«Non saprei nemmeno come chiamarla: succede con le esperienze intense».
Venerdì sera. Presenza e testimonianza di Liliana Segre.
Al binario 21.
Una bella serata.
Conduzione ineccepibile senza retorica e, a dire il vero, senza un filo di sbavature, da Fabio Fazio per Rai1.
Un teatro della memoria.
Una trasmissione sobria ci ha regalato alcuni momenti di intensità irripetibile.
Un mondo diverso, perché Liliana Segre è stata una testimone fedele dei tempi dell’orrore perseguito dal fascismo.
Dopo svariati anni ha rimosso dal suo intimo e dalla sua psiche, come lei stessa ha narrato, un usbergo, ostacolo alla descrizione di tutto quello che era successo a partire dal 1938.
Le leggi razziali, gli eventi e le conseguenze.
Aveva tredici anni.
Ha descritto con dovizia di particolari le sofferenze e le tribolazioni patite da lei e dalla sua famiglia.
La morte del padre e non solo.
Ha voltato la pagina.
Ha abbandonato il rancore, affermando: «Sono diventata madre. Non avrei mai potuto odiare».
Un racconto, il suo, penetrante e nello stesso tempo asciutto, basato sull’essenzialità. Un invito, che raccoglieva e nascondeva un imperativo categorico e morale: ricordare, ma proseguire e andare avanti. Nell’antica Grecia, avere memoria era importante, perché rappresentava la materializzazione dell’atto.








