Addio a Nino Brescia, scomparso a quasi 88 anni il 12 gennaio 2022.
Il racconto della sua vita, le sue opere.
“Sarebbe stato meglio se quel giorno fossi morto tra le acque sporche del porto”.
Così Nino, tra emozioni, lacrime, amarezza per la sua vita, mi racconto’ quel giorno del 1943.
Quando, caduto il fascismo e sopraggiunto l’armistizio dell’8 settembre, a Monopoli ci sono gli Alleati, soldati e marinai inglesi, ma anche polacchi, indiani, sudafricani.
Nel porto stazionano per riparazioni i MAS inglesi, veloci e grandi motoscafi da guerra.
“Ero ragazzino, nove anni, a cala Fontanelle cercavo di raccogliere dal mare qualche proiettile inesploso per venderlo e ricavare qualche lira, scivolai sulle alghe viscide e caddi all’indietro, battendo violentemente la testa. Non ricordo nulla di cosa mi accadde dopo. Mi hanno raccontato che la risacca lentamente allontanò il mio corpo incosciente dalla riva al largo tra alghe, petrolio e rifiuti galleggianti”.
Un marinaio, Angelo Zaccaria, detto “ciulicchio”, che lavorava sulla cabina di una nave, accortosi del corpicino galleggiante, lancia l’allarme, suonando una campana. Prontamente un MAS inglese accorre in aiuto e l’equipaggio lo salva estraendolo dai rifiuti.
Rimane a bordo della nave inglese per ben otto giorni in stato di semi incoscienza.
L’ufficiale medico gli presta tutte le cure necessarie.
Comandante e marinai lo coccolano, si affezionano a lui, vogliono portarlo in Inghilterra, ma Nino deve ritornare dai suoi genitori.
Lo lasciano andare a casa colmandolo pieno di doni.
A casa non racconta la verità alla madre, dice solo che ha lavorato per gli inglesi.
In realtà, a casa non si erano accorti della sua assenza, impegnati a lavorare per sfamare gli altri 10 fratelli.
Avevano semplicemente pensato che sicuramente stava lavorando come “sciuscià” per gli inglesi.
Il tormento e le umiliazioni a scuola.
Fino all’età di nove anni frequenta la scuola elementare in via San Domenico con pochissima voglia e tanta insofferenza.
In prima elementare il maestro Mitrani è molto buono e comprensivo.
Ma in seconda arriva la maestra Maizza. Severa, non lo ha in simpatia.
Una mattina, entrando in classe, nota che la lavagna è completamente scarabocchiata e i gessetti sono tutti spezzati.
Il colpevole è Nino e non è la prima volta che accade.
Per punizione riceve pesanti bacchettate sulle mani, viene anche legato ad un paletto come “San Sebastiano”, insultato e sbeffeggiato dai compagni.
Altre volte viene lasciato per ore al buio e al freddo nei sotterranei della scuola, oppure mandato a lavare i gabinetti.
I genitori, informati delle sue malefatte, autorizzano la maestra a punirlo più severamente. “Era normale a quei tempi”, commenta Nino.
Sono proprio queste punizioni a devastargli l’animo.
Comincia allora a nutrire un rancore sempre più rabbioso nei confronti della scuola.
Grazie a qualche buon voto in disegno e composizione arriva alla licenza di terza elementare e, poi, abbandona gli studi.
Mamma Annetta.
Struggente è il ricordo che Nino conserva di sua madre, Annetta Concetta Ape, figura esemplare, soccorrevole e pietosa, mamma, nutrice, guaritrice.
Una bella lirica del compianto don Agostino Bagordo la rievoca.
Mamma Annetta gestisce un piccolo negozio di scarpe in vico San Salvatore.
Nonostante debba sfamare i suoi undici figli insieme al marito Antonio, che lavora vendendo piccoli oggetti per presepi, è sempre pronta a soccorrere poveri e ammalati.
