Alcuni commentatori qualificati di testate giornalistiche italiane nei giorni scorsi hanno sottolineato e messo in evidenza una riflessione che appare scontata.
La nuova Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha portato avanti un progetto: trasformare in un partito conservatore, possibilmente europeo, la ormai vecchia “destra”, facendola diventare “sociale”. Una nuova etichetta. L’affermazione più rilevante, che abbiamo riscontrato, era la seguente: questo cambiamento «è destinato a trovare nel Mezzogiorno un ambiente poco favorevole e sembra fatalmente destinato a camminare sulle gambe delle regioni centro-settentrionali».
Una sorpresa? Non si direbbe.
La campagna elettorale per le elezioni del 25 settembre, sin dal suo inizio è apparsa chiara. La trazione settentrionale di quel blocco sociale si sarebbe allungato. Avrebbe anche ampliato il proprio tasso di egemonia nel Paese. Questo significava abbandonare il sud Italia alle sue ataviche debolezze e ai ritardi insiti nella propria concezione di subalternità al politico di turno.
La posizione, appena descritta, della Meloni e del suo partito è stata costruita già in precedenza. Era una leader formata e proveniente da una tradizione, che possiamo definire statalista o centralista. Naturalmente il suo radicamento era intrecciato fortemente nel Sud. Adesso invece si è rivolta ai ceti produttivi e al blocco sociale del Nord. Dove il centrodestra ha indiscutibilmente il suo humus.
A costo di perdere voti al Sud, come di fatto è successo. I primi passi del suo governo mostrano la volontà di percorrere una strada di ispirazione nordista. La flat tax non è solo una ipotesi. Che dire della famosa autonomia differenziata con la creazione di un ministero apposito? L’improvviso aumento del contante. Il repentino irrompere nella sanità. Tutti liberi? E il Covid? Il veloce taglio al reddito di cittadinanza. Per non parlare delle modifiche al PNNR, a dispetto delle regioni del Sud, che mostrano fortemente di averne bisogno.
Sono scelte rischiose tendenti a creare contraccolpi e strappi. Lacerare con gradualità quelle sottili tendenze, che riescono a stento a tenere ancora insieme tutti.
Aspetti non valutati bene da chi è ben seduta sulla poltrona più alta di Palazzo Chigi.
Proseguendo in queste analisi, possiamo invertire il ragionamento. Il nuovo esecutivo ha creato intorno a sé un vulnus: il Sud, che deve ritornare al centro delle nostre analisi e di lì ripartire.
Se la fase post elettorale in brevissimo tempo ha evidenziato un forte rafforzamento dell’asse politico, che sostiene l’avanzamento dell’egemonia del Nord, nello stesso tempo lascia un campo aperto nel Sud e spalanca le porte alle analisi e alle riflessioni dei partiti che stanno all’opposizione. Questo ci trascina a cercare di individuare un nodo focale. Quale deve essere la prospettiva, con quale profilo e soprattutto quale opposizione fare.
Negli ultimi giorni assistiamo al travaglio di un partito, ormai storico e sulla scena dal lontano ottobre del 2007, il Partito Democratico, continuare a cinguettare, talvolta a bisbigliare, perdendo tempo prezioso in disquisizioni puramente sterili e in complesse dispute sui nomi. Non parliamo, poi, di quell’attardarsi nella ricerca di una risposta adeguata a ogni frase, che pronuncia la premier o che esce dalla bocca degli inesperti dirigenti di Fratelli d’Italia.
Ritarda ancora la piena consapevolezza e la capacità di cogliere l’opportunità offerta, per entrare nel vivo del congresso, coinvolgendo anche i gruppi dirigenti del partito del Nord. Metterla al centro del dibattito. Riflettere. Individuare la linea politica, il progetto, le alleanze e infine il segretario nazionale.
Con tutte le rappresentanze nazionali e territoriali.
È una sfida.
