




Appena congedato dalla leva militare nel lontano dicembre 1976, un amico di famiglia mi chiese se volevo iniziare a lavorare sulle piattaforme. All’epoca io non sapevo neanche cosa fossero. Su insistenza della mia carissima mamma accettai l’invito per pura curiosità. Fu cosi che dopo le festività natalizie, nel mese di gennaio, mi misi in treno con l’amico per raggiungere Ravenna. Ricordo ancora oggi la data: 29 gennaio 1977. Appena arrivati, aspettammo l’ora di apertura degli uffici. Erano le 7,30 del mattino. Mi colpirono molto le parole del responsabile aziendale, il quale disse: «ragazzi se ci sapete fare, qui guadagnerete il pane per la vostra vecchiaia». Terminate le pratiche di assunzione, ci trasferirono a Porto Eni Piomboni, Marina di Ravenna, per partire sulla piattaforma RMA. Quel giorno c’era forte maltempo. Ci portarono all’eliporto della base, da dove, di li a poco, partiva l’elicottero per le piattaforme. Fu il mio primo volo in elicottero. Arrivati a bordo della nostra meta come consuetudine ci si presentava nell’ufficio del capo, il quale assegnava cabina, breve briefing di sicurezza e compiti specifici della mansione. Ero partito per pura curiosità, ma sono rimasto per ben 41 anni a lavorare in piattaforma. In questi anni mi sono formato prima come uomo e poi professionalmente avendo avuto modo di conoscere gente di tante parti sia italiani che estere.
Assunto come cameriere, dopo pochi anni, l’azienda mi propose il passaggio a “cuoco”. Accettai ben volentieri avendo avuto esperienze sia mentre espletavo il servizio di leva, sia anche in qualche ristorante durante la mia gioventù.
Le mie giornate da cuoco incominciavano al mattino presto. Sveglia alle quattro per aver il tempo materiale per panificare e far lievitare la massa. Dalle 6,30 colazione per tutti i presenti a bordo; alle sette dovevo aver approntato i panini per gli operai, che andavano in giro in barca per aprire i vari pozzi chiusi durante la notte. Il pane pronto per tutta la giornata; la focaccia o la pizza, che dir si voglia, alle nove per chi rimaneva a bordo. Poi, alle ore 12, preparare il pranzo per tutti: composto da due primi a scelta, due secondi sempre a scelta, contorni vari, frutta e caffè. Giovedì e domenica previsti anche antipasti e dolce. Poi il pomeriggio, alle 16, coffe break e alle ore 19 altri due primi, due secondi, contorni vari, frutta e caffè. Spesso il nostro lavoro veniva condizionato dall’andamento climatico e ricordo che la peggiore giornata, la più nefasta per tutti noi lavoratori in offshore in Italia, fu quando il 25 novembre del 1990 a causa del maltempo perirono 13 persone, tutti amici e colleghi, per la caduta dell’elicottero, che era adibito al trasporto per i cambi turno. Ancora oggi per quella data ho un dolore indescrivibile. Dico a tutti quelli che mi conoscono, che quando al mattino fate un semplice clic per accendere il gas per farvi il caffè, o per accendere la luce e ricaricare il telefono, o farvi semplicemente una doccia, ricordate che dietro al vostro clic ci sono persone, che lontano dalle loro famiglie, spesso anche in giorni festivi come il Capodanno, il Natale o la Pasqua, con qualsiasi condizione climatica, permettono che voi possiate fare quel clic. Se non ricordo male il Capodanno del 2014 con un tempo da lupi, neve, vento forte e mare in burrasca, avevo preparato il pranzo ed eravamo pronti per sederci tutti a tavola, ma arrivò una telefonata, che avvertiva che i vari pozzi delle piattaforme non presidiate si erano chiusi, a causa di forte richiesta di gas per il freddo pungente in varie regioni. Bisognava aprire al più presto quanti più pozzi possibili per erogare il gas e mandarlo a terra da qui alle nostre abitazioni. Ebbene quei ragazzi non hanno battuto ciglio, hanno preso le loro attrezzature e con un mare in burrasca si sono imbarcati sulla nave, che era venuta a prenderli. Sono andati a fare il loro lavoro e dalle 11,40, quasi mezzogiorno, sono rientrati alla base alle due di notte. Ecco come hanno trascorso quel capodanno questi ragazzi per far stare al caldo tutta la popolazione. In questi 41 anni ho lavorato davvero tanto. Ho avuto la fortuna di operare su piattaforme madri o ammiraglie, che dir si voglia, ho preparato pranzi e conosciuto anche molti ministri e rappresentanti di delegazioni di tanti stati esteri e, grazie alla collaborazione di colleghi, abbiamo fatto sempre un ottimo lavoro, testimoniato dai tanti attestati di stima, che ci venivano recapitati dai nostri superiori.
