
“L’affaire don Minzoni. L’uomo, le inchieste, i processi”, un libro di Andrea Baravelli e Paolo Veronesi, Edizioni Franco Angeli 2024, 298 pagine, ristabilisce il ruolo storico, che spetta a don Giovanni Minzoni.
Un saggio di vasta risonanza, che inquadra il protagonista in un preciso contesto politico, quello della Bassa Pianura Padana ed evita una facile semplificazione e la conseguente atmosfera agiografica.
Una terra dominata e guidata da Italo Balbo, fascista della prima ora, dove lo squadrismo agrario era molto determinato e imperversava con qualsiasi mezzo, senza confronto e senza ostacolo alcuno. Gli autori, entrambi professori dell’Università di Ferrara, di Storia contemporanea il primo e di Diritto costituzionale il secondo, basano la loro analisi su una fonte precisa: una pedissequa e meticolosa lettura dei documenti. Soprattutto quelli giudiziari. Per procedere all’analisi, in cui fu consumato l’assassinio del prete emiliano, che era molto attivo nel proprio territorio. Da una parte le lotte agrarie, dall’altra la grande mole dell’impegno educativo, di cui i suoi conterranei dopo l’assassinio sentirono immediatamente la mancanza.
Nato e vissuto a Fratta Polesine, un paesino a pochi chilometri da Argenta in provincia di Ravenna, nel 1885.
Erano gli anni in cui si andava sviluppando il “modernismo”, recepito e indirizzato verso una precisa azione politica e sociale. Fu un operatore sempre presente ad Argenta, la sua diocesi. Prima cappellano e poi parroco. Un forte patriottismo animava in suo impegno quotidiano. Senza sconfinare nel nazionalismo, fu volontario nella Prima guerra mondiale. Si arruolò, guadagnando con merito la medaglia d’argento.
Tornò ad Argenta nel 1919, assumendo da subito una posizione centrale in tutte le iniziative sociali. Dal doposcuola alla biblioteca. Nelle cooperative agricole e nel teatro parrocchiale. Era seguito da tutti. Prese parte e si iscrisse al Partito Popolare di don Sturzo, ma fu lo scoutismo cattolico, come strumento educativo, ad attirare a sé e mobilitare tantissimi giovani. In contrapposizione sia ai socialisti che alle nascenti e violenti forze fasciste. Queste mostravano la loro determinazione esibendo in ogni momento uno squadrismo, quello agrario, che sbandierava l’intenzione di aggressioni e continue ritorsioni.
La marcata connotazione libertaria e democratica misero subito in evidenza e sottolinearono il suo cattolicesimo sociale. Il tutto testimoniato dalle chiare pagine del suo “Diario”. Uno sforzo incessante e costante per evitare e superare i limiti, che il suo abito talare gli imponeva.
Quando nel maggio del 1921 fu assassinato il sindacalista socialista Natale Gaiba, don Minzoni si fece avanti e interpretò tutto l’orrore, che proveniva dall’intera città. Gridava contro la violenza squadrista dei fascisti e contro la “giustizia violata”. Nel frattempo, stava velocemente maturando un clima da coprifuoco.
Infatti, la sera del 21 giugno del 1923 due loschi individui lo affrontarono, aggredendolo alle spalle, mentre con un amico camminava per strada. Una lezione promessa varie volte. Fu colpito alla testa da un tremendo colpo di bastone. Talmente forte da provocare la morte in pochissime ore.
La popolazione era incredula. Costernata. Un susseguirsi di ribellione, palpabile in tutti coloro che si erano precipitati in canonica, dove era adagiato il corpo agonizzante. Le armi in mano agli assassini fascisti erano sorrette anche da quell’isolamento, che don Minzoni aveva provato analizzando la protervia dei cattolici locali, consenzienti e quasi collaboratori del potere dominante. Finanche il vescovo di Ravenna, mons. Antonio Lega, fratello di un importante cardinale della curia romana, non avvertì il dovere morale di essere presente al funerale.
Una vicenda storica, giudiziaria ed ecclesiale complessa. Un eccidio simile a quello di Giacomo Matteotti.
Zero risultati. L’azione e l’inchiesta giudiziaria sull’assassinio non arrivò mai a conclusione. Il caso fu riaperto l’anno successivo a seguito del clamore suscitato dal delitto Matteotti, quando il fascismo aveva ormai preso in mani saldamente il controllo del territorio. Le nuove leggi smantellarono lo Stato di diritto. I presunti imputati, gli esecutori materiali del delitto e i mandanti, tutti dipendenti dal peggiore squadrismo, anche se tutti palesemente individuati, restarono impuniti e assolti. Anche nel 1947 la riapertura del processo, pur condannando gli imputati per omicidio, scarcerò gli stessi per sopraggiunta amnistia.
Da Baravelli e Veronesi viene fuori un personaggio lineare, consapevole di pagare con la vita il proprio impegno religioso e civile, riscattando con il sacrificio la debolezza del mondo ecclesiastico.
Adesso è partita la causa di beatificazione di don Giovanni Minzoni, il parroco di Argenta, ucciso dai fascisti il 23 agosto 1923.
Un auspicio.
Antonio Losito