La principale, se non l’unica. Il gruppo dirigente deve avere l’ambizione di essere in prima fila nell’opposizione a questo governo e deve avere un futuro progetto alternativo di governo. Rilanciare un partito né prevedibile, né scontato. Evitando di inserirsi in una zona grigia, che non suscita entusiasmi.
È, altresì, necessario riconoscere che il M5S, qualche tempo fa ha iniziato un processo di rinnovamento. È più credibile, specialmente nella difesa di alcune settori della società meridionale.
L’interesse del PD è una svolta decisamente meridionalista. Claudio Scamardella, autore di “Ricostruire il partito dal Sud”, apparso ieri sul “Corriere del Mezzogiorno” espone le linee di un percorso innovativo di autonomia assoluta. Una decisione non più rinviabile: «Non è solo una possibilità. È una strada obbligata per il Pd. L’intero Pd. Il voto del Nord ha confermato che, al di là dell’alternanza delle leadership nel centrodestra, quei territori sono difficilmente contendibili dal punto di vista elettorale, almeno nel breve e medio periodo».
«È, invece, nel Mezzogiorno e sul Mezzogiorno che il Pd può trovare terreno fertile per rigenerarsi e rilanciarsi, ricostruendo un profilo riformista, alternativo e di governo. Ed è dal Mezzogiorno che il Pd può arginare e provare a spezzare quel blocco sociale a trazione settentrionale che detta l’agenda al Paese da trent’anni e che utilizza il partito quando serve, per stabilizzare il quadro politico, e lo scarica, fino a umiliarlo, non appena ne può fare a meno».
«Senza trasformarsi, sia chiaro, in un partito territoriale contro il Nord, tenendosi anzi a debita distanza da alleanze costruite esclusivamente in chiave difensiva e sul minimo comune denominatore del “no a tutto”, dalle rituali battaglie di retroguardia con il solo obiettivo di ridurre i danni, da ammucchiate indistinte con dentro le peggiori pulsioni del sudismo e un rivendicazionismo dal respiro corto».
L’allusione ad alcuni Presidenti di Regione del Sud è chiara.
«Per questo, non serve puntare su confuse e contraddittorie intese politico-elettorali senza una visione alternativa costruita sul “comune sentire” e capace di parlare a tutta l’Italia».
«C’è bisogno, dunque, di coraggio da parte del Pd. Nei contenuti e nella scelta degli uomini. Ai vertici nazionali e territoriali».
«Se il Pd vuole cogliere l’opportunità offerta dalla nuova fase, deve sciogliere questi nodi. Innanzitutto, nelle regioni meridionali che governa da anni».
Il congresso da quì, dal Sud deve ripartire.








Ci voleva la ” batosta ” elettorale per capire che la secolare ” Questione Meridionale ” deve essere il faro della politica di Centrosinistra. Lo si doveva capire da tempo da quando la Lega si è legata al Centrodestra per difendere gli interessi del Nord usando anche i voti del Sud. È bastato togliere l’aggettivo nord che ha eletto i suoi uomini ” nordisti ” anche al Sud. Il futuro dell’ Italia 🇮🇹 dipende ” solo ” dalla ripresa del Sud, ma questo interessa solo a pochi se non a nessuno . Io sento da 50 anni parlare della Questione Meridionale , almeno questa volta il neo Presidente del Consiglio Meloni l’ha solo accennato nel discorso di replica al Senato dopo che nel discorso d’insediamento all Camera non ne aveva per niente parlato. Bisogna darle atto che è stata onesta : Non gliene frega niente del Sud come non ne è fregato niente a nessuno dall’Unità d’Italia in poi. Il Sud è una terra bellissima solo che i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri e sono costretti a emigrare. Prima c’era qualche valvola di sfogo come il mare, ora non rimane che andare all’estero, ma se prima l’estero chiedeva braccie ora chiede cervelli con il risultato che il Sud rimane e rimarrà sempre povero.