INTRODUZIONE DI BRUNA DE MARINIS

In assenza dell’assessore alla cultura e della presidente dell’associazione Amici di S. Salvatore, impegnati in altre manifestazioni, ho il piacere e l’onore di introdurre la serata in omaggio di Lella Leoci, un’amica speciale, che ho frequentato per oltre 60 anni fino ai suoi ultimi giorni, una donna autenticamente libera, una scrittrice, un ‘amante della nostra Monopoli, scomparsa prematuramente l’11 febbraio 2024.
L’evento, in cui viene presentata la raccolta di articoli di Lella Leoci pubblicati sulla storica rivista Portanuova si inserisce nell’ ambito della rassegna “Oltre l’8 marzo”, si tiene in Biblioteca Rendella, massimo luogo iconico ed espressivo della cultura. Sono pagine che restituiscono uno sguardo acuto e raffinato sulla società, sulle tradizioni e sui mutamenti culturali del territorio.
L’iniziativa è realizzata in collaborazione con il Comune di Monopoli – Assessorato alla Cultura, dalla Biblioteca La Rendella e con l’Associazione ODV “Amici di San Salvatore”, e si inserisce nel calendario di appuntamenti dedicati alla riflessione sul ruolo delle donne nella cultura contemporanea.
I relatori dell’evento sono Francesco Pepe, giornalista, curatore del progetto editoriale, e Achille Chillà, docente e prefatore della pubblicazione, che illustreranno il valore letterario e culturale degli scritti di Lella Leoci, capaci di intrecciare osservazione sociale, sensibilità narrativa e memoria collettiva.
Ci sarà un collegamento da remoto di Vincenzo Schettini, autore del libro”La fisica che ci piace”, divulgatore scientifico, alunno di Lella Leoci, la sua professoressa di Filosofia e Storia.
L’iniziativa ha inoltre una finalità solidale: il ricavato delle vendite della pubblicazione sarà devoluto a AMOPUGLIA Associazione Malati Oncologici Puglia di Monopoli e a Medici Senza Frontiere.
Il progetto di ristampa degli articoli di Lella Leoci sulla rivista Portanuova, fondata nel 1982 da Achille Mirizio è stato sostenuto da Fabio Cascione, Fabrizio Zaccaria, Famiglia Leoci Lella, Giuseppe Lippolis, Marcello Belvito, Maria Teresa Barbarito, Ninnì Fiume.
In anteprima sarà proiettato un video su Lella Leoci, realizzato da Mimmo Migailo.
TAVOLO DEI RELATORI
VIDEO DI MIMMO MIGAILO
PRESENTAZIONE DI FRANCESCO PEPE

Questa sera non ci troviamo semplicemente a ricordare una grande amica, una docente, una scrittrice, ma una delle voci culturali più belle che la nostra comunità abbia mai conosciuto. Siamo qui a ricordare una scrittura che ha saputo trasformare la cronaca in riflessione, il racconto locale in sguardo culturale più ampio.
Parlare di Lella Leoci significa parlare di una intellettuale che ha abitato la pagina con eleganza, rigore e profonda consapevolezza storica. Chi ha letto i suoi articoli sulle pagine della rivista Portanuova, che ebbe anche l’onore di dirigere, sa bene che la sua non era una scrittura occasionale o semplicemente giornalistica. Era una scrittura che interrogava la realtà. Che la osservava con attenzione e rispetto, cercando sempre di comprenderne il significato più profondo.
Di qui l’idea che ebbi e che condivisi subito con Bruna di rendere omaggio alla sua bellezza letteraria con una miscellania di articoli di costume, antropologia, tradizione, patriae memorie.
Nei suoi testi emerge una levatura culturale che non si limitava mai alla descrizione dei fenomeni. Lella Leoci li interrogava, li collocava dentro la storia, li interpretava con saggezza, con onestà intellettuale, con un raro rigore morale.
La sua scrittura affondava l’inchiostro nella tradizione ma lo faceva con grande finezza e orgoglio perché la sua era una estrazione di figlia di genitori semplici e umili. Nei contributi dedicati il dato folklorico non diventava mai semplice curiosità. Diventava invece una chiave di lettura della comunità, uno strumento per comprendere i codici culturali, i linguaggi, la memoria collettiva.
