
Sembra un romanzo di avventure ma non lo è.
Questa è invece una storia vera fatta di immani sofferenze e paure, ma anche di inimmaginabili fortune e favorevoli circostanze.
Le vicende di Pawel Szost spaziano da Lodz (Polonia) a Varsavia, dalla Siberia alla Siria passando per l’Uzbekistan, il Turkmenistan e la Persia. Ed ancora, dalla Romania al Libano, dall’Egitto alla Sicilia, da Taranto a Mottola e poi a Montecassino e Casamassima; infine Gioia del Colle.
Una vicenda umana e politica svoltasi nell’arco degli otto anni, dal 1939 al 1947, funestati prima dalla II guerra mondiale e poi dalla tragica affermazione del comunismo sovietico in Polonia. Szost è un ufficiale polacco che segue le sorti dell’esercito di quel paese invaso nel 1939 e diviso in due parti tra Sovietici e Tedeschi; ritorna in Polonia nel ’47 ma è costretto alla fuga. Poi gli anni di pace in Italia tra il 1947 e il 2005, anno della morte avvenuta a Gioia del Colle.
Dalle nuvole ai ghiacci
Pawel Szost nasce a Lodz, città industriale non lontana da Varsavia, il 19 luglio 1914. Appartiene ad una famiglia della piccola borghesia, il padre Michele è proprietario di una fabbrica di tessuti e muore quando lui ha appena nove anni. La madre Lucia rimane sola con tre figli, Edward, Stanislava e lui. Le condizioni economiche della famiglia sono buone e può frequentare con successo studi tecnici; nel 1935 impianta con il fratello Edward una impresa tessile per la realizzazione di cravatte in seta. In questi anni gira l’Europa e si appassiona all’aeronautica frequentando l’aeroclub di Lodz, volando con gli alianti e imparando a paracadutarsi. La guerra sembra lontana e, anche quando le minacce di Hitler si fanno sempre più insistenti, lui e i suoi amici sperano nell’aiuto di Francia e Inghilterra che nel marzo del ‘39 si dichiarano disposte a garantire l’integrità della Polonia di fronte alle pretese sempre più marcate di Hitler.
Ma nell’agosto 1939, Germania e Unione Sovietica sottoscrivono il patto di non aggressione Ribbentropp-Molotov che, nelle clausole segrete, prevede tra l’altro la spartizione della Polonia, la parte occidentale alla Germania, quella orientale all’Unione Sovietica. E infatti, il 1° settembre Hitler attacca la Polonia; il 17 la attacca Stalin violando il patto di non aggressione stipulato nel ‘32. Arruolato come ufficiale nell’armata di Lodz, dopo le prime sconfitte dell’esercito polacco, Szost riceve l’ordine di riparare verso Varsavia dove, nei pressi del fiume Bug, probabilmente intorno al 22 settembre, viene catturato dai Sovietici e deportato in Siberia. C’è da ricordare che, diversamente da quanto accaduto con la Germania, non vi fu nessuna reazione degli Alleati franco-inglesi nei confronti dell’Unione Sovietica.

Un’impresa epica
Szost rimane nel campo di lavori forzati (concentramento) di Tashkentfino alla primavera del 1940 quando, insieme ad altri deportati e fidando nelle migliorate condizioni metereologiche, riesce a fuggire. Un viaggio allucinante attraverso l’Uzbekistan, il Turkmenistan e la Persia; sempre a piedi per migliaia di chilometri; impossibile dire quanti. Durante i sei mesi di fuga tre compagni muoiono di malattia e di stenti; lui con altri due si salva e riesce a raggiungere la Siria. Un’impresa epica, retti solo dalla volontà di sopravvivenza. In Siria si unisce agli Inglesi che vanno raccogliendo gli spezzoni dell’esercito polacco scappato dalla Polonia dopo l’invasione nemica e la fuga del governo; governo fuggito in Romania subito dopo l’attacco sovietico, poi a Parigi dove, il 30 settembre, si è ricostituito in esilio e che, dopo l’invasione della Francia da parte dei Tedeschi, si rifugia a Londra.
