
LA SCOPERTA
La ricerca delle Università di Firenze, Bologna e Siena sui resti scheletrici rinvenuti negli anni ’90 ha portato alla scoperta del genoma più antico in Italia.
I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista “Nature Communications”, hanno permesso di ricostruire con precisione lo sviluppo e le caratteristiche biologiche del bambino, morto all’età di circa 16 mesi.
I resti scheletrici sono tra i pochi scheletri infantili del Paleolitico Superiore così ben preservati.
I resti del bambino preistorico

Lo studio si è concentrato su alcuni resti scheletrici rinvenuti nel sito archeologico di Grotta delle Mura, nei pressi di Monopoli, in Puglia, sotto la direzione di Mauro Calattini, professore all’Università di Siena.
Si tratta di uno dei pochi scheletri infantili, ben preservati, rinvenuti del periodo Paleolitico Superiore.
Per datarli c’è stata una sinergia tra varie tipologie di studi; antropologici tradizionali con paleogenomica, paleoistologia dentale, analisi geochimiche ad alta risoluzione spaziale e datazione al radiocarbonio.
“Questo studio pionieristico, che combina diverse tecniche di analisi dei resti scheletrici, ha fornito una visione senza precedenti della crescita e delle condizioni di vita di un bambino vissuto in un periodo chiave per il popolamento della penisola italiana.
Si tratta di un tassello cruciale nella comprensione delle prime fasi di vita nel Paleolitico Superiore, perché ci ha permesso anche di raccogliere informazioni sulla madre e sui gruppi di cacciatori-raccoglitori dell’epoca”, dice Stefano Benazzi, professore di Antropologia Fisica al Dipartimento di Beni culturali dell’Università di Bologna, tra i coordinatori dello studio.
La procedura dello studio

Per risalire all’esatta datazione ma anche alle caratteristiche del bambino, che sarebbe stato biondo, con gli occhi chiari e probabilmente nato dall’unione di due cugini, sono stati prelevati pochi milligrammi di polvere di osso dalla roccia pietrosa, precisamente una porzione dell’osso temporale del cranio da cui, grazie alla conservazione è stato possibile estrapolare il Dna anche in un reperto così antico.
Grazie a questo gli studiosi sono riusciti a ricostruire il genoma quasi completo del bambino: il più antico a livello italiano. Lo studio dello sviluppo dentale, a partire da sottili sezioni di due denti, ha invece fatto emergere eventi di stress fisiologico durante la breve vita.
“Le analisi hanno rivelato uno sviluppo leggermente più precoce rispetto alla media delle popolazioni europee moderne e almeno nove episodi di stress fisiologico, tre dei quali verificatisi durante la vita intrauterina”, spiega Owen A. Higgins, dell’Università di Bologna.
“La presenza di un alto numero di marcatori di stress è coerente con i risultati genetici, che suggeriscono come il bambino fosse probabilmente affetto da cardiomiopatia ipertrofica: una malattia cardiaca congenita associata a morte improvvisa”.
L’importanza della scoperta
Questi dati stanno contribuendo ad arricchire la conoscenza delle dinamiche sociali e biologiche del Paleolitico Superiore e sottolineano l’importanza della penisola italiana come crocevia per l’incontro di vari gruppi di cacciatori-raccoglitori durante una fase cruciale della storia umana.
“L’integrazione di questi dati ci ha consentito di ricostruire una dettagliata storia biologica dell’infante, evidenziando sia lo sviluppo durante la prima infanzia sia le possibili cause della morte precoce”, conferma David Caramelli, professore di Antropologia dell’Università di Firenze, tra i coordinatori dello studio.
“L’indagine, inoltre, ha portato alla ricostruzione del genoma più antico in Italia, rivelando significativi cambiamenti nella popolazione dell’Italia meridionale alla fine dell’ultimo massimo glaciale, con l’arrivo di gruppi provenienti dai Balcani, i quali hanno colonizzato l’Italia da nord-est per poi scendere verso le regioni più meridionali della penisola”.
STORIA DELLA GROTTA DELLE MURA
La Grotta delle Mura, chiamata anche del Bue, balzata agli onori della cronaca per la scoperta dello scheletro di un bambino vissuto circa 12 mila anni fa, è ubicata lungo la costa, in direzione Capitolo, nei pressi di Porto Rosso.
È quello che resta di una grande caverna, un tempo più ampia e profonda, crollata sotto la forza distruttiva delle onde marine.
Il sito fu scoperto nel 1952 dal prof. Franco Anelli che scoprì alcuni reperti di grande interesse, come un ciottolo su cui era inciso un profilo di bovide.
Dal 1985 ripresero gli scavi per iniziativa dell’Università di Siena, diretta dal dottor Mauro Calattini, docente di Ecologia e Archeologia presso l’Università di Viterbo e ricercatore di Paleontologia presso l’Ateneo senese.
Nel 1998 l’equipe effettuò un’eccezionale scoperta, con un rito funerario sconosciuto, il corpo di un bambino alto 60 centimetri era stato sepolto nella grotta tra il 12 mila e il 10 mila a.C., periodo noto come Paleolitico superiore finale.
Il bambino era stato posto all’interno di una nicchia naturale e ricoperto con una lastra di pietra grezza.
Attualmente il deposito archeologico della cavità è protetto da una lunga cancellata messa in opera dalla Soprintendenza Archeologica e nella zona sono stati allestiti una serie di tabelloni che descrivono non solo il sito in questione, ma tutta la costa monopolitana che, in altri punti, offre interessanti resti preistorici.
E’ IMPORTANTE LA CONOSCENZA DEL SITO, LA SUA SISTEMAZIONE E VALORIZZAZIONE.
INVITO ALL’AMMINISTRAZIONE COMUNALE AD ATTUARE GLI INTERVENTI NECESSARI.