Tanti monopolitani anche affetti da malattie infettive, trovano presso di lei accoglienza, cure e assistenza.
Spesso ricevono in dono vestiti o un paio di scarpe.
Lasciata la scuola, Nino va in giro e talvolta si allontana da casa per intere giornate.
Con un gruppetto di cinque amici, tra i nove e i dieci anni, cerca, raccoglie, ruba oggetti e residuati bellici, come le intere casse di proiettili, rubate ai marinai inglesi ubriachi e addormentati.
Con una “trainella” le trasportano dalle parti del Cimitero, qui infilano i proiettili in buchi scavati nei tronchi degli alberi. Riescono a piegarli, a svuotarli dei piombini e delle micce. Dal calore del fuoco dei fasci di “scorve”, tante micce esplodono come fuochi di artificio, ne ricavano pezzi di metallo, che vendono alla ditta Licciulli come bronzo, allora molto prezioso. “Ci dava poche lire, che per noi erano tante, servivano per sfamarci. Si consumavano subito”.
Così trascorre la sua giovinezza.
Ogni giorno gli porta un fardello di sofferenza, quella vissuta e intessuta di rapporti umani, difficili e diversi, propri di una creatura nata diversa, ma che non ha scelto di esserlo.
Oggi lo avremmo chiamato “gay”, allora purtroppo in dialetto con altro nome con l’iniziale di “ r….”.
Un giorno avviene che il proprietario del Circo Forgione, in tournè a Monopoli, colpito dall’aspetto del giovane Nino, lo chiami per alcune rappresentazioni.
Truccato e abbigliato nel costume di Salomè, si esibisce come ballerino nella Danza dei Sette Veli.
E’ un successo, i monopolitani applaudono senza riconoscerlo. Per la prima volta Nino avverte che il suo destino può cambiare.
Fuga a Roma. Il mondo di celluloide.
Insoddisfatto e incompreso, a 17 anni, fugge a Roma in cerca di migliore fortuna.
Anche qui deve fare i conti con un’aspra realtà.
Tra i fortuiti incontri, a volte nel sottobosco romano, si avvicina al mondo dello spettacolo e del cinema.
Incontra Pier Paolo Pasolini.
Un giorno, a Cinecittà, mentre mangia un panino appoggiato a un muretto, viene notato da un regista americano. Ingenuo ed entusiasta, si dichiara disposto a girare il film gratis.
I provini vanno bene perché è fotogenico, spontaneo davanti alla macchina da presa, pieno di entusiasmo. Poi gli viene affidato il copione per una parte in Addio alle armi, protagonista Rock Hudson.
Purtroppo Nino non riesce a leggerlo e a impararlo per l’insufficiente istruzione.
Gli fanno girare ugualmente alcune scene e come compenso riceve tre milioni, con i quali comprerà casa a Monopoli in via Muzio Sforza (dove ancora oggi abita).
Gira ancora piccole parti in vari altri film, anche di successo, ma conoscendo più a fondo il mondo del cinema, si sente come prigioniero.
Tutto gli appare finto, costruito, poco reale e il suo entusiasmo si spegne.
Della vita a Roma ricorda due episodi. Si accompagna a due donne bellissime monopolitane: Gemma Marasciulo, miss Monopoli 1951, e sua madre Maria Malerba, andate via dal paese natio per sottrarsi a critiche e maldicenze. “Erano considerate poco di buono, invece erano solo belle, moderne”.
E poi l’incontro con Anna Magnani.
“Passavo per via Veneto. Ero bello e abbronzato. Davanti alla Taverna degli Artisti Anna Magnani, in compagnia del sarto Schubert, mi chiama Bel Moro, mi fa sedere sulle sue gambe, le ritira, cado ai suoi piedi, i fotografi sono pronti a scattare. Il giorno dopo il giornale Momento Sera riporta in prima pagina la mia foto con la Magnani”.
L’incontro con la pittura.
