«Bisogna essere come il domatore del circo; avere sempre un numero pronto, per sostituire il numero che non va più».
Nel secondo dopoguerra ha fatto diversi lavori.
Per breve tempo ha anche diretto una casa da gioco.
L’autore della frase è Giulio Debenedetti, il padre di Simonetta, la sua prima moglie, per vent’anni leggendario direttore della Stampa.
Arturo Toscanini era un suo punto di riferimento. Una mattina di fronte alla prima pagina non chiaramente soddisfacente del suo giornale, ai capiservizio e ai redattori fece ascoltare l’audio registrato di una famosa e storica sfuriata. Era la voce del grande direttore d’orchestra, che rimproverava e sconvolgeva i suoi musicisti, perché avevano sbagliato tempi e ritmi.
Scalfari, nel suo libro, tra i più belli, L’uomo che non credeva in Dio, confessa candidamente la sua giovanile infatuazione per il regime, descrivendo dettagliatamente la proclamazione dell’Impero, la voce perentoria del Duce e i tripodi bronzei accesi.
Il 2 giugno al referendum votò per la monarchia.
Alla sinistra approdò per scelta convinta e per dare un pubblico preciso ai suoi giornali e a quello che scriveva.
Craxi? Non un nemico, ma un sicuro avversario, come anche Berlusconi.
Era duttile.
Sapeva fare il quotidiano e il settimanale.
Era bravissimo nei lunghi editoriali, nei saggi, nell’intervistare, finanche nel romanzo.
Soprattutto nei titoli, che, unanimemente riconosciuto, fanno ormai parte della storia del giornalismo.
Sulle dimissioni di Bettino Craxi si inventò quell’Addio Ghino di Tacco, un tributo alla «grandezza della fine».
Fu compagno di banco di Italo Calvino.
Inchiodato sulla linea della fermezza durante gli interminabili 55 giorni del sequestro Moro.
Impedì a Paolo Guzzanti di emigrare verso un’altra testata, sdraiandosi per terra davanti all’ascensore.
Fu legatissimo alle figlie Enrica e Donata.
Poi avvertì e prese consapevolezza che il suo amore era diviso in parti uguali. Simonetta, sua moglie, e Serena, diventata in seguito la sua compagna.
Solo la morte ha tagliato l’intreccio, disvelando la realtà, altrimenti incomprensibile.
Proverbiale la sua affettuosa rivalità con Indro Montanelli.
Papa Francesco ha dettato il suo ricordo:
«Sono addolorato per la scomparsa di Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano La Repubblica. In queste ore dolorose, sono vicino alla sua famiglia, ai suoi cari, e a tutti coloro che l’hanno conosciuto e che hanno lavorato con lui. È stato per me un amico fedele. Ricordo che nei nostri incontri a Casa Santa Marta mi raccontava come stesse cercando di cogliere, indagando la quotidianità e il futuro attraverso la meditazione sulle esperienze e su grandi letture, il significato dell’esistenza e della vita. Si professava non credente, seppure negli anni in cui l’ho conosciuto io riflettesse profondamente anche sul senso della fede. Sempre si interrogava sulla presenza di Dio, sulle cose ultime e sulla vita dopo di questa vita». «Eugenio, amico laico, mi mancherà parlare con te».







