MURGIA DEI TRULLI
La “Murgia dei Trulli” comprende un territorio a ridosso dei confini delle province di Bari, Taranto e Brindisi, tra la parte meridionale dell’antica Peucezia (sud est della Terra di Bari) e la parte settentrionale della Messapia (alto Salento).
I Comuni interessati sono quelli di Conversano, Polignano a Mare, Monopoli, Castellana Grotte, Noci, Putignano, Locorotondo in provincia di Bari; Fasano, Cisternino, Ostuni, Ceglie Messapica, Francavilla Fontana, S. Michele Salentino e Villa Castelli in provincia di Brindisi; Martina Franca, parte dei Comuni di Mottola, Massafra, Crispiano, Grottaglie e Maruggio in provincia di Taranto.
La zona si identifica per alcuni caratteri comuni:
- Area compresa o lungo le antiche vie romane.
- Identica formazione geologica e tipologica delle rocce.
ANTICHE VIE ROMANE
Nella Tabula Peutingeriana, l’Atlante più antico del Mondo, riconosciuto nel 2007 dall’Unesco come Patrimonio Mondiale della Memoria dell’Uomo, sono riportati, con termini in latino, i centri urbani attraversati, le due arterie della Vecchia Appia (Benevento – Taranto – Brindisi) e della Via Appia Minucia Traiana (Benevento – Canosa – Bari – Brindisi).
L’Appia Minucia Traiana a sua volta, da Bitonto a Brindisi, comprende due vie, quella Interna (Bitonto Butuntos – Ceglie Celia, Parco di Rutigliano Noicattaro Enetium– Conversano Norve – S. Michele in Frangesto Ad Veneris – Egnazia Gnatie) e quella Litoranea (Bitonto – Bari Barium – Polignano a Mare Turris Cesaris – Monopoli Port Pedie – Egnazia Gnatie), poi unite in unica arteria diretta a Brindisi.



GEOLOGIA DELLE MURGE
Nelle Murge dei Trulli sono presenti in modo prevalente le seguenti rocce:
Tufi delle Murge o Calcareniti di Gravina. Sono rocce calcaree di colore bianco giallastro, tenere e porose, stratificate, con accumuli organogeni, rappresentati dai resti dei gusci di animali marini.
Calcari di Altamura. Sono rocce calcaree di colore grigio chiaro, compatte, ceroidi, detritiche, a grana fine, stratificate, con strati di marne e arenarie, alternate a tufi a grana più grossolana.
Calcari di Bari. Sono rocce calcaree di colore biancastro, compatte, intercalate da dolomie di colore grigio disposti in strati e in banchi. Spesso presentano sottili pacchetti denominati “chiancarelle”.
Dune costiere. Depositi sabbiosi derivanti dalla disgregazione delle rocce carbonatiche.
Depositi colluviali. Terre rosse derivanti dalla disgregazione del sottosuolo calcareo, presenti nell’alveo di avvallamenti e doline.
Depositi alluvionali. Terre rosse e ciottoli, derivanti dalla disgregazione del sottosuolo calcareo, presenti nell’alveo delle lame e di alcune cavità carsiche.


ORIGINE DEI TRULLI
Sulle origini dei Trulli di Puglia, nelle forme più varie, esistono diverse ipotesi, formulate da studiosi e ricercatori.
Anche se collegata direttamente all’attività contadina pugliese, vengono ipotizzate due teorie.
La prima, quella diffusionista, ipotizza un’origine geografica univoca della tipologia a cupola, che dalle zone del Medioriente si diffonde in altre aree geografiche adatte ad ospitare questa tecnica.
La seconda, quella policentrica, contrapponendosi alla prima, ipotizza un’origine autoctona e autonoma del trullo pugliese, sorto per evoluzione a partire da capanne preistoriche.
Recenti studi hanno avvalorato la seconda teoria, pur ammettendo la possibilità di influenze da altre aree geografiche.
Nella seconda parte di questo articolo è riportata la Tesi di Laurea dell’architetto Vincenzo D’Aurea presso l’Università di Firenze sull’intero argomento dei Trulli.
Qui viene presentata l’ipotesi di una loro diretta correlazione con il passaggio delle Crociate lungo le Vecchie Vie Romane.
LE CROCIATE
L’origine dei Trulli nella zona delle Murge Basse (sud est di Bari e alto Salento) può risalire al tempo delle Crociate, tra la prima dell’anno 1096 e l’ultima dell’anno 1291.
I pellegrini e gli eserciti crociati, provenienti dall’Italia e dall’Europa, sotto l’insegna dei Papati, sono diretti in Terra Santa in Palestina per la riconquista dei luoghi della cristianità, con la città di Gerusalemme in mano ai mussulmani.
Per raggiungere i porti di Bari, Monopoli, Castello S. Stefano, Egnazia e principalmente quello di Brindisi, da dove partono le navi per l’Oriente, percorrono la Vecchia Appia, passante per Taranto, e la Appia Minucia Traiana, passante per Bari ed Egnazia.
Lungo i percorsi della via Appia sono allestiti, per ordine dei Papi, ospizi, ospedali e punti di accoglienza per i pellegrini e i guerrieri crociati, gestiti da Ordini Monastici, Priorati e Cavalieri di Malta.
A Monopoli, i Cavalieri Gerosolimitani o Giovanniti, in seguito chiamati Cavalieri di Malta, si insediano con una loro Commenda nella zona dell’attuale largo S. Giovanni, dove gestiscono un Ospedale per l’assistenza ai pellegrini e ai guerrieri diretti a Gerusalemme.
Sempre in Monopoli, l’Abbazia di S. Stefano dei Monaci Benedettini, alla fine del XIII secolo, è assegnata, con bolla papale, all’Ordine equestre di S. Giovanni di Gerusalemme, i Cavalieri di Malta, che la trasformano in Fortezza, con fossato e due porti, adatti per l’attracco delle navi in partenza per la Terra Santa.
A Brindisi gli edifici del Santo Sepolcro, Santo Spirito e Chiesa di S. Maria Gallico sono i segni più importanti del passaggio delle Crociate.
Nell’alto Salento Manduria e Maruggio sono sedi dei Templari e dei Cavalieri di Malta.
GRANDE SELVA DI MONOPOLI
Nel Medioevo, negli anni delle Crociate, gran parte del territorio collinare delle Murge del sud est, fa parte del comune di Monopoli, chiamato propriamente “Grande Selva di Monopoli”, in ragione della prevalente presenza di macchie e boschi di lecci e querce.
In quanto città regia, il territorio è demanio del sovrano, demanio universale, sul quale l’Universitas, antico nome dei comuni, esercita i diritti civili.
Si tratta di terre comuni di proprietà di Chiese, Monasteri e Ospedali, sulle quali è diffuso l’allevamento del bestiame, in prevalenza greggi, che si spostano dai monti alla pianura per la transumanza.
L’area è molto estesa.
Nel XIII secolo, durante la dominazione degli Svevi, in base ad una ricognizione, i suoi confini risultano lunghi 62 miglia e 718 palmi, il demanio è pari a 42.313 ettari e si estende sulla costa da Polignano a Ostuni e sull’altipiano a Martina Franca e Mottola.
Nel 1481, Ferdinando I d’Aragona, re di Napoli, detto don Ferrante, in ricompensa dei danni patiti nella lotta contro i Turchi invasori, concede in feudo ai Conti Acquaviva di Conversano il luogo chiamato “Sylva aut nemur arboris belli” ( attuale Alberobello) facente parte del demanio di Monopoli.
Vengono emanate le Prammatiche, disposizioni che stabiliscono regole ed obblighi per i residenti.
Ai contadini che si insediano viene concesso il diritto di raccolta del legname, di pascere ed abbeverare gli animali, seminare e costruire abitazioni in pietra, con il tassativo divieto di utilizzare leganti come malta e calce, allo scopo di espellerli in qualsiasi momento se non graditi. In caso di costruzione di nuove abitazioni, sono dovuti i tributi di spettanza regia.
Nel 1483 è stipulato un accordo fra Monopoli e il Balì di S. Stefano, che possiede i feudi di Fasano, Locorotondo e Putignano, con il quale si conviene “che il bestiame non possa scendere da li munti al bascio”, dai monti alla pianura, dove le greggi fanno danni ai terreni ulivetati.
Nel 1566, don Bernardino de Santa Cruz, presidente della Regia Camera della Sommaria, in rappresentanza del re spagnolo Filippo II, firma un accordo con le sei Universitas di Monopoli, Martina, Cisternino, Locorotondo, Castellana e Fasano per la vendita alle stesse dello “ius fidae e disfidae”, un patto che regola l’uso dei terreni per il pascolo delle greggi.
Si procede così alla Quotizzazione della Grande Selva della città di Monopoli, con l’attribuzione di 17.044 ettari dell’altopiano alle Universitas di Castellana, Cisternino, Fasano, Locorotondo e Martina Franca.
Con lo stesso patto le Universitas si accordano anche sulle “chiusure” dei terreni con recinti in pietra a secco per evitare lo sconfinamento delle greggi, avendo l’autorizzazione ” a ponere vigne et fare giardeni e non terre vacue”.
Nel 1627, sempre durante la dominazione spagnola, a Monopoli viene eseguito un Apprezzo, una prima rudimentale forma di Catasto, in cui sono riportati il numero dei fuochi (famiglie) e il valore in ducati dei beni posseduti, comprese le casedde.
Nel 1644 il conte Giangirolamo Acquaviva, detto il Guercio di Puglia, in occasione di una ispezione per l’accertamento dei tributi da pagare al re di Spagna, in base alle disposizioni delle Prammatiche ancora in vigore, ordina la demolizione delle casedde in pietra, operazione eseguita dai contadini in una sola notte. Gli ispettori regi non accertano la presenza di casedde, che in seguito vengono ricostruite “a crudo”.
Nel 1754, durante il Regno di Napoli in mano ai Borboni, si completa il Catasto Generale della “fidelissima” città di Monopoli, in cui si descrivono le tipologie delle colture e delle costruzioni come “masserie, torri, case, casucce, chiese, cortili, trappeti, pozzi o fogge dì acqua, grottoni, jazzili e giardini”.
Il territorio olivetato della pianura comincia da quello di Polignano e si estende fin quello di Ostuni per 24 miglia (38 km), all’interno la Selva contiene un ampio territorio di terre seminate a frumento esteso fino ai confini di Mottola, Taranto, Martina e Ostuni.
Nel 1797 i Selvesi, come erano chiamati gli abitanti del luogo chiamato Sylva Arboris Belli ottengono dal re Ferdinando IV di Borbone la liberazione dalla soggezione feudale degli Acquaviva, costituendosi in libera Universitas, con giurisdizione affidata temporaneamente al governatore di Monopoli. Il Comune prenderà successivamente il nome di Alberobello.
Nel 1809, durante il regno di Gioacchino Murat, in base al Catasto Provvisorio, la superficie comunale della Grande Selva di Monopoli è pari a 25.267 ettari.
Nel 1824, per disposizione di Ferdinando IV, re di Napoli, Monopoli perde 4.859 ettari con la cessione delle contrade Anazzo, Sovereto, Ottava a Fasano e della contrada Malvischi in parte a Fasano, Locorotondo e Alberobello.
Nel 1895, per decreto de re Umberto I di Savoia, Monopoli cede ad Alberobello il territorio della Coreggia di 2.026 ettari.
Nel 1927, in epoca fascista, con regio decreto del 14 luglio, con la formazione della nuova provincia di Brindisi, il territorio di Egnazia e Savelletri esteso fino alla località Forcatella per 2.750 ettari viene ceduto da Monopoli a Fasano.
Trulli costieri in Egnazia
Nei terreni adiacenti l’attuale Egnazia sono ancora presenti alcuni ruderi che riproducono le caratteristiche delle prime costruzioni, antesignani dei trulli veri e propri.
Trulli costieri in Monopoli
Con le stesse caratteristiche, con cupole in pietra a tufi, sono i trulli presenti sulla costa di Monopoli, lungo la via Traiana, in località Lamandia, S. Stefano e Torre Incina-Cala Corvino.
Ai trulli a cupola tronco conica si aggiungono quelli a coni completi, con impiego di conci di tufo, senza le tipiche “chiancarelle”.
Trulli costieri in Polignano a Mare
Più a nord, sulla costa di Polignano a Mare, sempre lungo la via Traiana, in località Torre Ripagnola, sono presenti in un numero maggiore, identiche tipologie di trulli, alcuni a cupola arrotondata, con pareti esterne rivestite di malta e terriccio,colorate in bianco, al fine di una parziale impemeabilizzazione, non assicurata dai muri a secco in tufo.
Mancano le chiancarelle. Sono definiti come i Trulli dei pastori.
Questa tipologia di trulli è presente in modo discontinuo, con alcuni esemplari, sul litorale fino a Barletta, lungo la direttrice della via Traiana.
ARCHITETTURA DEI TRULLI
Nella parte della pedecollina, lungo i gradoni della piana costiera di Monopoli, Fasano e Ostuni, il sottosuolo è formato dai Calcari di Bari, rocce sedimentarie, dure e stratificate in lamine, con spessore variabile in media tra i 5 e i 15 cm.
Da queste rocce si ricavano le chiancarelle, utilizzate per la costruzione a secco dei primi trulli con volta ad aggetto, tipici trulli a cono.
Sotto le colline di Monopoli, in località S. Oronzo, esistono cinque cavità denominate propriamente “Chiancarelle”, scavate in grotta sotto i monti.
Nel Catasto delle Grotte e delle Cavità Artificiali della Puglia, in base ai rilievi del Gruppo Puglia Grotte, vengono riportate con i codici PU CA 685-686-687-688-689.
Sotto le colline di Fasano ed Ostuni sono presenti una serie di cave a cielo aperto, utilizzate per lo stesso scopo.
Ad eseguire le operazioni di scavo delle rocce sedimentarie sono i “cavamonti” o “zuccatori“, che operando con specifici attrezzi metallici, estraggono dai banchi di rocce i conci di pietra e le “chiancarelle” adatte per la costruzione dei primi trulli a cono.
Dall’area della pedecollina, in seguito al disboscamento, dissodamento e spietramento dei terreni della Grande Selva di Monopoli, i tipici trulli a cono si diffondono anche nelle zone collinari dell’attuale Murgia dei Trulli.