Sopravvivere alla guerra
In Siria gli Inglesi apprezzano la serietà e le capacità di Szost e, per questo, lo inviano sotto le mentite spoglie di agente di commercio in Romania, per condurre in Medio Oriente sotto la loro protezione famiglie e singole personalità polacche, sottraendole alla deportazione nazista. Scoperto e fortunosamente fuggito dalla Romania, va in Libano. Qui si iscrive all’università, sperando di laurearsi in Lingue o Economia ma non riuscendovi per il precipitare degli eventi. Sempre in Medio Oriente nell’estate del ’42 entra in contatto con il generale WladislawAnders unendosi a coloro che nel 1943 sarebbero diventati il II Corpo d’Armata polacco e passando successivamente in Egitto. Qui incontra Winston Churchill durante i preparativi che gli Inglesi stanno facendo in vista dello sbarco in Sicilia.
L’arrivo in Italia
Nell’agosto ’43 sbarca in Italia sotto il comando del generale inglese Harold Alexander. Ferito durante tali operazioni, viene derubato anche del diario che andava scrivendo sin dall’arrivo in Palestina, una gravissima perdita per lui e per noi, che oggi ci ritroviamo privi di una fonte preziosa di notizie di una pagina fondamentale della storia del ‘900 e che tanta importanza ha avuto nella definizione degli scenari geopolitici dei giorni nostri.
Dalla Sicilia passa, sempre con gli Inglesi, a Taranto, unendosi poi al II Corpo d’Armata polacco quando questo sbarca in fasi successive, a partire dal dicembre 1943, sia a Taranto che a Brindisi e Napoli. Nella località di S. Basilio, vicino Mottola, viene allestito un enorme campo di raggruppamento, quartier generale del II Corpo d’Armata polacco. A Szost, comandante di compagnia, viene dato l’incarico di ufficiale addetto agli approvvigionamenti. Si sposta nella zona, in particolare nelle campagne, alla ricerca di viveri per l’esercito acquartierato nei campi vicini che diventeranno ben cinque con l’ulteriore arrivo di altri militari polacchi dal Medio Oriente. In uno di questi spostamenti all’inizio del ’44 conosce Wanda De Leonardis, figlia di un agricoltore benestante, rifugiatasi con la famiglia in campagna per sfuggire ai bombardamenti sull’aeroporto confinante con la cittadina. È amore a prima vista. Lei è fidanzata con un altro, ma l’affascinante polacco la conquista irrimediabilmente. La diffidenza del padre di lei nei confronti di un giovane sconosciuto venuto da lontano è totale, tanto che ad accompagnare all’altare Wanda il giorno delle nozze non sarà lui, bensì il colonnello comandante del battaglione, il 27 ottobre 1945.
La battaglia di Montecassino
Ad aprile, sempre del ’44, è inviato a Montecassino e partecipa alla battaglia che segnerà le sorti dell’occupazione tedesca in Italia centrale e a Roma. L’attacco polacco a Montecassino, iniziato tra l’11 e il 12 maggio insieme ad altre forze alleate, si conclude il 25, ma già dal 18 un reparto del 12^ Reggimento Fanteria ha innalzato la bandiera polacca sulle rovine dell’abbazia ormai distrutta dagli Alleati con il bombardamento del 15 febbraio. A Montecassino Szost viene ferito. Curato prima nell’ospedale da campo, viene successivamente trasferito a Casamassima dove viene messo a riposo in attesa del congedo.

Ritorno a casa
Terminata la guerra e subito dopo la nascita del primo figlio Michele nel ‘46, il rimpianto per la patria lontana e il desiderio di rivedere i fratelli e la madre lo spingono a tornare a Lodz, anche per la speranza di poter reimpiantare la fabbrica di cravatte, ma siamo giu è stata abbandonata proprio a coloro che l’avevano invasa e ne avevano ucciso a migliaia cittadini e militari: si pensi solo all’eccidio nella foresta di Katyn nell’aprile ’40, nella quale oltre 4.000 ufficiali furono trucidati e sepolti in fosse comuni. L’intento dei Sovietici nel ’47, come già in passato, era quello di annientare la parte più colta e consapevole della società, coloro cioè che avrebbero potuto opporsi alla sovietizzaz nti al 1947 e la Polonia è entrata nell’orbita sovietica. Gli accordi di Jalta prima e di Potsdam poi nel ’45 tra Churcill e Stalin hanno deciso le sorti del mondo e la Polonia ione della Polonia.