Ciò che ancora oggi colpisce nei suoi articoli è quell’equilibrio raro tra rigore e partecipazione. Lella possedeva il metodo del giornalismo d’inchiesta e non rinunciava mai alla profondità analitica. Il suo stile non cercava l’enfasi: custodiva piuttosto una forte intensità etica. Ogni articolo nasceva dall’ascolto. Dalla pazienza di raccogliere le voci popolari, i gesti quotidiani, le memorie trasmesse oralmente.
Dal punto di vista stilistico, la sua prosa si distingueva per chiarezza e ricchezza lessicale. Era una scrittura sorvegliata, onesta, coscienziosa. Capace di alternare il racconto alla riflessione con naturalezza. Non indulgeva mai nella decorazione superflua; eppure, quando il tema lo richiedeva, sapeva aprirsi a immagini evocative e a ritmi più lenti, meditativi.
Un’altra grande qualità di Lella Leoci era la capacità di collegare la microstoria alla storia più ampia. Per lei il centro storico non era soltanto uno spazio urbano, ma un luogo simbolico. La scuola non era solo un’istituzione, ma uno strumento di emancipazione. Il soprannome non era una curiosità linguistica, ma un archivio antropologico della comunità.
PREFAZIONE DI ACHILLE CHILLA’

Quando agli inizi degli Anni Ottanta in una cittadina di provincia a sud di Bari si decise di rompere schemi consolidati con una rivista periodica, dalla toponomastica fu tratto il nome “Porta Nuova” per un titolo efficace contrapposto dialettica-mente all’altro sito cittadino denominato “Porta Vecchia”, metafora implicita di un’altra visione anacronistica ma ancora dominante.
L’aggettivo nuova apparentemente neutro sottilmente e con ovvia e consapevole sproporzione poneva una radice quadrata – ma pur sempre una radice – sulla rivista “L’Ordine nuovo”, fondata nel 1919 da Gramsci e con altre operazioni culturali ispirate all’idea di svecchiamento.
In questo clima culturale ispirato ad un’azione di rinnovamento con gli strumenti dell’inchiesta in materia di cronaca, dell’approccio antropologico alla storia comunitaria e di una cifra narrativa ironica il gruppo redazionale fece irruzione nello scenario del territorio di Monopoli, aprendo quella metaforica porta al vento di novità che una nuova generazione più largamente istruita, intellettualmente attrezzata e portatrice di un’esigenza di inedita socializzazione delle questioni territoriali portava dentro di sé.
In simili fertili circostanze come quella di allora succede che si affaccino sulla scena autrici che, più che scrivere, hanno il dono dell’ascolto. Sì, sanno assumere una rara postura di osservazione dei luoghi, delle loro pieghe segrete, di quelle consuetudini quotidiane e abitudinarie che possono sfuggire a sguardi distratti, di riti trascurati e minimi che però hanno il potere silenzioso di cementare una comunità.
Penso proprio a Lella Leoci come esponente di questa ristretta cerchia di osservatrici: si tratta di sguardi femminili che non si accontentano di raccontare, ma che — con una postura etica, coerente e mai esibita — mettono in risalto con uno sguardo obliquo e per questo ancor più penetrante sui fenomeni alcuni dettagli cruciali che gli automatismi di vita, di solito, lasciano cadere nell’oblio o attraversano con inconsapevolezza.
La raccolta di articoli che compone questo volume propone al lettore un viaggio nella terra vastissima della cultura popolare con un approccio caratterizzato da curiosità colta, affettuosa e sempre in grado di cogliere sfumature cromatiche e storiche. Lella non guarda mai ex cattedra: col suo inconfondibile sguardo laterale si immerge nel suo universo di provenienza per illuminarlo con le categorie di osservazione intellettuale apprese con dedizione di studio negli anni della formazione.
Il suo acume approda ad una riconsiderazione del valore dei gesti ripetuti, dei detti comuni, dei simboli che cambiano lentamente con l’innesco della marcia aggiuntiva dell’ironia che attinge allo spirito popolare riuscendo ad alleggerire i temi senza mai sminuire, ad aprire spiragli critici senza ferire.