Per quanto concerne l’aspetto strutturale, il trullo presenta un impianto di forma quadrangolare o, se più antico, di forma circolare.
I muri, posizionati direttamente sul terreno, hanno un’altezza variabile fra i 1,60 e 2,00 metri, con spessore fra i 0,80 e 1,50 metri (maggiore nei trulli più antichi), con inclinazione della parete esterna rispetto all’altezza del 3-5%.
La copertura è risolta nel sistema a tholos, costituito da anelli di conci posizionati a secco su piani orizzontali progressivamente aggettanti e chiusi in chiave da un grosso masso.
Questa pseudo cupola è detta candela ed è facilmente eseguibile, poiché non prevede l’utilizzo di malta o di casseforme.
Il principio statico utilizzato è quello della falsa cupola, in quanto non si sviluppano forze diagonali, derivanti dalla spinta dei conci posizionati ad arco, ma la staticità è dovuta alle forze verticali della gravità.
L’esterno della candela è ricoperto da un manto di chiancarelle, sottili lastre di pietra calcarea spesse fra i 3 e 7 centimetri, piuttosto lunghe, che poggiano sui conci della candela e sono incastrate su un strato di pietrisco e materiale di risulta.
Esse sono leggermente inclinate verso l’esterno per facilitare il deflusso delle acque piovane.
A conclusione del rivestimento esterno di chiancarelle, viene posizionato, in cima alla pseudo cupola, un elemento litico detto pinnacolo con valenza decorativa e simbolica.
La struttura architettonica si basa su muri perimetrali di notevole spessore, rivestiti all’interno e all’esterno da conci di pietra squadrata, riempiti all’interno da ghiaia e pietrame, sulla volta a cono con doppio paramento, all’interno con pietre squadrate, all’esterno con chiancarelle.
Lo spessore di muri è adatta ad attutire i rigori invernali e le calure estive.
La disposizione delle chiancarelle ad aggetto è particolarmente adatta allo scolo delle acque piovane che, opportunamente incanalate attraverso i “corsi”, vengono raccolte nei pozzi posti nei pressi delle costruzioni.
Il materiale utilizzato per i trulli proviene dal pietrame e dalle chiancarelle ottenute durante le operazioni di dissodamento e di escavazione degli strati superficiali delle rocce calcaree, che in questa zona sono rappresentati dal Calcare di Altamura.

L’abbondante pietrame viene raccolto nelle “specchie”, manufatti circolari costituiti da pareti con grossi massi, nel cui interno sono depositati abbondanti cumuli di pietre.
TRULLI IN MONOPOLI
TRULLI DI ALBEROBELLO
Come detto nella storia della Grande Selva di Monopoli, nel 1481, Ferdinando I d’Aragona, concede in feudo ai Conti Acquaviva di Conversano il luogo chiamato “Sylva aut nemur arboris belli” facente parte del demanio di Monopoli.
Ai contadini che si insediano vengono date una serie di concessioni, tra le quali anche quella di costruire abitazioni in pietra, con il tassativo divieto di utilizzare leganti come malta e calce, allo scopo di espellerli in qualsiasi momento se non graditi.
Nei terreni disboscati e dissodati iniziano a costruirsi piccole casedde, con volte a cupola come quelle realizzate sugli itinerari delle vie romane durante le Crociate.
Qui le costruzioni si evolvono e assumono caratteristiche proprie con pareti squadrate o circolari e volte a coni.
Nel 1635 i Conti di Acquaviva costruiscono nel sito di “arboris belli” una dimora posta su un rilievo che si affaccia sull’antica lama ( attuale Largo delle Fogge).
Nel 1791 Giuseppe Maria Galanti riferisce della presenza di un paesaggio caratterizzato da “un gran numero di capanne fabbricate a secco, dove di pietre calcaree e dove di pietre tufacee. Sono costruite ingegnosamente di figura conica colla loro cupola, per cui somigliano a tanti mausolei sparsi per la campagna. Servono di alloggio al bestiame ed alle persone rustiche, e vi è un paese tutto costruito di tale gusto detto Albero bello”.
Nel 1797, Alberobello ottiene dal re Ferdinando IV di Borbone l’autonomia, diventando città regia, libera Università, non più soggetta ai Conti Acquaviva.
Viene permesso “ai cittadini da oggi innanzi di fabricare le case nel modo ad essi più comodo senza essere impediti dal conte di Conversano”.
La concessione è accettata dagli abitanti dal momento che consideravano le loro case costruite “sull’uso barbaro con pietre sopra pietre, senza calce” e auspicavano da lungo tempo il diritto “di rimodernare le loro abitazioni”.
Il sindaco Francesco d’Amore, costruisce la sua nuova casa in mattoni legati a malta, la prima di questo tipo ad Alberobello.
Nel 1810 si concede la libertà “di edificare nuove case, ed il riedificare le antiche tanto nel distretto del paese, quanto in continuazione dell’attuale recinto”.
Intorno alla dimora dei Conti di Acquaviva si allarga il nucleo primitivo della città con la formazione dei due rioni, quello Monti, oltre la lama delle fogge, e quello dell’Aia Piccola a nord.
I trulli assumono caratteri architettonici più evoluti, passando da piccole alcove a vere e proprie abitazioni, formate da numerosi trulli, sormontati da pinnacoli, con segni sulle volte esterne delle chiancarelle ed intonaco bianco sulle pareti dei muri portanti.
Nel 1806, in base ad una ricognizione, sono censiti ” 858 trulli di varie dimensioni tutti corredati da giardino privato, otto case palaziate, forno, mulino, bottega, chiesa matrice e magazzino”
Nel 1844 viene redatto il primo strumento urbanistico per far fronte al problema della crescita urbana: le norme vietano la costruzione delle tradizionali “casette a secco” in favore di edifici realizzati a calce e intonaco “che saranno inoltre imbiancate”; l’unica deroga riguarda le case ubicate in “rione Monti”, cioè nel settore urbano abitato dalla classe meno abbiente.
Negli anni successivi si verifica un ritorno alle origini con una lenta e graduale presa di coscienza collettiva, sensibile all’importanza culturale dei trulli.
Il 23 settembre 1910 la città, che ha assunto un assetto definitivo con la costruzione della Chiesa di S. Antonio con manufatti a trulli e quella dei Santi Medici con due grandi campanili sulla facciata, viene dichiarata Monumento Nazionale, in virtù della presenza dei caratteristici trulli.
Proprio il termine trullo compare per la prima volta in atti comunali nel 1930.
Il 6 dicembre 1996 i trulli vengono dichiarati dall’UNESCO “Patrimonio mondiale dell’Umanità”.
Nel territorio di Alberobello ricadono anche siti di interesse comunitario, quali il SIC “Murgia dei Trulli” e il SIC “Murgia del Sud-Est”, nonché una parte dell’Oasi “Barsento”, istituita nel 1997, in virtù dei suoi rilevanti caratteri naturalistici.
TRULLI IN VILLA CASTELLI (BR)
18 APR 2020- Cinque Comuni al lavoro insieme per promuovere la Puglia, “in ogni stagione”, come recita l’iniziativa e il cartellone di eventi presentato dai sindaci di Monopoli, Fasano, Alberobello, Castellana Grotte e Conversano.
L’intenzione è mettere in rete rassegne culturali, sagre, concerti e altri eventi organizzati nelle cinque cittadine, con l’obiettivo comune di promuovere quel territorio unico e di grande attrazione che è la “Costa dei Trulli”
TRULLI
STORIA, ORIGINI, CARATTERI, DIFFUSIONE, VALORIZZAZIONE.
Dalla Tesi di Laurea in Architettura di Vincenzo D’Aurea,
conseguita nell’anno accademico 2005-2006 presso l’Università degli Studi di Firenze, Facoltà di Architettura, Indirizzo Tutela e Recupero del Patrimonio Storico-architettonico, Dipartimento di Restauro e Conservazione dei Beni Architettonici.
Relatore Prof. Paolo Brandinelli, correlatore Prof. Gennaro Tampone.

