«Indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso».
Questo è il vero don Milani: l’amore per i ragazzi è il suo «obbedire e parlare» alla Chiesa.
«Oggi Barbiana resta un fatto della nostra storia, nonostante la sua piccolezza, ma anche un simbolo. La dimostrazione di quanto, in condizioni impossibili, possono fare un uomo o una donna che amano e lavorano per gli altri». Parole di Andrea Riccardi, nella sua prefazione al libro di Michele Gesualdi, uno dei primi sei “ragazzi” della sua scuola di Barbiana, “Don Lorenzo Milani. L’esilio di Barbiana”, Edizioni San Paolo, in libreria dal 27 aprile scorso, con introduzione di Tomaso Montanari e postfazione di don Luigi Ciotti.
Nel rapporto con la Chiesa, il suo “obbedire e parlare” gli costò tanto.
Più di ogni altra cosa, emerge l’amore per i suoi ragazzi. «Questo amore, fatto di intelligenza e affetto, tutto teso al riscatto e alla liberazione da ataviche eredità di rassegnazione e marginalizzazione, si ritrova nelle pagine di questo libro di Michele Gesualdi, che è un testimone privilegiato di questa realtà. Dobbiamo essergli veramente grati per questa ricostruzione della vicenda del Priore di Barbiana, così storica e allo stesso tempo così personale».
Nel 1967, a 44 anni, il 26 giugno la leucemia spegne Don Lorenzo Milani. Il 28 ottobre dell’anno successivo gli perviene la condanna per apologia di reato. Avendo mostrato coerenza, aveva difeso, contro i cappellani militari, coloro che sceglievano l’obiezione di coscienza, che a quel tempo non era ammessa. Si accettava la galera pur di non prestare servizio militare.
Le parole di Papa Francesco: «Apprendere, conoscere, sapere, parlare con franchezza per difendere i propri diritti erano verbi che don Lorenzo coniugava quotidianamente a partire dalla lettura della Parola di Dio e dalla celebrazione dei sacramenti, tanto che un sacerdote che lo conosceva molto bene diceva di lui che aveva fatto indigestione di Cristo».
Anche l’invito a non bocciare è stato frainteso. Don Milani aveva la sua idea di scuola.
Fu gratuitamente accusato da alcuni suoi detrattori di aver dato una mano allo sconvolgimento e alla “distruzione” del sistema scolastico italiano.
Perché aveva diffuso una ”ideologia”: l’egualitarismo.
L’obiettivo sarebbe nascosto in una specie di favoritismo per il disimpegno degli allievi e per ridurre ai minimi termini il sapere legato alla didattica.
Una parte della tendenza del “Sessantotto”, non tutto, aveva creato un fascino in don Milani.
Allo stesso tempo quel movimento aveva frainteso il suo invito a “non bocciare”. Fino a travisarlo in una promozione per tutti, senza alcuna corrispondenza con la realtà. Don Lorenzo si serve della metafora della scuola che boccia, per paragonala a un ospedale, che mantiene i “sani” e allontana i “malati”. Non è un invito a tenersi i malati senza curarli, ma a realizzare la missione dell’ospedale: curare i malati. Allo stesso modo il “non bocciare” non significa avallare i ritardi, le insufficienze e le ignoranze. Al contrario, vuol dire farsi carico: riorganizzare la scuola con metodi e tempi con il solo scopo di cancellare le disuguaglianze culturali, che nascondono, rafforzano e legittimano quelle sociali ed economiche.
Antonio Losito