Una scelta dolorosa
Anche la sorte di Szost rientra in questo progetto. Infatti, una domenica mattina la moglie Wanda all’uscita dalla chiesa a Lodz viene avvicinata da un uomo che si presenta come funzionario del Consolato italiano e che le consiglia di fuggire al più presto. Tornata a casa spaventata, racconta tutto in famiglia. Pawel esita a partire, accondiscende tuttavia a che lei e il bambino tornino in Italia, lui rimarrà in Polonia. Ma la madre Lucia gli impone invece di seguire la moglie e il figlio. Nottetempo, con l’aiuto di un ferroviere amico che li nasconde in un vagone merci, con una sola valigia, fuggono attraverso la Cecoslovacchia e, sempre di nascosto, giungono in Italia. Sono salvi, ma in Polonia hanno lasciato oltre che tutti i loro beni anche tutti gli affetti. Szost tornerà in Polonia a rivedere i fratelli solo nel 1975, in occasione del matrimonio del figlio Michele con Maria Cecilia Todisco, dopo aver preso la nazionalità italiana nel 1970 ed essere da essa protetto di fronte al regime comunista ancora egemonico in Polonia. La mamma Lucia era già morta da diversi anni.
La lingua del cuore
Dopo il 1945 la diaspora dei polacchi in Europa salvò moltissime vite. A migliaia furono accolti in Inghilterra, perché l’esilio fu l’unico modo per sottrarsi ad una vera pulizia etnica. Come quella realizzata da Tito in Istria e Dalmazia ai danni degli Italiani: lo stesso disinteresse mostrato per l’Europa dell’est caratterizzò infatti l’atteggiamento delle potenze vincitrici della II guerra mondiale nei confronti del confine nord-orientale dell’Italia. Gli equilibri del mondo erano ormai mutati.
In Italia Szost si sentì sempre esule, pianse quando gli fu concessa la nazionalità italiana e gioì invece quando il governo polacco gli riconobbe nel 1994 la doppia nazionalità.
Il figlio Domenico così ricorda il padre dopo la fuga dalla patria:
«In Italia riprese la sua vita partendo da niente fino ad impiantare una industria manifatturiera. Ricordo ancora i primi tempi di stenti, sono nato nel 1951, e i continui incontri con altre persone che non parlavano in italiano; ricordo un prete polacco che veniva a trovarci durante le feste e che rimaneva a parlare ore ed ore con mio padre; ricordo la estrema dignità dei connazionali costretti ad accettare lavori umili nonostante fossero ingegneri o farmacisti; ricordo gli incontri con gli altri polacchi a Lecce; e poi ricordo il primo due novembre a Casamassima, quando mio padre portò tutta la famiglia ad incontrare ancora una volta gli altri esuli ed i rappresentanti del governo polacco in esilio. Tantissimi sono i ricordi e qui voglio solo raccontare della casa sempre aperta ai polacchi che passavano non solo da Gioia del Colle ma anche da più lontano, dal primo violinista dell’orchestra del Petruzzelli alla ragazza fidanzata con un genovese in ferie in Puglia; moltissime persone, spesso conosciute per strada; ed ancora il medico chiamato quando era necessario un consulto serio, il dottor Tanzer, terapeuta dell’intera famiglia. Non ricordo che abbia mai perso un due novembre a Casamassima anche quando, ormai novantenne, si portò la sedia da casa per potersi riposare durante la cerimonia religiosa. Mio padre non dimenticò mai la sua lingua e le sue ultime parole quando ci lasciò nel marzo del 2005 furono sospirate in polacco».

Prof.ssa Flora Villani