Vincenzo D’Aurea
nato a Terlizzi (Bari-Puglia).
Architetto esperto nella Conservazione dei Beni Culturali.
Responsabile Ufficio Gare presso Cooperativa Archeologia di Firenze.
Pubblicazioni
-
I “TRULLI” DI POLIGNANO A MARE (BA). COSTRUZIONI A SECCO E SOCIETÀ MODERNA: LA SFIDA DELLA CONSERVAZIONE”
Bollettino degli Ingegneri, N°11, Firenze, 2008.
Trullo, vocabolo controverso.
Ipotesi etimologiche.
Lo studio dei trulli passa anche per lo studio dell’origine e del primario significato della parola trullo, sulla cui etimologia, tuttora, non c’è accordo tra gli studiosi.
I problemi sono molteplici e non di facile risoluzione, sebbene ciascuno dei linguisti che si sono occupati di tale questione adduca giustificazioni convincenti a sostegno della propria tesi.
Innanzitutto, occorre ricordare che il nome trullo si riferisce, propriamente, al tetto conico della costruzione ma, per sineddoche, è chiamato trullo tutto l’edificio.
Angelo De Fabrizio, che si occupa di “Quisquilie etimologiche” nel 1910, rileva che la costruzione detta a trullo assume diverse denominazioni, secondo la forma e la posizione geografica.
Per cui nei dintorni di Lecce e nel barese viene denominato truddu, mentre chipuru dal contado di Maglie fino al capo di Leuca. Inoltre lo studioso distingue il truddu o chipuru dalla casedda, quadrata e coperta con tegole (anche se è il termine utilizzato dagli alberobellesi per indicare i loro trulli); dal pajaru, che differisce dalla precedente per la copertura in paglia; dal furneddu, adoperato come forno dai contadini che non potevano recarsi in città per cuocere il pane; dalla suppinna, (lat. casa supina), che è addossata ad una casa colonica, con il tetto spiovente da una sola parte; dall’umbracchiu, (lat. umbraculum), poco dissimile dalla suppinna, ma adoperato solo come riparo dei buoi che si alternano nel lavoro dei campi; dalla cunedda, (gr. eìkwn, immagine), che è una celletta, per lo più un monolito, come una grande nicchia con all’interno dipinta la figura di qualche santo; dal cafurchiu (contam. di cava furcula), che indica sia la capanna fatta a modo del tucul abissino sia la tana delle volpi e dei conigli.
Nel 1969, Angelico Prati fa derivare trullo dal latino trulla, ramaiolo da versare vino, padella in forma di cazza, da cui trullos, cupola. Si ricorda che a Roma la Piazza del Popolo fu detta del Trullo da un massiccio avanzo quadrato di antica fabbrica, ma di solito con trullo o truglio era indicato, nel medioevo, un avanzo massiccio di fabbrica.
Il Devoto Oli deriva la parola trullo dal greco troullos, cupola.
Le origini del trullo. La diffusione delle strutture a trullo nel mondo.
Nel corso degli anni tante sono state le teorie formulate circa le origini del trullo, alcune più o meno fantasiose, altre supportate da prove più concrete, altre ancora animate da un campanilismo eccessivo, tale da non concedere spazio ad ipotesi pur supportate da argomentazioni convincenti.
Sta di fatto che costruzioni simili ai trulli, per forma e/o struttura, si ritrovano in molte regioni del globo. È lecito, quindi, domandarsi se questo modo di abitare il territorio sia nato in una determinata regione del mondo e di li sia stata esportata, oppure si sia sviluppata autonomamente nelle singole regioni in cui è stato adottato, condizionato dai fattori contingenti.
Tutte queste costruzioni «hanno in comune il principio della falsa cupola (pseudocupola, falsa cupola, volta ad aggetto).
Per quanto riguarda la forma esteriore della costruzione base, essa si presenta ora in forma rotonda, ora in forma quadrangolare, in alcuni paesi persino in forma rettangolare. La forma rotonda, però, è la più frequente. E non può esserci alcun dubbio che questa forma circolare sia all’inizio di tutto lo sviluppo.
Di forma rotonda, simile ad un enorme alveare, si presenta la camera del tesoro di Atreo a Micene (altezza m. 13,20, diametro m. 14,50) (fig.1 e 2), altri tholoi nella civiltà micenea, nonché la tomba a cupola di Orcomeno (Beozia) e quella di Pylos (Messenia).
Nell’antichità romana la tradizione delle case circolari si è continuata nei templi del culto di Vesta. Costruzione rotonda a falsa cupola mostra la camera interna del cosiddetto Carcer Mamertinus (Tullianum) ai piedi del colle Capitolino.
Forma rotonda con tetto a cupola presentano le tombe etrusche e le urne cinerarie imitanti tombe dell’Italia centrale (fig. 3, 4).
In forma di un tumulo conico molto schiacciate si presentano le tombe monumentali della Mauretania, per esempio il Medracen presso Batna in Algeria (fig. 5).
Abitazioni preistoriche rotonde (relativamente le loro fondamenta in pietra) sono state scoperte in Francia, Portogallo, Inghilterra, Irlanda.
Come una forma molto primitiva della vera capanna di pietre si possono considerare le costruzioni rotonde dell’Irlanda e delle isole scozzesi.
Tale esempio è molto vicino alle capanne di pietra diffuse nella Svizzera sud-orientale.
La capanna in fig.6 presenta una unità tra base e tetto a cupola. La grandezza delle pietre usate è irregolarissima.
Tale capanna, così come molte altre simili, servivano ai pastori ed ai viandanti per trovare riparo dalla pioggia e dalle bufere di neve.
Altre capanne, invece, servivano ad un uso più razionale. Nei mesi in cui il bestiame pascolava sulle regioni più alte dei monti esse venivano abitate dai pastori.
Molte, inoltre, servivano anche come frigoriferi naturali per i prodotti derivati dal latte. Nella fig.7 si nota il bacino circolare per l’acqua in muratura, che, attraverso il muro , riceve dall’esterno l’afflusso di acqua fresca.
Nel bacino vi sono 12 appositi blocchi di pietra come base per le scodelle del latte. Al centro della capanna si trova la tinozza in cui si fa il burro . La capanna ha una porta che si può chiudere.
Come una forma progredita di costruzione a cupola si possono certo considerare le capanne di pietra presenti in Istria. Qui la costruzione base rotonda è nettamente staccata dal tetto conico con una specie di cornicione.
Del tutto simili sono le capanne francesi della Borgogna.
Allo stesso tipo appartengono le capanne di pietra sarde (pinnettas), che si incontrano in alcune zone della Sardegna settentrionale. Costruzione base e tetto a cupola sono nitidamente separate. Il tetto a cupola all’esterno è più piatto di quello che si osserva in Francia, mentre all’interno ha una forma più acuta.
Consimili capanne rotonde, anch’esse di forma primitiva, si possono ritrovare in parecchie regioni della Spagna, soprattutto in Navarra.
Una capanna nei dintorni di Estella, a sud delle province basche, ci mostra che la costruzione risponde solo a principi di utilità. Manca ogni tentativo di dare alla costruzione una forma “bella”: la base piuttosto alta ed il tetto assai
schiacciato (altezza circa 3 m) non sono in alcun rapporto simmetrico. La cupola ha soltanto lo scopo di formare il tetto; l’ultima apertura viene, anche qui, chiusa da una pietra piatta (fig. 8).

Ancora più primitive sono certe costruzioni che si incontrano sparse nell’isola di Minorca.
La costruzione riprodotta di seguito (fig. 9) rappresenta una costruzione piuttosto piatta ottenuta con pietre molto irregolari.
Essa consiste di due stanze a volta con ingresso separato. Nella sua forma caratteristica essa ricorda molto il tipo delle Sesi preistoriche di Pantelleria.
Molto ricca di capanne di pietra di forma primitiva è la regione montuosa e pietrosa nei dintorni di Fontane-de-Vaucluse (Provenza).
Le forme che vi si possono osservare sono molteplici. La prima costruzione rappresentata (fig. 10) è circolare, di altezza media (1,80 m) con un tetto a cupola molto piatto. L’altra, invece, (fig. 11) mostra, nella sezione orizzontale, un quadrato. (ogni lato 2,55 m).
Ogni muro laterale si eleva sino alla cupola nella forma di un arco smussato ad un’altezza di 3,30 m circa. Entrambe le capanne sono servite per ricovero a pastori e contadini e, soltanto posteriormente, sono stati praticati fori in funzione di finestre. Esse servono oggi solo ai cacciatori per la posta agli uccelli.
Come una forma decadente del tipo di capanna rotonda si possono considerare le capanne che si incontrano sulle Alpi Liguri.
Esse sono caratterizzate da una forma tozza e larga. A giudicare dalla forma esteriore del tetto molto piatto, si direbbe impossibile poter parlare di una vera costruzione a cupola.
Una consimile forma decadente si incontra come propaggine delle zone dei trulli pugliesi, nella pietrosa regione del Gargano (fig. 12).