Intanto il fratello Francesco si è trasferito a Roma e gestisce un negozio di antiquariato. Nino lo segue nell’attività avvicinandosi a quadri e pittori, tra cui il messinese Giuseppe Bertolini, allievo di Mafai, di cui diventa amico.
Nel frattempo gira per Roma, visita chiese e monumenti, innamorandosi delle antiche opere d’arte, dei marmi, delle sculture, dei drappeggi, da cui trae ispirazione per i suoi primi disegni.
“Sono autodidatta, avvicinato all’arte dall’antiquariato”.
Nel 1965 torna a Monopoli, ormai più disposta ad accoglierlo sull’onda del successo nel campo dello spettacolo.
Conosce Enrico Accatino, pittore e preside del neonato Istituto d’Arte a Palazzo Palmieri, che apprezza il suo talento artistico e lo incoraggia a proseguire per la sua strada, senza contaminare la sua vena, essendo la spontaneità la più apprezzabile qualità delle sue composizioni.
Nascono così i suoi quadri di fiori, di donne, di paesaggi pugliesi e monopolitani.
“La mia pittura è semplice, pura, primitiva, senza sofisticazioni. E’ l’espressione dei miei stati d’animo e delle mie sofferenze. Amo le piccole cose, la natura, i nostri paesaggi, i nostri ulivi, i fiori, le spiagge, i pescatori, i volti sofferti dei piccoli, le dolcezze e i dolori delle donne. Uso olio su carte e cartoni, tecniche miste, colori di diversa natura, schiaccio erbe e fiori”.
E ancora di un quadro dice: “Non ha un inizio, né una fine, come i nostri sentimenti”.
Nelle opere traspaiono con immediatezza il pessimismo, la tristezza, la sua vita, insieme con la bontà, con il suo desiderio di perdono, con la gioia di amare nonostante tutto.
Di lui il senatore Luigi Russo, conterraneo e pittore, diceva: “Ha trovato nell’arte una ragione di vita, le risposte alle sue domande inevase, ai suoi conflitti esistenziali, una fuga dal reale”, mentre il maestro Accatino vi coglie “messaggi di solitudine, ma anche di pace e di bene”.
Alla fine degli anni ’60, Nino riesce ad emergere nel campo artistico, riscuote giudizi favorevoli dalla critica ed espone con successo in diverse Mostre e Gallerie d’Arte in Puglia e in Italia.

Si cimenta come scrittore nella commedia “ U fedanzèmènte jénd â chése du peschètôre”. E allestisce presepi viventi.
Oggi, immerso nella sua casa, tra giornali, scartoffie, quadri, fotografie di amici e familiari, nuovi bozzetti, mozziconi di sigarette, Nino mi congeda così: “Ho avuto tante delusioni dalla vita, negli amori, negli stessi monopolitani. Oggi vivo di ricordi, di quelli di mia madre buona e sofferente. Però sono sempre felice davanti ad un quadro”.
Anche in questo tempo di Covid, quando il sole lo illumina, Nino appare sul balcone, pieno di fiori, ad innaffiarli e ad ammirarli, a lasciare alcune molliche di pane agli uccelli che vanno a trovarlo.
Dal balcone, con i suoi 87 anni, saluta e manda baci a chi lo chiama.
Detti e proverbi di Nino
Nel dopoguerra di diversi monopolitani si diceva “figlio di Inglese”. Ma a farsela con gli inglesi non erano le donne del popolo ma quelle della Monopoli bene.
Le corna dei nobili sono come i fichi secchi, quando si “accocchiano” non fanno rumore.
Le corna dei poveri, invece, sono come le noci, quando si toccano fanno tanto rumore.
Ho avuto tanti fratelli di latte, quelli del latte di mia madre Annetta.
L’artista nasce dalla sofferenza.
Mia madre a proposito dei ragazzi gay diceva: Poveri figli!
Non esiste scelta da parte nostra, la natura ci fa così!
Il sesso non è felicità. Sono felice davanti a un quadro.
