Nella Biblioteca Comunale Prospero Rendella, alla presenza di un numeroso pubblico di amici ed estimatori, Marianna Giannuzzi dell’ARCI Monopoli, ha presentato il nuovo libro di Valerio Castrignano.

Nasce nel 1989 a Monopoli (Bari).
Cresce a due passi dal mare, impegnandosi in battaglie ambientali e politiche. In particolare agli inizi degli anni Dieci è impegnato nella lotta di opposizione contro le trivellazioni petrolifere al largo delle coste pugliesi.
Durante un volantinaggio per il Referendum del 2011 conosce un editore che lo invita a scrivere per un giornale locale, L’Eco del Sudest.
Collabora con diverse testate monopolitane, tessendo il racconto della realtà con una naturale tendenza all’ironia e al dubbio.
Nel 2014 diventa caporedattore di Maestrale, mensile di approfondimento.
Si laurea in Giurisprudenza a Bari nel 2016 con una tesi in sociologia del Diritto sui problemi del diritto penale contemporaneo; soffermandosi sul fenomeno del carcere-centrismo. Frequenta il master in Giornalismo di Bologna e diventa giornalista professionista nel 2020. Pubblica il suo primo libro di poesie nel 2021 con Robin Edizioni: Tramonto, notte, alba e Resurrezione.
Nel 2022 vince il concorso nazionale di poesie l’Arte in versi (Organizzato dall’associazione Euterpe), sezione L, sperimentazioni poetiche e nuovi linguaggi, con il componimento “Lockdown”.
Nel 2023 viene pubblicato Tutti a casa, propria, il suo secondo libro e primo romanzo in cui approfondisce i temi dell’isolamento e della sospensione già presenti in “Lockdown”.
Recensione di Ferruccio Ferretti
Scrivere un diario è cercare di mettere ordine dentro sé stessi.
Se immaginiamo le nostre giornate come un appartamento abitato da due persone di cui una sgrana la sua vita secondo consuetudini introiettate e compromissorie, mentre “l’altra” persegue un disordine anarchico irresponsabile, arriva un momento in cui confliggere è inevitabile e insopportabile e si cerca un armistizio accettabile per le due parti.
Sedersi ad un tavolo di pace – raccontando e raccontandosi – può essere una terapia efficace. Se il tutto rimane chiuso tra le pareti di un dialogo intimo è già un atto di discreta volontà.
Ma se si decide di aprire le finestre e liberare all’esterno queste riflessioni, è un atto di coraggio non comune.
Valerio Castrignano ha voluto bagnare il suo battesimo da scrittore con l’acqua santa di un diario dedicato al periodo peggiore della nostra storia recente: quello della pandemia.
Ognuno di noi ha affrontato l’isolamento in base a quella che era la sua storia.
Pertanto gli schemi che ci volevano far credere che ne saremmo usciti migliori, peggiori o comunque diversi erano illusori.
Se qualcuno che non lo conosce personalmente iniziasse la lettura saltando la parte biografica, avrebbe la sensazione che l’autore abbia attraversato gli anni ‘70 cogliendone gli spunti musicali e cinematografici con il senso estetico e critico proprio di chi quegli anni li conosca avendoli vissuti da adolescente.
Invece no Castrignano è dell’89, un anno in cui sono crollati muri e la musica, il cinema e l’arte in generale avevano già svoltato pagina da un pò di anni.
Questa formazione permette all’autore un’introspezione ed una capacità notevole di svariare nei suoi dialoghi con sé stesso.
La pandemia ha agito in modo “democratico” e tremendo sul fisico delle persone, ma ha agito sulla psiche in modo differente a seconda del terreno che già preesisteva, accentuando pregi o difetti innati.
Come in quei film di fantascienza in cui gli alieni si impossessano degli umani esasperando i loro difetti (tra gli altri, per esempio, “Inception” di Nolan).
Castrignano dichiara che “scrivere in prima persona è da vigliacchi”, esorcizzando in verità questa paura, visto che rivelare le ipocondrie intellettuali nella modalità profonda da lui utilizzata – ripeto – è un atto di coraggio non da poco.