Anche le primitive costruzioni in pietra che si trovano nella regione abruzzese della Maiella corrispondono in parte a questo tipo di capanna.
Una forma molto originale di capanna di pietra si trova nella Puglia settentrionale, nei dintorni di Barletta, dove nell’architettura esteriore si è del tutto rinunciato alla distinzione tra base e tetto a cupola (fig. 13). Costruita circa cento anni fa, ha la forma di un perfetto cono ottenuto poggiando sul

le parti propriamente portanti della capanna una copertura esterna in pietra; che più di tutto ha il compito di dare alla costruzione una forma armonica chiusa. In rapporto all’altezza (4,20 m) ed alla circonferenza (15,50 m) lo spazio interno è piuttosto piccolo.
Davanti alla porta che introduce nell’interno, si nota una piccola anticamera dalla forma di un breve corridoio. La chiusura superiore della cupola è ornamentale.
Una curiosa somiglianza ha questa costruzione, nella sua forma esteriore, con le capanne rotonde del Kurdistan, costruite di mattoni cotti al sole.
Anche lì la cupola viene ottenuta mediante strati concentrici di mattoni sovrapposti: tipo falsa cupola (fig. 14).

Forme affini a quelle delle capanne sopra citate si trovano nell’Italia centrale, nella regione abruzzese della Maiella.
Le costruzioni ivi usate dai pastori presentano una forma piuttosto alta e con una cupola somigliante ad un mezzo uovo.
Una caratteristica di questa capanne sta nell’essere raggruppate, servendo, ogni capanna, ad uno scopo particolare ed essendo tutto il gruppo circondato da un cortile per le bestie.
Nell’estrema Puglia meridionale si può osservare che la costruzione alta conica è mozzata da una specie di plateau.
Invece di terminare la costruzione con un elemento ornamentale, si è preferito trasformare la costruzione conica in una specie di terrazza, che, generalmente circondata da un muretto, serve alla vigilanza di una certa estensione del terreno nel periodo della raccolta dell’uva e delle olive; essa, però, può essere utilizzata anche come essiccatoio per i fichi o i pomodori.
L’ulteriore sviluppo di questo tipo ha portato ad ingrandire il tetto a terrazza per ottenere un più largo spazio per l’essiccazione.
Nell’estrema Puglia meridionale, a sud di Lecce, accanto alla capanna di pietre rotonda, è diffusa la costruzione quadrata.
Sebbene la tipica costruzione a cupola rimanga, la copertura esterna è stata tanto accresciuta ed allargata, che il tronco di cono ha acquistato la forma di un tronco di piramide (fig. 15).

Solo all’interno si scorge la disposizione concentrica degli strati di pietra della cupola a cono, avendo conservato la costruzione interna la forma rotonda.
Tra le ragioni che hanno portato alla forma quadrata, può avere una certa importanza il tentativo di avvicinare la primitiva capanna ad una casa; inoltre, con la forma quadrata, la terrazza usata come essiccatoio poteva acquistare una maggiore superficie.
Capanne di pietra a base quadrata sui trovano anche fuori d’Italia, nell’isola di Maiorca. Il nome Barraca de porchs accenna alla loro funzione. Neanche nella regione carsica della costa dalmata è sconosciuta la capanna quadrata.
Tutte le costruzioni sin qui descritte hanno la funzione di ricovero momentaneo. In queste capanne, allorché siano chiudibili, il contadino usava riporre gli attrezzi. In capanne più spaziose poteva trovar posto anche un gregge di pecore per il riposo notturno.
In epoca di raccolto queste costruzioni avevano anche la funzione di servire come alloggio per il guardiano. Tali capanne non venivano usate come vere e proprie abitazioni: non hanno, perciò, né camino, né fumaiolo.
Era ovvio, però, che si rendesse la capanna utilizzabile come abitazione. Questo sviluppo si è attuato in vari paesi, raggiungendo in alcuni casi un altissimo grado di perfezione, in altri casi, invece, non andando oltre modesti inizi e forme piuttosto primitive.
L’introduzione di un focolare nelle capanne pugliesi si osserva nella Puglia centrale, nei dintorni di Bari. La capanna di pietra riprodotta presenta un vano quadrato (lunghezza del lato 3,30 m) con quattro nicchie ad un metro da terra, ricavate nel muro (a) (fig. 16).

A destra dell’ingresso si trova, a 30 cm da terra, il focolare con un camino non visibile dall’esterno. Nel muro anteriore è lasciata una piccola apertura quadrata che funge da finestra .
Anche le casite dell’Istria sono corredate talvolta di un focolare. Il fumo esce da un’apertura nella parte più alta della cupola, riparata da una grande pietra piatta, che impedisce l’ingresso della pioggia (fig. 17 e 18).
In Catalogna si è giunti, mediante il raggruppamento di diverse capanne, alla formazione di vere e proprie case.
In Francia si possono accertare solo raramente degli sviluppi verso la casa d’abitazione. Tali capanne sono rese più abitabili per un soggiorno nei mesi estivi per la vigilanza dei vigneti.
Alta perfezione nello sviluppo verso la casa d’abitazione ha raggiunto la costruzione a cupola nella Puglia centrale. Un primo passo a tale sviluppo era dato dalla riunione di due trulli per mezzo di un passaggio interno (fig. 19).

