In Italia la condizione del disabile e dei suoi familiari è costantemente in salita.
È altrettanto ambizioso migliorare la qualità della vita, che si rivela un traguardo difficile, se non impossibile, da conseguire.
Ogni giorno c’è un grande muro su cui si infrange ogni aspettativa.
Milioni di italiani assistono almeno un parente disabile. Le speranze sono al lumicino. Una condizione di isolamento, che nasce da difficoltà oggettive e dall’impossibilità di consolidare rapporti e relazioni con chiunque altro. Un contesto sociale, che allontana dalle istituzioni pubbliche e private. Dove è finita l’inclusione? Le famiglie, che custodiscono presso di sé persone fragili, si incamminano velocemente verso un grave rischio. Quello della povertà sociale, culturale ed economica. Migliorare la qualità della vita è una chimera. Tutto diventa irraggiungibile. Un isolamento, che viene fuori da condizioni oggettive e quotidiane.
Gli aiuti sono richiesti da genitori, nonni, figli, zii e nipoti, che hanno sulle spalle tutto il peso delle responsabilità. Stare vicino e aiutare un parente o un congiunto con menomazioni fisiche o mentali è difficilissimo. Non ci sono contributi economici o aiuti umanitari consoni, tali da mettere al centro la persona. Emerge chiaramente dall’indagine sulla “Disabilità e povertà nelle famiglie italiane”. Studi approfonditi ed elaborati sia da CBM Italia, organizzazione umanitaria impegnata nella prevenzione e nella cura della cecità e della disabilità e nell’inclusione delle persone nel Sud del mondo e in Italia, sia dalla “Fondazione Emanuela Zancan”, Centro Studi e Ricerca Sociale, che per la prima volta compie indagini nel nostro Paese. In occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità si è messo chiaramente in evidenza una condizione di impoverimento costante.
In Italia i dati non sono aggiornati, ma sono circa tre milioni i disabili e molto più di cinque milioni le persone in povertà assoluta. Il rapporto elaborato qualche anno fa dall’Istituto di statistica fa l’elenco dei motivi per cui la presenza di disabili nelle famiglie ha notevoli ricadute economiche sulle stesse. A cominciare dall’aumento delle spese dovute per le cure mediche. Segue, poi, l’acquisto di macchinari necessari e delle relative attrezzature per l’assistenza in casa. Infine, i sacrifici e le difficoltà a essere costantemente presente sul posto di lavoro, per il semplice motivo che lo si deve fare molte volte e a tempo pieno. Approfondendo la ricerca, si nota che molti non usufruiscono pienamente del Ssn (Servizio sanitario nazionale), che non ha sempre risposte positive e adeguate per soddisfare i bisogni e le richieste delle persone disabili.
La “fotografia”, ultimamente scattata da una indagine dell’Osservatorio “Cittadini e disabilità” sul rapporto esistente tra persone disabili e il sistema sanitario nazionale, non è eccellente. Il direttore comunicazione e raccolta fondi del “Serafico di Assisi”, Stefano Malfatti, lo spiega dettagliatamente:
«Questi dati restituiscono una situazione complessa, aggravata anche dalle difficoltà innescate dalla pandemia degli ultimi anni, nella maggior parte delle strutture sanitarie italiane mancano dei veri e propri protocolli specifici per le persone con disabilità in aggiunta a un’importante carenza di personale formato. Il Serafico, ad esempio, essendosi sempre ispirato alla volontà di coniugare il “curare” con il “prendersi cura”», aggiunge, «lavora quotidianamente per rendere i servizi ambulatoriali per persone con disabilità sempre più adatti al loro stato di salute; ma il nostro Ssn purtroppo è ancora cucito su misura per il malato e non per il malato con disabilità. Ecco perché il tema dell’accessibilità alle cure deve diventare una priorità su cui fondare la nostra società, attraverso una vera e propria svolta culturale che ci porti al pieno riconoscimento della dignità e dei diritti dei più fragili, e che sia in grado di abbattere le disuguaglianze in tutti i settori della sanità».
Infine, per quanto riguarda l’ambito lavorativo, la situazione registra ancora molti ritardi. Le aziende italiane non sono completamente organizzare per gestire l’avviamento al lavoro delle persone disabili. Si attengono ai ristretti adempimenti previsti per legge.
Antonio Losito