“Stagflazione sentimentale”, “Imperialista esistenziale”, “Colonialista della coscienza” sono solo alcuni originali calembour in cui l’autore dimostra la sua abilità di “artigiano delle parole”, quale si definisce.
Il diario disegna una parabola discendente in cui la precarietà dei rapporti umani non si nasconde più in una falsità di facciata, ma viene promossa dalla pandemia a principale corruzione della socialità.
La sensazione è che l’autore abbia voluto denunciare che l’uomo sia già “contaminato” a prescindere, e che l’evento pandemico non abbia fatto altro che deflagrare contraddizioni già incastrate nelle nostre esistenze.
Ci sarebbe da commentare ancora tanto ma voglio citare in particolare due capitoli molto intriganti: “L’uomo arazzo” in cui ravvedo autentica poesia decadente con un pizzico di Bukovski e una sfarinata di Baudelaire; “Darwinismo tecnologico” in cui l’autore in sofferenza per l’isolamento, sembra dare valore all’uomo-massa in un contesto anti-pasoliniano, ma – credo – con una glaciale autoironia.
In conclusione, “Tutti a casa, propria” è un viaggio negli inferi dell’autocoscienza, in cui sembra tutto irreparabile, in contrasto con l’ottimismo di “uscirne migliori”.
Ma solo perché non si può uscire migliori da una tragedia, se la tragedia non è un’emergenza, ma la normalità.
È un libro da leggere per uscirne di certo più consapevoli.
2 APRILE 2023 PRESENTAZIONE DEL LIBRO IN BIBLIOTECA RENDELLA

Foto a cura di Pino Mirizzi e Stefano Carbonara
IL GRAZIE DI VALERIO
LA RECENSIONE del libro ” TUTTI CASA, PROPRIA”,
di MICHELE SZOST
Il rumore in lontananza delle sirene. L’assalto ai supermercati. Le fake news e il panico collettivo. Le istantanee che descrivono il lungo e doloroso biennio di diffusione del Covid – 19 sono impresse nella mente di ciascuno di noi. La pandemia ha sconvolto la realtà così come la conoscevamo, lasciandoci in eredità un mondo ancora più complesso e contraddittorio.
Le pagine di questo romanzo ripercorrono i dubbi, le paure e le sensazioni del protagonista ma anche di un’intera generazione di giovani adulti alle prese con una realtà incerta e ostile, senza punti di riferimento. Come orientarsi, come poter individuare un senso più profondo del nostro vivere, se tutto ciò che conoscevamo non sarà mai più come prima?
Il bel libro di Valerio Castrignano (edizioni Robin Edizioni S.r.l., Torino; pagg 198) è un romanzo in forma di diario che scorre scandito da titoli originali, densi di significato, come i giornalisti più creativi sanno coniare.
Si tratta di un diario – crudamente spietato e tenero, pietoso e cinico – delle lunghe giornate di vita claustrale provocata dalla pandemia: un’avventura quotidiana raccontata e descritta in tutte le sue pieghe drammatiche, beffarde, maledettamente avvilenti per un giovane lavoratore precario.
Non è un diario espressamente autobiografico perché il soggetto narrante pulsa di altrevite accomunate dall’età e dal comune sentire: la solitudine, la precarietà del lavoro, l’incubo dell’avvenire, le struggenti disillusioni.
Riflessioni psicologiche, racconti di interiorità innamorate e spezzate ne fanno un racconto ribollente d’umanità pensosa, mesta, imprevedibile, angosciosa; e con una remota ansia di speranza. Ma subito sconfessata: «A casa per sempre. Non c’è bisogno della realtà. Non c’è bisogno della società».
Il libro si legge d’un fiato, incalzante; ti concede qualche sospensione per fermarti. Fermarti a contemplare una scena, a rileggere una riflessione, a riascoltare un dialogo: con un’amica, un genitore, un collega giornalista.
Intessuto di una prosa frenetica, accorata e lirica, il romanzo possiede talora un fraseggio di poesia in prosa. È la cifra di Castrignano.




