Altre forme di un ulteriore sviluppo della costruzione a cupola semplice si osservano nell’estremo nord-ovest d’Europa.
Nelle isole Ebridi la civiltà delle costruzioni a cupola ha portato ugualmente alla creazione di complessi abitati, ma in forme rimaste ad uno stadio molto primitivo. Sono abitazioni che solo periodicamente venivano abitate da pastori, che d’estate portavano il gregge in queste regioni inospitali.
Nella capanna riprodotta (fig. 20 e 21) si nota l’accostamento di due capanne con passaggio interno. L’altezza massima non supera quella di un uomo, sicché solo nel centro si può assumere una posizione eretta. Il corridoio di unione è cosi basso che si può raggiungere l’altro vano solo carponi. La costruzione di pietre è riconoscibile solo all’ingresso ed alla base, giacché per un migliore riparo questa capanne sono ricoperte di torba.
Ipotesi sulle origini del trullo.
Nel secolo XIX si era indotti a riportare queste costruzioni ai tempi più antichi e collegarle al periodo neolitico.
Oggi si sa che la maggior parte di quelle che ci sono arrivate sono state costruite soltanto nel corso degli ultimi secoli, a partire forse dall’anno Mille.
Solo in Irlanda possono risalire ad un’epoca più remota.
La grandissima diffusione di tali costruzioni nell’estrema penisola dell’Italia Meridionale ha fatto collegare i trulli pugliesi ai Pelasgi, allorché non si sapeva dell’esistenza di costruzioni simili anche fuori d’Italia.
Studiosi più moderni, principalmente il Bertaux (1899) ed il Moschettini (1912) affermano, invece, che gli odierni trulli sono un ricordo di un’antichissima forma di costruzione, che già nell’antichità trovava impiego ancora soltanto in costruzioni funerarie. Esse sono la continuazione di una antichissima tradizione sviluppatasi, poi, in forme diverse.
Le ipotesi sull’origine delle costruzioni a trullo sono diverse, ma tre sembrano essere le più plausibili.
La prima ipotesi presuppone l’importazione di questa tecnica costruttiva da aree culturali di altri paesi ed è suffragata sia dall’esistenza di edifici di importanza storica a falsa volta (Micene, Abydos,), sia dalla presenza di altre costruzioni simili in altre aree geografiche, come, ad esempio, il villaggio di Koum nei dintorni di Aleppo, villaggio composto interamente da edifici a forma di trullo, intonacati all’esterno e sormontati da pinnacoli molto simili a quelli di Alberobello per forma e dimensioni, sia dal fatto che nell’Italia Meridionale sono stati presenti, nei tempi antichi, diversi insediamenti di gruppi etnici provenienti dalla Grecia, dall’Asia Minore, o dall’Egitto.
La tradizione architettonica di queste costruzioni è molto lontana nel tempo; si pensi al sopraccitato Tesoro di Atreo, del secondo millennio a.C., o all’architettura egiziana di Abydos.
Altri studiosi ricollegano questo modo di costruire agli Ittiti. Edifici uguali ai trulli per forma e destinazione furono, infatti, costruiti in Siria ed in Babilonia, paesi che entrambi furono invasi da quelle popolazioni.
La presenza di questo tipo edilizio in Puglia sarebbe dovuto alle migrazioni di popolazioni del Medio Oriente (Misi, Teucri) che, sconfitti dagli Ittiti, erano venuti a contatto con la loro civiltà, ereditandone, in parte, usanze e modi di costruire.
Questi popoli abitavano le sponde settentrionali dell’Asia Minore e, prima della guerra di Troia, emigrarono massicciamente in Tracia.
I Misi invasero vaste regioni dell’Ellade occupate dagli Ittiti, spingendosi fino al Mare Ionio. Giunti in Tessaglia sotto la guida del condottiero Messapio, conquistarono la Beozia e diedero ad uno dei monti della regione il nome di Messapia; quando discesero fino all’isola di Creta, con lo stesso nome chiamarono anche un fiume.
I Messapi – Cretesi si estesero fino nella Japigia, dove ad Huria (Oria) ed a Messapia (Mesagne) si fermarono stabilmente (come riferisce Erodoto), fondando altre città, tra le quali Aletium (Alezio), Brundusium (Brindisi), Ciliae (Ceglie Messapico), Mandorium (Manduria).
È, quindi, ammissibile, che essi portassero la loro edilizia a tholos in quella parte della Japigia compresa tra il Capo di Leuca ed il fiume Bradano. Alcuni ritrovamenti archeologici confermerebbero tale ipotesi.
Sono stati, infatti, ritrovati, sotto il basamento di un antichissimo trullo in Salento, degli idoli e degli amuleti messafici a forma di cono e di piramide, a base quadrata, di terra o di pietra, forati verso la sommità ed alti da tre a dieci centimetri, con incise iscrizioni o simboli, e degli amuleti messafici di scongiuro nelle vicinanze di Alberobello.
La seconda ipotesi tende a spiegare l’origine dei trulli fondando analisi e deduzioni sulla base di studi etnologici.
Il Battaglia ritrova nei trulli tutte le forme caratteristiche delle abitazioni dei più primitivi cicli culturali, quello cosiddetto del “boomerang” e quello cosiddetto “totemico”.
Nel primo caso si trova quel tipo primitivo di capanna costruita con rami e foglie nel quale le pareti non si distinguono dal tetto, cioè la capanna ad alveare; nel secondo, la capanna circolare con le pareti cilindriche ed il tetto conico, tipo di capanna diffuso nel mondo delle popolazioni inculte, che mantenne pressoché inalterata la sua forma, anche presso comunità agricolo – pastorali più civili.
Ma la forma come tale ripete tipi primitivi; il sistema dei trulli si rivela un trovato di civiltà più evolute e di particolari ambienti geografici caratterizzati da clima arido con scarsa vegetazione.
La terza ipotesi suppone che, dato un determinato ambiente, alcuni materiali da impiegare presenti sul posto e mezzi economici limitati, la gente abbia adottato spontaneamente la costruzione a trullo, perché avrebbe rappresentato la soluzione più logica alla quale convenisse ricorrere.
A suffragio di questa teoria si possono considerare gli aratri in legno più antichi, dalla forma molto simile gli uni agli altri, anche se provenienti da paesi europei molto lontani tra loro, che non si sono influenzati vicendevolmente.
Questa teoria giustificherebbe la presenza massiccia dei trulli nella regione calcarea delle Murge o sul terreno calcareo – tufaceo del Salento, e l’assenza quasi completa sulla vasta pianura del tavoliere foggiano e sui terreni argillosi del golfo di Taranto.
Tuttavia, occorre ricordare che il trullo è molto raro anche sul Gargano, ugualmente costituito da terreni calcarei e ricchi di pietrame.
Inoltre, sempre a sostegno di tale teoria, può essere riportata una riflessione importante, basata sull’osservazione del comportamento di alcuni bambini compresi tra i 10 ed i 12 anni di età.
Fornite delle pietre piatte a tali bambini, si è notato come essi, spontaneamente, tendano a costruire una volta a trullo. Lo stesso accade con lastre di ghiaccio: il risultato, in questo caso, è un igloo a forma di trullo.
In pratica, la struttura a trullo viene adottata in ogni parte del mondo dove una particolare forma di pietra è disponibile e scompare quando questo materiale non è più reperibile. In ciascuna di queste zone, un contadino, nel pulire il suo campo, può scoprire da solo la tecnica per siffatte costruzioni.
Nonostante queste teorie abbiano delle valide argomentazioni a supportarle, non è possibile stabilire con certezza il primo tipo di abitazione costruito in Puglia.
Studi archeologici hanno portato alla luce diversi tipi di abitazioni primitive, alcuni dei quali sembrano costruiti contemporaneamente, spesso molto vicini gli uni agli altri.
Questi tipi includevano le capanne, rifugi con le strutture del tetto in legno, grotte naturali o scavate dall’uomo, strutture megalitiche comprendenti dolmen e menhir, e microlitiche quali le specchie, simili a cumuli di pietra, ed infine i trulli, con la caratteristica cupola conica. Resti di capanne con tetti in legno sono ancora visibili in molte località, sia sulla Murgia che in altre zone pugliesi.
Questi resti consistono in fondazioni di pietra e grossi pezzi di intonaco grezzo ricavato dal bolo, che portano i segni di travi di legno poco spaziate l’una dall’altra, che congiungevano i muri opposti.
Qualche volta questa capanne erano parzialmente interrate ed in pratica erano fosse abitabili. In pianta esse variavano dalla forma tonda a quella rettangolare.
La pianta tonda fu generalmente usata nei primordi dagli abitanti primitivi. In alcuni scavi, su insediamenti sovrapposti durante lunghi periodi di tempo, i successivi strati di fondazioni pongono in evidenza un’evoluzione nel tempo dalla forma circolare nei primi strati a quelle ovali, quadrangolari con gli angoli arrotondati, e, finalmente, rettangolari negli ultimi strati. Lo stesso tipo di evoluzione delle piante è stato osservato in altre parti del mondo.
Fondazioni di pietra portate alla luce in un certo numero di insediamenti dell’età del bronzo, scoperte nel letto di un fiume a secco da molto tempo nei dintorni di Cisternino, hanno una pianta circolare e muri dello spessore variabile da 1 a 1,60 m.
La città capitale dei Peucezi a Monte Sannace aveva edifici pubblici e le mura periferiche costruiti con blocchi di tufo lavorati, ma le sue case erano in legno.
Le fondazioni di malta di calcare di queste abitazioni sono ancora esistenti e si presentano in pianta di forma irregolarmente quadrangolare, al di sotto delle quali sono state, spesso, trovate tombe sacrificali di bambini.
I tetti erano, presumibilmente, costruiti con tegole di argilla di forma semicilindrica, sistemate su strutture di legno.
Pur non escludendo che le case in legno di Monte Sannace possano essere state di pregevole fattura, vi sono, attualmente, poche tracce da cui dedurre che le antiche costruzioni di legno in Puglia abbiano raggiunto un grado elevato di perfezione.
La pratica della costruzione dei tetti su strutture in legno per abitazioni a carattere permanente scomparve da parecchio tempo, tanto che, oggigiorno, rimangono ben poche di queste strutture.
Ciò è, in parte, da attribuire ai disboscamenti ed alla conseguente indisponibilità del legname, ma è probabile che una volta acquisita la tecnica di costruzione, sia stata più facile, più rapida e meno irta di inconvenienti la costruzione delle strutture dei tetti con la pietra che abbondava dappertutto.
Le case coperte con pietra offrivano, inoltre, il vantaggio di mantenere freschi gli ambienti durante i giorni più afosi della lunga estate.
Come detto in precedenza, oltre ai trulli furono costruite altre strutture in pietra, la cui funzione è tuttora oggetto d’indagine, le cosiddette specchie microlitiche, che sono di due tipi.
Il primo è rappresentato da cumuli di piccole pietre piatte disposte in forma conica, con un diametro variabile da 2,50 a 4 m. Esse si trovano in forme leggermente variabili, a gruppi, un po’dappertutto sulla Murgia dei Trulli.
Si ritiene che la loro origine risalga all’epoca dei Peucezi, nell’età del ferro, intorno al 900 a.C. Ciascuna contiene una camera dolmenica in cui vi era uno scheletro rannicchiato. Benché più piccole, esse sono perfettamente analoghe ai dolmen, con la copertura costituita da cumuli di pietrame e terriccio.
Le specchie del secondo tipo hanno cumuli di pietra molto più grandi, simili a quelli dei templi babilonesi, alti sino a 4,50 m. e con un diametro superiore ai 5 m.
Né tombe, né manufatti di un certo interesse sono stati ritrovati in essi, benché alcune abbiano mostrato, durante la loro demolizione, fondazioni costituite da grosse pietre squadrate, come quelle impiegate per la costruzione delle mura messapiche della città di Manduria, nella penisola salentina.
Sembra che queste specchie siano servite come stazioni di posta o torri fortificate per sentinelle, tanto che esse sono localizzate a vista l’una con le altre e sempre nei punti più elevati del terreno, sulle pendici meridionali della Murgia, dove una volta vi era la zona di confine tra la Messapia e la Peucezia.
Erano congiunte l’una all’altra da un muro detto il Paretone, anch’esso fatto di pietre a secco, di uno spessore di circa tre metri alla base e, probabilmente, a quei tempi, almeno della stessa altezza.
Queste specchie, aventi funzione di difesa e comunicazione, sono, presumibilmente, da far risalire all’’età del ferro, la stessa epoca delle specchie sepolcrali con la camera dolmenica. Intorno ad alcune di queste specchie di grandi dimensioni sono state scoperte le rovine di antichi villaggi di trulli.
Questi agglomerati di rifugi con la caratteristica cupola servivano, probabilmente, per l’alloggio delle truppe che le presidiavano. È da presumere che ogni specchia di questo tipo avesse l’annesso villaggio, le cui tracce in molti casi sono scomparse a causa delle ricorrenti operazioni di rimozione delle pietre dai campi.
In periodi più recenti, inoltre, la Puglia è stata dominata dai Normanni, che hanno lasciato un’impronta importante.
Perché non pensare, dunque, ad un’architettura ispirata dal normanno, per quanto concerne i trulli, che dappertutto voleva guglie e pinnacoli?
È la domanda che si pone Ciro Drago, archeologo, prendendo in considerazione il fatto che il primo nucleo dell’attuale Alberobello risale al 1635, anche se è una data troppo recente.
Il trullo in pietra, infatti, è sicuramente più antico ed, infatti, siamo informati dell’esistenza dei trulli a partire dal XII sec., sin, cioè, dal tempo dei Normanni.
Per i secoli antecedenti siamo completamente all’oscuro. I segni simbolici a calcina, assai semplici, sono, per lo più, cristiani.
Ma quel che interessa è la cupola a cono appuntito, dove in alto sta un pinnacolo.
Questa forma conica è tendenzialmente nordica, è adatta alla neve, che anche sulle Murge, spesso, imbianca il paesaggio. Il trullo, con la sua cupola appuntita e le sue finestrelle, sembrerebbe risentire del sapore dell’arte medievale e nordica.
Tra le succitate teorie arcaiciste e l’improbabile ipotesi circa l’importazione ad opera dei Normanni, si inseriscono delle vedute diverse che prevedono l’origine medievale dell’architettura a trullo pugliese, un’origine databile al periodo in cui più stretti ed attivi divennero, per motivi religiosi, etnici e politi, i legami con l’Oriente bizantino.