In ogni suo articolo si può riscontrare una fedeltà profonda alla sua terra mai sconfinante in sterili nostalgismi ma corrispondente ad un rapporto vivo, quotidiano, viscerale: quel sentimento proprio di chi comprende che i luoghi non sono oleografiche rappresentazioni per patetici notabili, bensì sistemi complessi di relazioni, memorie e vive contraddizioni come riflesso di antiche e moderne dialettiche storiche e sociali.
In tal modo, Lella restituisce al lettore un Sud come organismo composito e vibrante: un affresco che parla la lingua di una bottega, di un proverbio storto, di un’usanza che sopravvive e che lei registra utilmente per allargare la lente della consapevolezza sull’inconscio collettivo di una comunità e delle sue millenarie implicazioni.
La scrittura accorda la sua musicalità su un registro di matrice popolare irrobustito da un uso consapevole ma non ridondante o abusato della strumentazione retorica: il periodo scorre con leggerezza calibrata, il lessico arriva schietto, caldo con le movenze di un ritmo narrativo che sembra scaturito dall’apertura di un popolare dialogo più che da un intellettualistico monologo.
Lo stile subito conquista per un’ironia graduata e ricca di sfumature, per la precisione da etnografa, per la parola soppesata e spesso meticcia perché forgiata sul calco del sermo humilis.
Sul piano dell’approccio emotivo alla materia degli articoli, l’autrice compie continue oscillazioni tra intimità e piglio analitico, approdando a un certo punto ad una piena coincidenza delle due attitudini di elaborazione. Altro elemento di equilibrio nella scrittura risiede in una misura di humour che non deride mai, non assume la smorfia di un ghigno, nutrito dalla fiamma di un’adesione, un amore – direi – incondizionato per il reale, anche e soprattutto quando è imperfetto.
Ciò non si traduce in una monumentalizzazione dei quadri mentali di un passato idealizzato; ma, una volta ripercorse a ritroso le matrici di tale visione arcaica del mondo, la necessità del superamento di fardelli anacronistici e retaggi opprimenti schiude la via alle necessarie misure in chiave evolutiva, ancorché impossibile senza il preliminare lavoro di riappropriazione critica del portato della tradizione.
Leggere questi articoli significa immergersi in un mosaico culturale restituito con cura e lucidità. Significa riconoscere in ogni pezzo una domanda implicita — chi siamo, davvero, quando nessuno ci guarda? — e insieme una risposta sempre provvisoria, aperta, dialogica.
Questa raccolta è quindi più di un semplice archivio di scritti: è una forma di mappa affettiva e antropologica, tracciata con la penna di chi non teme la complessità e non smette di meravigliarsi. Lella Leoci ci invita a osservare la nostra stessa quotidianità con occhi critici ancorché non giudicanti, un po’ più acuti e, grazie al suo sorriso narrativo, anche più indulgenti. Ed è per noi un invito prezioso.
INTERVENTO IN COLLEGAMENTO DI VINCENZO SCHETTINI, ALUNNO DI LELLA LEOCI.

RICORDO DI COSIMO LEOCI, DETTO MIMMO, FRATELLO DI LELLA.

Ricordare Lella è un compito che mi riempie di orgoglio.
È un compito difficile, che richiede delicatezza e amore, ma è per
me anche un grande onore provare a raccontare l’impatto che ha
avuto sulla nostra famiglia, sulla mia vita, su quella della comunità,
e ciò che ha rappresentato per tutti noi.
Lella era docente di storia e filosofia, scrittrice, appassionata
attivista politica e giornalista. Fervida antifascista, donna sensibile e
sempre attenta alle questioni sociali, in particolare a quelle dei più
poveri e sfortunati, dei “poveri Cristi”, come li chiamava con quella
dolcezza che l’ha sempre contraddistinta.