Chi ha scritto di lui
Giuseppe Bertolini, Enrico Accatino, Luigi Russo, Gino Spinelli de’ Santalena, Vito Fasano, Angelo Montanardi, Rosella Mancini, Aldo Bottini, Mario Rivelli, Agostino Bagordo, Riccardo Cucciolla, Vittorio Girone, Dario Bellezza, Angelo Menga, Marzio Bugatti, Enrico Sgambati. E oggi Stefano Carbonara.
I dipinti
I suoi dipinti si trovano nelle collezioni di Donna Vittoria Leone, di Riccardo Cucciolla, del pittore romano Enotrio, del principe Caracciolo, dei reali di casa Savoia, dello stilista Rocco Barocco e dell’attrice Gina Lollobrigida.
Tre sue opere sono esposte al museo naif di Luzzara (Reggio Emilia). Una di queste è dedicata alla tragedia di Alfredino, il bimbo caduto in un pozzo e poi deceduto a Vermicino nel 1981.
Presentazione di Nino alla mostra MonopoliNarte 2012
Giovanni Brescia, detto Nino, approdò all’arte pittorica non più giovanissimo, a poco meno di trent’anni.
“Per lui i quadri diventano amici. I suoi Fiori, i Paesaggi della sua memoria, le Figure hanno il segno della poesia. Egli ha fatto della sua pittura una ragione di vita e un motivo di conforto”, ci racconta il maestro Enrico Accatino, dal quale abbiamo ripreso queste pennellate del ritratto d’artista.
Gli artisti somigliano alle proprie opere così intimamente come Nino Brescia.
I suoi fiori o frutti suggeriscono il suo bisogno di schiettezza, di semplicità (che è sintesi di sensazioni molteplici e, quindi, ricchezza).
È un “primitivo civilizzato”, un pittore che guarda alla vita di oggi con animo antico; sembra che i colori se li fabbrichi da sé, pestando terre e minerali o bruciando ossa o spremendo bacche. Potremmo incontrarlo, vestito di ruvido saio, in qualche arroccato paese delle Puglie e ci offrirebbe pane e una ciotola di limpida acqua.
Trasferitosi a Roma in cerca di uno sbocco, poco più che adolescente, povero in canna e privo di cultura, rischiò di incamminarsi sul terreno minato al limite della suburra, ma grazie ai suoi buoni sentimenti, alla fiducia sempre riposta in sé, alla sua intraprendenza e alla sua facoltà creativa riusciva a sbarcare il lunario, evitando di prendere quella strada, buia, compromettente e senza uscita.
Tornato alla natìa Puglia, le anticaglie e l’antiquariato di cui si interessava lo mettevano in sintonia con le voci silenziose dell’arte. Le suggestioni di vecchi stili e spenti colori. Un incontro fortuito che svegliava in lui un latente talento, eccitando l’acuta sensibilità. Con timidi e commossi approcci, trovava nell’arte ragione di vita; risposte a domande bloccate ed inevase; vena di purezza e di gioia tra conflitti d’appannata esistenza e nascosti crucci; spiragli di luce; lembi d’azzurro lunare.
Nel 1965 cominciò a dimostrare la genialità della sua pittura, dell’ingenuo carattere carezzevole delle sue pennellate, della bellezza dei suoi dolci colori ovattati.
Si capì che Nino aveva un temperamento pittorico, straordinariamente dotato per la realizzazione geniale delle sue immagini: una popolana, un adolescente, gli interni con fiori, la campagna, la marina movimentata da quel venticello fresco che spira dall’Adriatico la sera e la mattina.
Sempre pronto, Nino, a cogliere rapidamente l’attimo fuggente, le parvenze più fragili, gli aspetti più improvvisi della bellezza: la bellezza delle cose semplici.

La casa natia e la famiglia.
Nino Brescia nasce a Monopoli in vico San Salvatore il 2 aprile 1934.