A suffragio di tali vedute sta lo scarno manipolo dei dati certi, degli indizi e degli elementi utili alla costruzione di una teoria sui trulli.
Tali elementi probanti possono essere così enumerati:
- il fatto, anzitutto, che la Puglia murgiana possiede questo tipo costruttivo nella perfezione funzionale di una casa di abitazione permanente formata di più cellule concatenate e riunite a gruppi attorno all’aia che integra l’esiguità degli spazi domestici. Di contro al fatto che tutte le tholoi del mondo mediterraneo preclassico, destinate ad uso di sepolcro o di abitazione per l’uomo, hanno arrestato il loro sviluppo al limite dell’impianto circolare e dell’elemento mono ambientale;
- la diffusione relativamente recente degli edifici a trullo in tutta l’area del calcare scissile delle basse Murge, fino a stabilire l’attuale coincidenza in estensione tra il dato geologico ed il tipo architettonico e la corrispondenza geografica dell’uno e dell’altro con un sistema agrario ed una struttura sociale fondati sulla piccola proprietà contadina;
- l’assenza, in tutta la Murgia dei Trulli, di tracce di casolari a tholos anteriori al secolo decimosesto, ciò che non esclude il reimpiego delle macerie in costruzioni successive, ma può rappresentare un buon motivo per rimeditare le teorie circa la grande antichità, per la Puglia, del modo di costruire e di abitare in capanne a trullo;
- la più antica menzione documentale della voce casella, riferita alla dimora rustica del paese, in una pergamena del 917;
- la tradizione raccolta da studiosi del luogo, secondo la quale i primi casali costituitisi sull’altopiano murgiano intorno al Mille fossero raggruppamenti di caselle intorno a chiese rurali di rito bizantino e che tali caselle dovettero rappresentare gli archetipi delle abitazioni con copertura estradossata a forma conica;
- la recente scoperta, in agro di Castellana, nel bel mezzo dell’oasi a trulli sparsi, dei resti della chiesa rurale di San Bartolomeo di Padula, chiesa edificata, presumibilmente, nel X secolo per il culto orientale. Essendo costruita con il sistema a trullo, essa verrebbe a confermare l’introduzione della pseudo cupola in Puglia, in un periodo intorno alla fine del IX secolo.
In ogni caso, la ricerca espletata sul territorio pugliese ha dato modo di appurare che se anche vi furono delle osmosi mnemoniche che comportarono sia la trasposizione dei principi costruttivi che di assetto volumetrico, questi vennero ampiamente filtrati e rielaborati con l’apporto della tradizione architettonica locale e delle specifiche esigenze.
Pietre di Puglia. Struttura geologica della Puglia Centro-Meridionale.
Una delle caratteristiche della geologia della regione pugliese è la scarsa varietà dei terreni, tanto in rapporto alla loro costituzione litologica, quanto riguardo all’età in cui si sono originati.
Nella Puglia centrale e meridionale, le rocce più diffuse e che, essendo le più antiche, sostengono tutte le altre nelle zone in cui non affiorano, si depositarono nelle varie epoche del cretaceo e rappresentano, perciò, in dolci corrugamenti, il terreno fondamentale di tutta la regione.
Queste rocce costituiscono in maniera pressoché assoluta la sezione più propria delle Murge, mentre, pur figurando in misura tutt’altro che trascurabile nel suolo della penisola salentina, sono, nella gran parte di essa, rivestite da formazioni di periodi più recenti.
Tirando, insomma, nella Puglia a sud-est dell’Ofanto una linea tra Taranto e Brindisi, si divide la regione in due parti: nella prima, più propriamente continentale, si erge la massa cretacea compattissima ed uniforme, fiancheggiata e qua e là interrotta da terreni postmiocenici d’importanza secondaria; nella seconda, più propriamente peninsulare, insieme al cretaceo sono largamente rappresentati gli stessi terreni postmiocenici murgiani e formazioni mioceniche particolari della Terra di Otranto.
La formazione più diffusa è rappresentata dai calcari del cretaceo, multiformi, più o meno compatti, subcristallini, spesso dolomitici, talora anche un po’ marnosi, stratificati, di tinta bianco-giallastra, o bianco-grigiastra, o leggermente giallognola, qualche volta rossastra e perfino addirittura nera.
Per la scarsezza dei fossili, si riesce appena a stabilire fra di essi la semplice suddivisione cronologica in calcari appartenenti al cretaceo inferiore e calcari appartenenti al cretaceo superiore.
Costituiscono le zone più alte del paese e sono diffusi in tutta la Puglia murgiana, da Minervino ad Ostuni, da Bisceglie a Santeramo, da Conversano a Martina Franca.
Lembi più o meno importanti sporgono, in mezzo ai tufi, alle sabbie, alle argille, ad Altamura, a Matera-Laterza, a Castellaneta, a Mottola, nella fossa premurgiana, e tra Torre S. Susanna e S. Donaci, a Surbo e da Campi a Corigliano, nel leccese.
Di estensione assai più limitata risultano i sabbioni argilloso – calcarei miocenici, conosciuti volgarmente con il nome di “pietra leccese”, con cui sono congiunti i pochi lembi di calcari bianco-giallastri eocenici e di calcari rossastri pure miocenici, affioranti per appena 20 kmq di area, nel litorale tra Otranto ed il Capo di Leuca.
La vera e più diffusa formazione miocenica è, dunque, un calcare granulare, marnoso o marnoso – arenaceo, di poca durezza, di colore giallognolo, assai variabile da luogo a luogo e da strato a strato e perciò diversamente permeabile, ricco di fossili, per i quali, come anche per la struttura litologica, è analogo alla cosiddetta “pietra di Malta”.
Si incontra soltanto nella zona centrale e nella meridionale della penisola salentina, per lo più dalla parte dell’Adriatico, e non si spinge che ad altezze di poco superiori ai 130 metri.
Con il nome di “tufi” sono comunemente intesi le formazioni calcareo-arenacee, in gran parte organogeniche, derivanti dal disfacimento operato dal mare sui sottostanti calcari cretacei, di cui seguono le ondulazioni e riempiono spesso le molli sinclinali.
Questi tufi, leggeri, porosi, permeabili, di colore bianco, bianco-giallastro, giallo, grigiastro, prendono, a seconda della loro struttura, nomi differenti. Appartengono quasi tutti al pliocene.
I calcari arenacei affiorano dappertutto nella Puglia murgiana e salentina, e sono manifesti fino a circa 470 metri di altezza.
Si affiancano al rialto murgiano da Torre Pelosa a Mesagne, e da Altamura a Taranto; riempiono in vari tratti la fossa premurgiana, si sviluppano a tratti e con grandi interruzioni sui pendii orientali della Murge del nord, si raccolgono nei punti più riparati della conca di Bari e appaiono interrotti da Capurso a Bari.
Gli strati, solo dove i tufi si appoggiano alle elevazioni del calcare cretaceo, appaiono inclinati, altrimenti assumono un andamento quasi orizzontale. La potenza delle formazioni si mantiene tra i 10-15 metri e l’altimetria è alquanto ridotta, sia perché le colline più alte delle Murge non si immersero nel mare pliocenico, sia perché l’abrasione delle acque distrusse i giacimenti più elevati durante il Quaternario.
La distribuzione dei giacimenti segue, di conseguenza, l’andamento plano-altimetrico della provincia. Lungo la spiaggia adriatica si riscontrano, nelle vicinanze di Trani – Bisceglie, ed in questa zona, inoltrandosi all’interno, se ne trovano altri abbastanza estesi nei pressi di Andria e tra Ruvo e Palo del Colle.
Tra Santo Spirito e Torre Pelosa il più dolce elevarsi del terreno nelle campagne della cosiddetta Conca di Bari, zona che rimase completamente immersa nel Pliocene, dà luogo ad una successione quasi ininterrotta di banchi di materano fino a Gioia del Colle, dove questi raggiungono il versante ionico.
Da Torre Pelosa fino al confine orientale della provincia il terreno non sale uniformemente verso l’interno, ma a poca distanza dalla costa il cretaceo si eleva ripido quasi a formare una soglia: su tutto il terreno compreso tra il mare e questo gradino si sviluppa ininterrotto il materano, in una striscia che comprende i comuni di Mola di Bari, Polignano e Monopoli.
Il materiale non ha caratteristiche costanti ed anche nella stessa cava gli strati successivi si differenziano tra loro per diversità di aspetto e per costituzione.
In generale si incontra prima un agglomerato contenente briozoi, molluschi ed altri elementi piuttosto grossi, noto sotto la denominazione di scorzo che forma strati che non raggiungono lo spessore di un metro.
Segue la qualità detta verdatiero a grana più fine ma sempre poco uniforme, poi lo zuppigno, i cui strati raggiungono qualche metro e si presenta di colore giallo chiaro, mostra una struttura granulosa e compatta e contiene sempre ostriche e pettini.
Si giunge, infine, alla mollica, a grana fine ma di scarsissima resistenza e poi, dopo la zona di conglomerato di frammenti grossolani, si passa al calcare cretaceo.
Ma ciò non vale che in linea assai generale, ed alle volte le stratificazioni si presentano in modo differente ed in altri casi una qualità acquista potenza assai prevalente rispetto alle altre.
Spesso sul primo strato si riscontra una specie di cappellaccio denominato mazzaro, che appare a grana molto compatta e di durezza che qualche volta raggiunge quella della pietra.
Questi speciali caratteri di elevata resistenza meccanica sono attribuibili sia a cause originarie, sia ad alterazioni fisico-chimiche avvenute nella zona superiore dei giacimenti, la più esposta all’azione degli agenti esterni.
Uno dei vantaggi che presenta il tufo è la facilità con cui è possibile estrarlo in conci quasi regolari; ed infatti la sua speciale struttura, l’andamento pianeggiante dei terreni in cui si ritrovano le sue formazioni e la lieve profondità dei giacimenti sono tutte cause che concorrono a renderne facile l’estrazione.
Le cave sono quasi sempre in prossimità degli abitati. L’estrazione, in passato, avveniva, salvo qualche rara eccezione, per filari a cielo aperto ed il lavoro veniva eseguito a mano, con l’uso di speciali picconi.
Anche il lavoro di squadratura definitiva era eseguito a mano da operai chiamati squadratufi, mediante l’uso di uno speciale arnese foggiato a doppio taglio e munito di manico di legno alquanto ricurvo.
Tutto quanto si è detto, non vale, però, per la qualità dura del mazzaro, che a causa della sua compattezza non può essere trattato con uguale facilità e richiede, invece, le stesse cure delle pietre.
Nelle cave, infatti, si ricorreva all’opera di cavamonti, che attaccavano la roccia con robusti picconi e con altri mezzi in uso per le rocce dure.
I conci, poi, venivano rifiniti dagli scalpellini che li sbozzavano con gli scalpelli a punta e li rifinivano con le martelline a denti o con le bocciarde.
Le proprietà meccaniche variano molto da luogo a luogo.
Caratteri essenziali di un edificio a trullo.
La ricerca delle origini del trullo e del suo luogo di prima apparizione è assai complessa e, probabilmente, impossibile da portare a termine, visto che gli edifici più antichi rinvenuti non vanno più indietro del XVI sec.
Tuttavia, ricercare una tipologia edilizia in particolare potrebbe già costituire un errore di partenza, vista la grande variabilità del tipo in base a condizioni economiche, sociali e geologiche.
Ci sono tre elementi, però, che possono essere isolati come costanti in un’architettura a trullo.
L’aspetto strutturale, ad esempio, costituisce un elemento comune a tutte le architetture di questo tipo, prevedendo una copertura a tholos realizzata allettando a secco anelli di conci su piani orizzontali, progressivamente aggettanti, e chiusi in alto da una grossa lastra. Anche le specchie preistoriche erano dotate di questo sistema costruttivo.
Il secondo e decisivo elemento riguarda la connessione imprescindibile di questo tipo edilizio con l’attività contadina, che lo differenzia da altre strutture, come appunto le specchie, con funzioni difensive e militari.
Salvo l’eccezione di Alberobello, infatti, l’edificio a trullo sorge sempre sul campo, costruito, in genere, dal contadino stesso con l’aiuto di parenti ed amici o da un maestro esperto nell’arte muraria, aiutato dal contadino. Uno dei termini con cui il trullo viene definito nel leccese, chipuro, significa letteralmente guardiano del campo, quasi a sancire il legame trullo – fondo coltivato.
Un altro segno di tale forte vincolo è l’analogia esistente tra il mucchio di pietre ricavato dal dissodamento della terra e la costruzione a trullo, sia formale che etimologica.
Specchia, infatti, indica non solo gli edifici di cui si è detto, ma anche tali mucchi, oltre al cumulo derivante dal crollo di un trullo.
L’impianto planimetrico rappresenta il terzo elemento comune di tale tipo edilizio.
Presumibilmente circolare in origine, rispecchia le forme degli edifici preistorici monumentali ad esso simili, le specchie, ed anche quelle di edifici più piccoli, le cui fondamenta sono state ritrovate vicino alle specchie stesse, che dovrebbero rappresentare i prototipi più antichi dei trulli.
Inoltre, i trulli più antichi rinvenuti hanno un impianto circolare, a differenza di quelli più moderni, orientati verso forme quadrangolari.
L’influenza dell’ambiente naturale.
In tutti i luoghi di diffusione dell’architettura a trullo, la costante è la presenza di terreni rocciosi, senza i quali tale architettura non avrebbe modo di esistere.
Prova ne è il fatto che nelle zone della Puglia in cui la pietra non è abbondante o a portata di mano, come nella Capitanata ed in alcune zone del Salento, non vi sono trulli.
La base geologica comune alle zone di diffusione delle costruzioni a trullo è costituita da calcari compatti risalenti al Quaternario o al Terziario, che offrono tre tipi fondamentali di pietre da costruzione: calcari, tufi calcarei (tufo pugliese o delle Murge), tufi (pietra leccese). Ognuna di queste varietà ha caratteristiche diverse, che si riflettono sul modo di costruire il trullo.
Le Murge sono caratterizzate da calcari compatti di due varietà: il dolomitico, di colore grigio, grana omogenea, di notevole resistenza e durezza, e la pietra viva, di analoghe caratteristiche meccaniche.
Esse si dispongono in stratificazioni di 40 – 100 cm e di 4 – 7 cm. È in questa zona della Puglia che si trovano le soluzioni più tipiche dell’architettura a trullo. La pietra stratificata, infatti, rende possibile, sia pure mediante una lavorazione rozza, la realizzazione di conci abbastanza regolari per la costruzione di una muratura a secco.
La pietra, inoltre, ha ottime caratteristiche meccaniche, che si traducono in strutture snelle, non soffocate dal materiale di rinfianco, che denunciano chiaramente la forma conica tipica della tholos.
La compattezza, inoltre, costituisce una valida difesa dall’umidità, rendendo inutile qualsiasi tipo di rivestimento.
In queste zone c’è anche la possibilità, data la particolare stratificazione, di ricavare lastre sottili utilizzate come tegumento, le cosiddette chiancarelle, che sono spesse dai 4 ai 7 cm, disposte a strati sovrapposti con una leggera inclinazione verso l’esterno, per facilitare il deflusso delle acque piovane.
Come detto in precedenza, il volume della tholos è quasi un cono perfetto, con le generatrici inclinate di 45°. Il corpo basamentale, invece, si presenta come un cilindro con i muri rastremati verso l’alto, onde consentire una migliore risposta statica alle spinte provenienti dalla copertura. Il diametro è uguale a quello della cupola o leggermente superiore, dando origine ad un elemento intermedio paragonabile ad un basso tamburo.
Lungo il litorale da Barletta fin quasi a Bari e nell’immediato retroterra verso Modugno è largamente diffuso un calcare bianco non molto resistente, situato in stratificazioni di 40 – 100 cm di potenza: la Pietra Gentile.
È una pietra facilmente lavorabile, che dà la possibilità di produrre blocchi squadrati senza troppa fatica e, perciò, ben si presta all’architettura a trullo. Il difetto più importante, però, è la scarsa resistenza meccanica, che ha come conseguenza l’aumento delle dimensioni dei conci.
Questo porterebbe ad un’altezza eccessiva della tholos, che, per questo motivo, si interrompe a circa due terzi dell’altezza, punto dal quale si riparte con il sistema dei conci radiali, tipica delle normali volte, che provoca una spinta contrastata dall’ispessimento dei muri e dei rinfianchi, che spesse volte soffocano l’intera struttura fino quasi ad occluderla completamente.
Inoltre, la porosità della pietra rende necessaria un’impermeabilizzazione, ottenuta tramite intonaco, anche per quanto riguarda la cupola, perchè dalla Pietra Gentile non è possibile ottenere le chiancarelle per il tegumento, realizzato con gli stessi conci con cui sono realizzate le murature.
Talora l’intonaco lascia il posto ad uno strato di terriccio e stoppie che, oltre ad impermeabilizzare la struttura, ne aumenta l’inerzia termica.
Il risultato volumetrico si orienta verso due soluzioni principali: la prima è una forma a gradoni (fino a quattro o cinque) costituita di tronchi di cono a diametro decrescente sovrapposto, esistente sia in soluzioni monocellulari che doppie, in tal caso con estradosso unico per i due cupolini (a questo tipo, interamente a tholos, si avvicinano le vecchie specchie); la seconda ha una base parallelepipeda o rotondeggiante, da cui appena affiora l’estradosso a calotta, protetto