Fin da ragazza, ispirata da ideali di giustizia e libertà, Lella coltivava
altre ambizioni. Avrebbe voluto indossare la toga: sognava di
diventare magistrato. Ma le convenzioni sociali e le aspettative di
una società fortemente conservatrice e patriarcale, come quella di
allora, finirono per prevalere sui suoi desideri. Il consiglio di
intraprendere la carriera di insegnante — dato a nostro padre da un
parente stimato — indirizzò la sua vita verso una strada diversa.
Nonostante questa scelta non fosse nata da lei, Lella seppe trovare
la sua vera vocazione. Con la sua passione per la storia e la
filosofia ha ispirato generazioni di studenti, diventando un esempio
di come le circostanze possano influenzare le nostre scelte, ma
anche di come passione e dedizione possano trasformare un
destino in una vera e propria missione. Utilizzava un inusuale
metodo di insegnamento che i suoi alunni ancora ricordano con
affetto e divertimento.
Lella nel suo metodo di valutazione non metteva le insufficienze.
Quando coglieva un alunno impreparato, gli regalava un libro,
spesso inerente il tema dell’interrogazione. L’alunno doveva
leggerlo, commentarlo e aprire un dibattito in classe.
Per la famiglia Lella era un pilastro. Si occupava della formazione e
dell’istruzione di tutti noi: dei fratelli, dei nipoti, perfino dei figli degli
amici di famiglia. E quando parlo di formazione, non intendo
soltanto lo studio. Lella aveva la rara capacità di essere forte e
delicata allo stesso tempo. Durante lo studio pretendeva attenzione
e disciplina: si stava composti e concentrati. Ma al tempo stesso
sapeva incoraggiare, sostenere, accompagnare.
Raccogliendo l’eredità di papà, era il collante della famiglia. Nei
momenti di dissapori o di incomprensioni trovava sempre una
soluzione, una “pezza a colore”, come si dice dalle nostre parti.
Sapeva ascoltare davvero, senza giudicare, e faceva sentire ogni
persona importante.
Appianava i dissidi, riappacificava gli animi,
risolveva le divergenze. Bastavano qualche telefonata e una pizza
per rimettere tutti intorno allo stesso tavolo. Sempre pronta ad
ascoltare gli altri mettendo da parte gli interessi personali,
sacrificando i momenti di relax dedicati alle sue passioni: la lettura,
l’arte, il teatro.
Rammento un episodio in particolare: il cinque dicembre del 2023,
mi esortò ad uscire a mangiare una pizza con amici
raccomandandomi di non tornare presto. Al mio rientro la trovai
sulla sua poltroncina; dopo uno scambio di sguardi iniziò a ridere,
proponendomi di ripetere la serata per il giorno successivo.
In realtà in quel periodo non la lasciavo più da sola, considerando
soprattutto le sue aggravate condizioni di salute, in mia assenza,
come lei spesso diceva, c’era il “guardiano” di turno, magari un
fratello, cosa che mal sopportava, poiché preferiva restare tranquilla
da sola.
In maniera diretta, le chiesi: “Cos’è il fatto? Cos’hai da fare?” Lei,
continuando a ridere, rispose: “domani c’è l’inaugurazione della
stagione teatrale alla Scala di Milano, va in scena il Don Carlo di
Giuseppe Verdi. Vorrei vedermelo tranquilla, da sola, in santa
pace.”
Quando Lella seguiva l’opera, esigeva assoluta tranquillità, voleva
godersela appieno. Pertanto, la sera successiva mi organizzai
nuovamente con gli amici. Tassativa raccomandazione: “non
tornare prima di mezzanotte!”
Al mio rientro la trovai, come al solito,
sulla sua poltroncina, rideva. Disse: “sai cos’è successo stasera?
Stavo guardando l’opera, e ad un certo punto arriva Peppino.
Chiassoso come al solito, fà un cenno verso la tv e dice: “cos’è che
stai guardando? Non si capisce niente! Ma stanno piangendo?”. Ha
preso il telecomando ed ha cambiato canale. Si è piazzato davanti
allo schermo, ed ha iniziato a chiacchierare. Ho finito di vedere
l’opera…” e giù risate a crepapelle.
Questa era Lella. Gli altri venivano sempre prima, mai un “non
posso”, “non adesso”, “non ho tempo”.
