire ad esempio un servizio pubblico di incubatore di imprese, in cui far nascere nuove idee imprenditoriali attraverso la pratica dell’open innovation ma anche avvicinare nuovi protagonisti ad attività più tradizionali, minimizzando gli errori dovuti all’inesperienza.
Non sfigurerebbe inoltre, nella città in cui è nato e sta prosperando un importante gruppo privato basato sulle tecnologie innovative, una fiera dell’innovazione che faccia affluire operatori da tutto il mondo per far circolare le idee e insieme ad esse la creazione di nuove attività.

Approdo ed accoglienza: sono temi identitari profondi e degni della massima attenzione. Gli eventi passati dove la nostra comunità ha toccato punte eccelse di umanità sono ancora nella nostra memoria diretta.
Mi riferisco al naufragio dell’Heleanna del 1971 ed all’arrivo delle “carrette del mare” dall’Albania del 1991. Eventi diversi tra loro, concentrato ma intenso il primo, diffuso e prolungato nel tempo il secondo, accomunati però dalla voglia semplice dei monopolitani di accogliere e dare rifugio a esseri umani in evidente difficoltà.
Questo tratto dell’anima della nostra città dovrebbe essere sicuramente valorizzato attraverso iniziative pubbliche di memoria, come ad esempio l’istituzione di premio cittadino ai soccorritori nel mondo ma anche più prosaicamente con una fiera delle imbarcazioni speciali da tenersi annualmente nelle acque del nostro porto.

Ma parliamo di “presenze”.
Il Conservatorio, ad esempio, che da diversi anni è di fatto equiparabile ad un corso di laurea universitario. Quante città non capoluogo possono vantare la presenza di un’istituzione scolastica di livello universitario? La prima cosa da fare è sicuramente la realizzazione di alloggi collettivi per studenti e docenti a prezzo “politico”, che contribuirebbero ad incrementare la popolazione scolastica e creerebbero un indotto oggi del tutto assente, oltre che aprire la nostra città a idee e culture più lontane di quelle oggi presenti. L’azione pubblica dovrebbe poi ampliare significativamente le collaborazioni con questa istituzione, e farne il motore di eventi culturali che oggi sono solo in potenziale.
Altra presenza “ingombrante”: Palazzo Palmieri.
Quando tornerà ad essere una scuola, visto che il lascito della casata marchesale prevede questa finalità? Perché ad esempio non farne una scuola alberghiera, visto il fenomenale trend di crescita del settore dell’accoglienza? Come vedete, l’accoglienza, parte dello spiritus loci, diventa motore dell’economia.
L’unicità della città
Le idee possono essere tante. Chiudo questa mia riflessione con un elemento essenziale per creare l’unicità della nostra cittadina, ed è quella che io definisco l’aria di Monopoli.
Per chi ha girato per lo stivale, la particolare piacevolezza del clima di cui godiamo nel corso dell’anno è evidente e favorisce sicuramente l’arrivo dei turisti in ogni stagione. Ma questa condizione climatica è anche alla base di un importante settore economico della nostra città, la produzione ortofrutticola.
Anche qui gli investimenti pubblici potrebbero spingere una crescita importante del settore ma soprattutto renderlo stabile ed immunizzarlo dalle crisi cicliche. Infrastrutture a supporto degli operatori, regole chiare per tutti, creazione di un marchio di origine, calendarizzazione di una fiera di settore, sono l’ABC per un amministratore che veda chiaro dove puntare la posta delle risorse della collettività.
Insomma, la strada è segnata dalla nostra storia e dal nostro presente. Direzione e velocità da ora in poi dipendono solo da noi.

Sandro Lenoci
Laureato in Economia e Commercio presso l’Università degli studi di Bari
Executive Master in Banking and financial Institutions presso SDA Bocconi – Milano
Area manager presso Intesa Sanpaolo Spa – Napoli