dall’intonaco, della cupola.
Lungo il litorale tra Bari e Fasano la fa da padrone la roccia tufacea genericamente denominata tufo pugliese, di origine sedimentaria.
Tale roccia non ha caratteristiche omogenee e si trova in diverse varietà, che danno origine a diversi tipi costruttivi.
In generale, però, si può affermare che tale pietra è scarsamente lavorabile, per cui si possono ricavare conci solo grossolanamente squadrati, scheggioni o poco più.
Le varietà più diffuse sono il carparo ed il mazzaro, che si distinguono per la loro durezza, e il cozzoso, il verdatiero e lo zuppigno, che hanno il loro tratto dominante nella scarsa omogeneità.
Dati i grossi ed irregolari conci, deriva la necessità di un legante e, data la scarsa resistenza meccanica, le tholos sono molto alte, per cui risulta necessario, a volte, interromperle e voltarle a sistema spingente nell’ultimo tratto.
La muratura che ne deriva è profondamente irregolare e necessita di uno strato di intonaco che la impermeabilizzi e la regolarizzi.
Il basamento non è molto alto ed ha una forma rotondeggiante, mentre la cupola ha forma ovoidale o tronco – conica. Nelle costruzioni più semplici la curvatura è continua, non distinguendosi il basamento dalla cupola.
Lungo la costa, da Fasano ad Ostuni, si trova un tufo alquanto omogeneo, detto tufo bianco.
La caratteristica fondamentale di detto materiale è la facilità di lavorazione, grazie alla quale il tufo appena estratto dalla cava è squadrato con la sega, ricavandone blocchi regolari.
Nonostante la scarsa resistenza meccanica, le strutture costruite con questo materiale sono abbastanza snelle, anche se la tholos risulta molto alta e con le generatrici inclinate più di 45°, data la necessità di conci più spessi.
Dopo l’estrazione dalla cava, il tufo si riveste di una patina naturale che lo rende impermeabile, facendo in modo che la muratura, estremamente regolare, non abbia bisogno di intonaco.
La cupola è rivestita dello stesso tufo, segato in lastre sottili 10 cm, usate al modo delle chiancarelle. La forma generale è quella di un basso basamento cilindrico, un tamburo intermedio ed una cupola conica.







