Cosa non si accetta delle posizioni politiche espresse recentemente dal nuovo segretario Enrico Letta?
Anche nel PCI si praticava il pluralismo.
Le elezioni politiche del 1972 hanno rappresentato un insegnamento per tutta sinistra italiana.
In quell’anno ormai lontano, “Il Manifesto”, pur ricevendo centinaia di migliaia di voti, non portò in Parlamento nessun candidato, contribuendo in modo determinante alla non elezione di altri senatori e deputati del PCI.
Nel partito di Enrico Berlinguer, talvolta citato per vanagloria, c’erano Pietro Ingrao da un lato e Giorgio Amendola dall’altro.
Insieme. Con idee diverse.
Con coraggio, con posizioni e riflessioni distanti, ma con la volontà di confrontarsi dialetticamente all’interno dello stesso partito.
Molti, che in quell’anno votarono “Manifesto“, impararono la lezione e rientrarono nel PCI. Eccezion fatta per quei pochissimi, abbarbicati intorno al proprio “particulare”.
Per non parlare delle politiche del 25 febbraio 2013.
La legge elettorale di allora consentiva l’ingresso in Parlamento ai partiti che raggiungevano almeno il 4 per cento dei voti. Il PD ha aperto le braccia a SEL.
Questo partito raggiunse alla Camera una percentuale del 3,2% e 37 deputati, assegnati grazie a quell’alleanza.
Immediatamente, però, la sera stessa, mentre le televisioni dettavano i risultati, dai quali emergeva il dato che “la sinistra” non aveva raggiunto la maggioranza assoluta per governare da sola, SEL, a notte fonda, in modo icastico, annunciò la scelta dell’opposizione.
Poi la legge elettorale è cambiata, si entra in Parlamento con pochi voti e si continua a dettare le condizioni, come i primi della classe.
Con la richiesta al PD di andare a Canossa?
Consigliare la rilettura della “Svolta di Salerno” è impresa ardua, né ricordare le parole, che risuonarono all’indomani dell’attentato del 1948.
Infine, Renzi non alberga più nel PD.







