
«Per la pace serve un’Europa più forte».
È la difesa comune auspicata dallo statista nato nel Trentino Alto Adige.
«C’è urgente bisogno di un’Europa più forte, gli europei devono rafforzare la loro unità per pesare di più come blocco di pace in un mondo dilaniato dalle guerre, per quella ancora oggi indispensabile fraternità universale». Così il card. Matteo Maria Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana e arcivescovo metropolita di Bologna, ricorda Alcide De Gasperi, politico cattolico. Incontro organizzato dalla fondazione intitolata allo statista trentino, nel giorno della sua nascita. Nell’ambito di questa celebrazione, a 70’anni dalla sua scomparsa, mette in luce una attualità e una lungimiranza, che anticipa il suo insegnamento. «Credo che il rigore, la visione, il cammino di De Gasperi debbano ispirare tutti in particolare chi fa politica seguendo l’ispirazione cristiana», dice Zuppi. «Non è un ricordo che ci fa guardare al passato ma ci fa guardare il presente e scegliere il futuro».
È ampio e gremito il salone della biblioteca Vallicelliana in Roma, luogo scelto per la ricorrenza. Accanto al Presidente della Cei, siedono, come ospiti d’onore, Angelino Alfano, presidente della Fondazione De Gasperi, Pier Ferdinando Casini, presidente del gruppo italiano all’Unione Interparlamentare. Gli storici Daniela Preda e Agostino Giovagnoli. Dopo una breve introduzione di Paolo Alli, segretario generale della Fondazione De Gasperi, Antonio Polito ha moderato il dibattito. Tra i presenti, in prima fila Bruno Tabacci, Gianni Letta, l’ambasciatore della Spagna in Italia Miguel Angel Fernandez Palacios Martinez e gli ambasciatori Franco Talò, Luigi Mattiolo ed Efisio Luigi Marras.
Questi sono tempi difficili. Cosa può suggerirci oggi De Gasperi. Questo è l’interrogativo. «I progetti ce li ha lasciati, ora il problema è nostro, ma siamo ancora in tempo», dice Zuppi, che parla di fraternità e di pace. Argomenti e concetti molto cari a De Gasperi. «Non era un pacifista ideologico, ma di sicuro è stato un uomo di pace. Per lui l’Alleanza atlantica aveva un carattere difensivo e la pace era anche l’obiettivo che doveva perseguire l’integrazione europea». Fu anticipatore e lavorò in questa direzione. Con scarsa fortuna parlava di una Comunità Europea di Difesa. L’obiettivo era, e lo ricorda Zuppi citando un suo particolare intervento, quello di «contrastare una funesta eredità di guerre civili – tali bisogna considerare le guerre europee dal punto di vista della storia universale, – quest’alternanza, cioè, d’aggressioni e di rivincite, di spirito egemonico, di avidità di ricchezza e di spazio, di anarchia e di tirannia, che ci ha lasciato la nostra storia».
Il progetto di Difesa comune «doveva essere un passaggio verso l’elezione diretta del Parlamento europeo, poi effettivamente avvenuta nel 1979, per aprire la strada a una soluzione federale dell’Europa».
Un progetto sempre attuale. Questo è l’auspicio del Presidente della Cei e chiede che «la comunità internazionale continui a fare tutto il possibile per trovare una via d’uscita»: per i conflitti in corso in Medio Oriente e in Ucraina. Guarda alla lezione di De Gasperi e alla sua capacità di mettere in rapporto «i principi professati e l’azione concreta». Lo proclama e lo definisce «nemico della demagogia e del populismo». In nome della «fraternità evangelica», che per De Gasperi è stata «la luce a cui doveva ispirarsi la politica del dopoguerra». Il suo sogno europeo fu coltivato fin dalla sua giovinezza. In una regione come quella del Trentino mitteleuropeo, parte dell’impero asburgico: «Il carattere universale del cristianesimo è stato per lui freno e antidoto, un ottimo antivirus, contro tutti i nazionalismi. Esso solo ci potrà salvare», «dalla catastrofe in cui minacciano di condurci i miti delle dittature di razza, di classe e di partito». Indicò una Europa unita dalla fraternità universale del cristianesimo, una «Patria comune senza con questo introdurre alcun criterio confessionale. Ma ammonì anche a non lasciare negli archivi e nei musei queste idee, calandole nella realtà viva».
De Gasperi era morto da poco e l’assemblea nazionale francese fermò quel suo progetto lungimirante di Difesa Comune. Lo afferma la professoressa Daniela Preda: «Un progetto di grande attualità, che andrebbe riproposto». Lo sostiene anche Pier Ferdinando Casini: «De Gasperi ci fa riflettere» e sottolinea «l’attualità e l’angoscia delle scelte da fare». Come per l’installazione degli euromissili in Italia, «ma ora, come avvenne allora, occorre una azione in direzione della pace, da Paese che ripudia la guerra».
Angelino Alfano ricorda un De Gasperi “padre della Repubblica”: «Il 25 aprile fu una festa voluta da De Gasperi. Oggi», sottolinea con amarezza, «è diventata una occasione di disputa fra destra e sinistra, ma ci sarebbe da guardare a lui che seppe parlare di perdono». Lo ricorda il presidente della fondazione a lui intitolata: «Ridotto in povertà, prima di essere assunto alla biblioteca vaticana, perseguitato dal regime, aveva avuto bisogno dell’aiuto dei parenti, ma non coltivò l’odio».
Il professor Agostino Giovagnoli parla di un uomo politico pragmatico e coraggioso. Ha ricordato il suo periodo più duro, certamente il più fruttifero della sua scheda biografica, il carcere a Regina Coeli: «Non commise l’errore di don Sturzo, di coltivare un risentimento verso la Chiesa. E nel tormentone attuale dei cattolici irrilevanti/non irrilevanti le “patenti” le assegna la storia».
Nel bene e nel male, la storia la fanno gli uomini.
Antonio Losito