Il padre Antonio fa il commerciante di piccoli oggetti, la madre Annetta Cornelia Ape, ha un piccolo negozio di scarpe.
Tra i fratelli e sorelle Rosa, Ottavia, Francesco, Giuseppina, Giovanni detto Nino, Enzo, Umberto, Leonardo, Erminio, Cosimo.
Artisti e pittori sono il fratello Erminio, come anche i figli di Erminio: Antonio, prematuramente scomparso, e Pietro.
Stefano Carbonara
Storico e Scrittore
Editore Monopoli Tre Rose
































Anche io non conoscevo la vita di Nino Brescia. Piu volte mi è capitato di vederlo sul balcone di casa sua, quando andavo a trovare Pietro suo nipote, e lui era lì sul balcone che si prendeva cura delle sue piante. Abbiamo scambiato qualche battuta, mi chiamava piccina e mi diceva stai attenta. Ho subito capito che era un’anima buona gentile e sensibile. Una vita molto sofferta, che poi trova il suo dono nell’arte e nella pittura. Un grande maestro d’arte, grazie di tanta bellezza espressa nelle sue opere. Gli artisti non muoiono mai perché la loro arte è immortale ! ❤ Grazie Stefano Carbonara
Grazie, Stefano, hai saputo tracciare un bellissimo ricordo umano di Nino Brescia! Quante prefiche dopo la morte di una persona molto spesso usata…
Anche io non conoscevo la vita di Nino Brescia. Piu volte mi è capitato di vederlo sul balcone di casa sua, quando andavo a trovare Pietro suo nipote, e lui era lì sul balcone che si prendeva cura delle sue piante. Abbiamo scambiato qualche battuta, mi chiamava piccina e mi diceva stai attenta. Ho subito capito che era un’anima buona gentile e sensibile. Una vita molto sofferta, che poi trova il suo dono nell’arte e nella pittura. Un grande maestro d’arte, grazie di tanta bellezza espressa nelle sue opere. Gli artisti non muoiono mai perché la loro arte è immortale ! ❤
Ciao Stefano e grazie per questa tua descrizione anche se altro c’è ancora da dire e far vedere. Vedrò di organizzare qualcosa io cime spesso mi capita di fare per i nostri grandi artisti Monopolitani.
Pietro Brescia nipote di Nino.
Grazie Stefano, per il ritratto e la tua sensibilità che ce lo ha restituito.
Grazie prof Carbonara per questo ricordo attento e rispettoso. Non era mio parente ma negli anni ’80 ebbi contatti con lui in modo casuale…
Ero ad incorniciare un quadro di Maurice Utrillo di proprietà della mia famiglia e lui era dallo stesso artigiano.
Mi aiutò a scegliere la giusta cornice, gentilissimo, ed anzi mi chiese se vole venderlo, offrendomi un milione di lire.
Al mio rifiuto, gentile anch’esso, continuammo a parlare di arte.
Ad un certo punto l’artigianato che ascoltava entrambi constatò (prendendo il mio cognome da mettere sull’ordine della cornice da fare ) che eravamo due Brescia.
“Allora siamo parenti!” Disse Nino
Io sorrisi e diedi brevi cenni sulla mia famiglia che sapevo non originaria di Monopoli ma bensì di Martina Franca.
“Vabbù, sempre Brescia siamo! Saremo cugini da qualche parte!” Concluse con un saluto.
In Pace Nino, fra gli angeli dipingi altre meraviglie ❤️
Non conoscevo la vita di Nino Brescia, dopo questa lettura avverto un’ infanzia sofferta, di grandi sacrifici e incomprensioni, di tanto affetto che gli é mancato e che comunque tutto ciò gli ha dato la forza di lottare e andare avanti con tanto amore nell’ animo!
Comunque si evidenzia una gran persona educata e con una gran gentilezza d’ animo… grazie Nino♥️