Lella è stata una persona speciale e ha avuto un ruolo
fondamentale nella mia vita. Da bambino aspettavo con impazienza
che tornasse dall’università: il suo sorriso, la sua sola presenza,
illuminavano la casa. Con lei accanto sentivo che tutto era
possibile. La sua presenza costante è stata per me un faro di luce,
rassicurante e saldo, che mi ha guidato attraverso le tempeste della
vita.
E, in fondo, è stata proprio lei a insegnarmi che la filosofia non è
solo una materia da studiare, ma la chiave per comprendere il
mondo e il nostro posto dentro di esso.
Lella considerava la filosofia la madre di tutte le discipline. Per lei la
conoscenza e lo studio rappresentavano un vero e proprio viaggio
dell’anima. Così è stato fino alla fine, quando, ormai provata dalla
malattia e consapevole di non poter fermare il tempo che scorreva
veloce, trovò proprio nella filosofia un sostegno prezioso per
affrontare tutto con coraggio e dignità.
Lella ha vissuto la sua vita al servizio degli altri e ha sempre
sognato un mondo diverso, più giusto e più umano. L’insegnamento
che ci ha lasciato è che ognuno di noi può fare la differenza: basta
volerlo davvero, impegnarsi e cercare di dare un senso autentico
alla propria esistenza.
Un sentito ringraziamento a tutti coloro che con affetto continuano a
mantenere vivo il ricordo della nostra amata Lella.
INTERVENTO DI GIOVANNI VALENTI, DETT0 GIANNI, NIPOTE DI LELLA.

Quando, in eventi come questo, zia Lella viene ricordata e raccontata da tante stimabili persone, mi riesce sempre un po’ difficile intervenire a mia volta. Tuttavia il nome di questo evento – “La cultura e le donne: oltre l’8 marzo” – mi ricorda che ho avuto la fortuna di essere cresciuto al centro di un tetraedro di donne molto particolari.
All’apice c’era nonna Antunett’, una matriarca allo stesso tempo forte e affettuosa, che ha cresciuto le tre sorelle che hanno occupato e occupano gli altri tre vertici: zia Lella, zia Tonia e mia madre. Tre donne accomunate dal dedicare sé stesse al servizio della comunità: mia madre, la maestra Rosa, che lavora per il bene dei bambini; zia Tonia, infermiera dell’Ospedale di Monopoli, che ha legato la sua vita alla cura dei malati; e per l’appunto zia Lella, che si è spesa senza mai una remora per i giovani. Per noi giovani.
Non solo come insegnante – anche se già solo questo basterebbe: nei giorni in cui è venuta a mancare non sono riuscito a contare quante donne e uomini le hanno scritto “professoressa, se sono quel che sono oggi, è grazie a te”. Zia Lella si è schierata coi poveri cristi e coi giovani in ogni modo possibile: con l’attivismo civico e politico, con la sua attività giornalistica, con la sua cultura, mai sfoggiata con superiorità e sempre condivisa con umiltà. Con la sua attenzione analitica, con la sua capacità di ascolto empatico, con la sua fiducia nel prossimo. Ha sempre vissuto immersa più di tutti nel divenire della vita e ne ha navigato i mutamenti mettendosi spesso sul sedile più scomodo.
Stasera è stata raccontata in moltissimi modi, eppure mi rendo conto che non siamo riusciti che a coprire una piccola parte di quello che è stata: una donna non riassumibile.
Per me, mi limito a dire che sono contento di aver visto nel video di Mimmo Migailo una foto in particolare, quella di un 25 aprile di sole e speranza, in cui, secondo me, possiamo vedere zia Lella per quella che è e sarà sempre: schierata con noi, suoi ragazzi. Prima di tutti gli altri, in prima fila, a cantare.
Felice. Amata. Libera.
ALTRI INTERVENTI
IMMAGINI INCONTRO
FOTO GRUPPO DI ORGANIZZATORI E FAMILIARI

Articolo a cura di Stefano Carbonara,
Scrittore, Editore di Monopoli Tre Rose.

Foto di S. Carbonara e Pino Mirizzi
