Si parla tanto della transizione ecologica, ma a mio parere il gas e il metano, che giace nel nostro sottosuolo, sono ancora la fonte energetica meno inquinante che esista. Un altoforno di una acciaieria oppure di una industria di ceramica potranno mai avere energie da fonti rinnovabili? Chiuderebbero all’istante, perché hanno bisogno di energia fissa e non alternata come può essere una rinnovabile. Questa energia può andare bene per condomini, palazzi, PMI, ma non per la grande industria. Si è mandato a monte un progetto in alto adriatico, che oltre ad avere gas a km 0 poteva dare lavoro a molte persone sia sulle piattaforme sia nell’indotto, cosi come in Puglia che non hanno voluto, né piattaforme, né rigassificatori, né a Brindisi e neanche a Taranto recentemente. In tal modo abbiamo rinunciato a tantissimi posti di lavoro. Se si pensa che, anche al livello di sicurezza e ai parametri per l’ambiente, l’Italia non ha rivali al mondo. Tutta questa discriminazione contro la fonte fossile del gas non la capisco! Ora la produzione nazionale è intorno al 4%, ma noi siamo intelligenti e, con il nostro gas, che si poteva prendere a bassissimo costo a km 0, lo andiamo a comprare dall’America a costi molto più elevati. Non c’è che dire: siamo furbi! Se si pensa che nel 2000 la nostra produzione era al 20% e poteva arrivare al 30% con ancora tante concessioni da portare in produzione, ecco che mi viene il magone e non sono io a dirlo, ma tanti esperti del settore, che durante le lunghe serate in piattaforma ne parlavano. Ora quelle rinunce le stiamo pagando a caro prezzo con le bollette energetiche aumentate a dismisura e con gli oneri di sistema, che servono a finanziare le energie alternative anche dove in molti casi ancora non producono un bel niente. Non tenendo conto delle Royalty, che le aziende petrolifere pagano alle regioni. Molto denaro, che serviva a finanziare opere pubbliche. Per tutti questi posti di lavoro in meno dobbiamo ringraziare a chi diceva no a tutto: no Triv, no Tav, no Tap etc. etc. Non vogliono le piattaforme. Senza considerare che noi lavoratori del mare siamo i primi a non inquinare e difendere il mare, che è la nostra prima fonte di vita e di guadagno per le nostre famiglie. Per questo lo rispettiamo e lo amiamo senza danneggiarlo.
Non buttavamo neanche uno stuzzicadenti in mare e per rendere meglio l’idea devo dire che a bordo delle piattaforme la raccolta differenziata era ed è del 100%, un obiettivo che molti comuni in terraferma si sognano. Ci sarebbe tanto altro da scrivere, anche aneddoti, per gli oltre 40’anni di lavoro. Appena mi torneranno in mente ve li racconterò. Ora concludo con i ringraziamenti, per prima la mia famiglia, che mi ha permesso di lavorare sempre in tranquillità, incoraggiandomi nei momenti difficili. Soprattutto non facendomi mai pesare le mie lunghe e reiterate assenze dovute al lavoro. Quarantuno anni in piattaforma non sono uno scherzo. Un grazie a tutti! Alle compagnie Ligabue catering e Compass group, società con le quali sono cresciuto come uomo e professionalmente, a tutti i lavoratori ENI del DICS di Ravenna e a tutti i dipendenti delle varie società offshore, con le quali ho instaurato nel corso di tutti questi anni un rapporto di amicizia fraterna, quasi familiare.