Sulle colline di Ostuni e Carovigno è presente un calcare compatto non stratificato che, per la sua durezza, non può essere lavorato.
Il contadino non può, dunque, disporre di veri e propri conci per la muratura a secco, ma solo di scheggioni informi, molto irregolari, appena sbozzati.
Il trullo di questa zona ha solo l’aspetto esteriore della tipica costruzione a tholos, giacché per la muratura si impiega la calce e per la cupola il classico sistema spingente.
Naturalmente i rinfianchi devono essere poderosi e la muratura tende ad inghiottire la cupola, che appena affiora. Il tutto è rivestito con intonaco di calce, e la forma è quella di una base rotondeggiante su cui si può scorgere appena la calotta della cupola.
Nel Salento è largamente diffusa la cosiddetta Pietra di Lecce, calcare giallino essenzialmente omogeneo, caratterizzata da impasto poroso e grana fine.
La pietra è molto tenera e, per questo, risulta facilmente lavorabile ed adatta alla muratura a secco.
Anche in questa zona si trovano delle tholos che utilizzano il sistema spingente per parte della loro elevazione, con il risultato che la cupola è pesantemente occultata da murature e rinfianchi.
Prevalgono le forme tronco – coniche e tronco – piramidali. La spinta delle coperture è talmente forte da richiedere una muratura dalle pareti esterne fortemente inclinate.
L’intonaco, di solito è assente e le coperture sono impermeabilizzate con lastre di calcare o con uno spesso strato di terriccio e stoppie.
La casistica appena analizzata parte dal dato geologico per arrivare alla manifestazione costruttiva, adducendo come fattore determinante della forma e della tipologia le caratteristiche del materiale da costruzione ed il suo grado di lavorabilità.
La classificazione tipologica secondo Bertaux e Battaglia.
Non bisogna, però, dimenticare, gli studi compiuti in passato, dall’impostazione più rigida, di E. Bertaux (1) nel 1899.
Egli individuò tre tipologie principali di trullo che indicò con le lettere A, B, C.
Al tipo A riferisce i trulli a tronco di piramide, quindi a pianta quadrangolare, con le pareti in aggetto ed il tetto a terrazza, formata da lastroni di pietra, alla quale si sale mediante una rozza scaletta esterna, anch’essa costruita in pietra.
Al tipo B riferisce i trulli a pianta circolare con l’interno a volta ogivale e l’esterno a gradoni.
L’ultimo tipo, C, corrisponde al tipo di Alberobello, che viene distinto più per la forma conica del tetto, che per la frequente forma quadrangolare della muratura basamentale esterna e per gli altri caratteri stilistici.
Questa classificazione, però, non convince R. Battaglia (2), in quanto non terrebbe conto di tutte le varianti morfologiche dei trulli pugliesi.
Inoltre, lo studioso francese propone, come primo tipo, una forma architettonica non molto diffusa e che si allontana dal carattere strutturale fondamentale di questi edifici, vale a dire la volta in aggetto a base circolare.
Il Battaglia, quindi, individua una prima tipologia a cui riferisce le costruzioni a pianta circolare, nelle quali le pareti si confondono con il tetto.
A questa forma, che si può considerare, dal punto di vista strutturale, la più antica e primitiva, viene dato il nome di tipo cupoliforme (forma primaria).
Questo tipo presenta due varianti: una a cupola ogivale, ed una a cupola emisferica. Entrambe le tipologie sono abbastanza rare in Puglia.
Un secondo tipo, che può considerarsi derivato dal primo, è quello a tronco di cono. Esternamente, la costruzione si presenta come una capanna ogivale troncata ad una certa altezza. Esso è abbastanza diffuso nelle Murge e nel Salento.
Una variante di questo tipo è quella con la copertura conica ricoperta di terriccio. Dal tipo a tronco di cono discende quello a piramide tronca.
Questa forma corrisponde al tipo A del Bertaux. Le quattro pareti sono costruite sempre in aggetto, ma non più pietre disposte ad anello, bensì in modo da formare una serie di quadrati o di rettangoli che si restringono verso l’alto. Questa tipologia è abbastanza frequente nel Salento.
Ma il più diffuso in Puglia è senza dubbio il tipo a gradoni.
Esso corrisponde al tipo B del Bertaux. L’interno, di solito, è monocellulare a volta ogivale, illuminato da qualche finestrella aperta nello spessore delle pareti.
La porta può essere ad arco o ad architrave, il numero dei gradoni o ripiani varia. La forma più comune è quella a due o tre gradoni. I muri perimetrali dei ripiani sono a tronco di cono.
Lungo le pareti del primo ripiano (e nelle costruzioni a più ripiani anche nel secondo), si svolge una scaletta di pietra che porta ai piani esterni dei gradoni, i quali possono essere ricoperti di terriccio, come il tetto del tronco terminale.
Non sempre i piani dei gradoni sono orizzontali; talvolta essi sono inclinati verso l’esterno. Questo tipo, probabilmente, ha avuto origine a causa dei rafforzamenti esterni costituiti da grossi muri circolari, per aumentare la solidità dell’edificio.
Ultimo tipo, infine, quello più rappresentativo, è il tipo di Alberobello (forma composita), il quale corrisponde al tipo C del Bertaux.
Le sue principali caratteristiche strutturali e stilistiche sono:
- l’applicazione della cupola conica in aggetto ad un corpo di fabbrica a pianta quadrangolare;
- la costruzione di più cupole in uno stesso edificio in corrispondenza dei diversi vani interni (quella corrispondente al vano maggiore domina in altezza sulle altre);
- il portale a tutto sesto terminante in un timpano triangolare coperto di chiancarelle, che incornicia la porta d’ingresso ad architrave;
- i tipici pinnacoli che si innalzano a partire dal vertice delle cupole coniche.
Gli ambienti interni sono quadrangolari e, nei trulli più modesti, ad un solo ambiente, nello spessore del muro sono aperti ampi vani, le alcove, dove vengono sistemati anche i letti. Queste alcove sono chiuse da tendaggi.
Osservando le diverse forme presentate da queste costruzioni in muratura a secco e cupola in aggetto, il Battaglia deduce che esse andarono incontro a modifiche di forma, pur rimanendo abbastanza fisse le tipologie, ma mantenendo invariato l’attributo fondamentale: la cupola in aggetto.
I primi tre tipi analizzati (tipo a volta ogivale, a tronco di cono, a gradoni) conservano l’originaria pianta circolare, gli altri due (tipo a tronco di piramide e Alberobello) sono a pianta quadrata o rettangolare. Il trullo a volta

ogivale viene considerato come la forma primaria da cui derivano tutte le altre.
Forma secondaria sarebbe il trullo a tronco di cono, da cui deriverebbe quello a tronco di piramide.
Forma secondaria, ancora, sarebbe il trullo a gradoni, mentre risulta forma derivata quella, molto rara, a tronchi di piramide sovrapposti.
Forma secondaria sarebbe la capanna a pareti cilindriche col tetto a falsa cupola, rarissima in Puglia.
Forma derivata, infine, è il trullo di Alberobello, la più recente espressione architettonica dell’antichissima capanna a falsa cupola.
Formazioni geologiche e popolazione.
L’uomo, si sa, stabilisce la propria dimora laddove le condizioni del territorio sono a lui più favorevoli.
Se il territorio è ostile cerca di sottometterlo e di adattarsi, ricercando un compromesso che gli permetta di sopravvivere. L’influenza dell’ambiente naturale sul modo di abitare e sulla decisione del luogo da colonizzare è decisiva, quindi, ed avviene in qualsiasi parte del mondo, indipendentemente da cultura o altri fattori.
In Puglia, dove la natura non è sempre benevola con l’uomo, è interessante studiare la disposizione dei centri abitati, la loro ubicazione, la disposizione della popolazione.
Con riferimento alla Puglia Centrale e Meridionale, storicamente, appare evidente il contrasto tra la zona dei calcari e quella dei tufi, molto meno popolati i primi dei secondi, soprattutto in passato, anche se essi costituiscono quasi la metà del territorio preso in esame.
È importante mettere in evidenza, prima di analizzare la distribuzione della popolazione sui vari tipi di terreno, quattro fattori importanti, che hanno segnato la storia delle Murge fino agli anni ’50 del ‘900:
- scarsa densità di popolazione;
- aggruppamento degli abitanti in pochi, ma grossi centri urbani;
- debolissima percentuale di popolazione sparsa;
- limitato accrescimento annuo della popolazione.
Condizioni demografiche non proprio ottimali, come si può dedurre dalle osservazioni precedenti, che sono il frutto di un terreno scarsamente produttivo dal punto di vista agricolo ed assai avaro di acque sotterranee utilizzabili.
L’aridità di questa zona della Puglia è maggiormente accentuata dal trasporto, per opera dei venti e delle piogge, della scarsa terra vegetale presente a valle o sulle zone costiere, che mette a nudo le rocce calcaree che costituiscono il sottofondo pietroso di tutta la regione.
La non molto remota distruzione dei boschi, inoltre, ha contribuito a rendere più comune tale fenomeno. La scarsa presenza di acque sotterranee ha spinto la popolazione ad aggregarsi sui bacini neogenici, proprio per utilizzarne le falde acquifere non molto profonde.
Questo avveniva nelle Murge di nord – ovest e nella quasi totalità delle Murge Tarantine.
Ciò, però, non fu possibile per la vasta massa cretacea che caratterizza l’Alta Murgia di sud – ovest. Infatti, quella parte della regione, che va da Polignano a Villa Castelli e da Gioia del Colle fino a San Vito dei Normanni ed oltre, è caratterizzata dalla più vasta zolla cretacea d’Italia, distinta per la compattezza dell’affioramento, e per l’uniformità orografica.
Qui la scelta dell’insediamento non poteva obbedire a leggi di natura geologica: il terreno è calcareo dappertutto, e dappertutto si lamenta la carenza di falde acquifere. I centri urbani si sviluppano, quindi, soprattutto sulla zona costiera, in una fascia larga 12 km, parallela alla costa adriatica.
La zona interna, invece, è la cosiddetta Murgia dei Trulli, un altopiano che discende verso il mare con un ripido gradone.
La formazione cretacea della Puglia centrale e meridionale può considerarsi suddivisa in quattro sub regioni, per quanto riguarda la distribuzione della popolazione.
Nella zona delle Murge occidentali ci sono pochissimi agglomerati umani.
Ciò dipende dall’influenza che i bacini terziari, ricchi di bacini acquiferi, hanno esercitato sulla popolazione. La scarsa fertilità del suolo, inoltre, non ha mai incoraggiato l’insediamento nei campi della popolazione.
La seconda zona è quella delle Murge di sud – est, che raccoglie 25

agglomerati urbani. L’insalubrità del territorio e la mancanza di acque, non hanno mai esercitato un’attrattiva particolare sulla popolazione che, però, è stata presente in maniera massiccia come popolazione sparsa, in percentuale sorprendentemente elevata per la Puglia.
Ciò è dovuto non tanto alle particolari condizioni geologiche, quanto alla conduzione dei fondi, per cui il contadino, di solito, era anche proprietario, con un alto interesse al miglioramento della rendita della sua proprietà.
Il modo migliore per ottenere maggior reddito era quello di dimorare nei campi, nei trulli, utili per eliminare dal campo il pietrame in eccesso ed economici da costruire.
La terza zona è quella delle Murge tarantine, la più povera di popolazione, in cui i centri urbani sorgono su piccoli lembi di affioramenti tufacei.
La quarta ed ultima zona è quelle delle Serre salentine, con 14 centri urbani.
Nel complesso si può affermare che i calcari compatti della Puglia murgiana e salentina costituiscono uno dei terreni più diffusi della regione, ma risultano i meno abitati.
La popolazione è, da sempre, accentrata, con una scarsissima percentuale di popolazione sparsa. Tale accentramento è stato favorito dalla presenza di falde acquifere utilizzabili, dalla vicinanza del mare, dall’altitudine, dalla facilità di comunicazione e dalla salubrità.
Oltre a questi fattori geologici, geografici e sanitari, ce ne sono altri, storici, di uguale importanza. Le scorrerie dei Saraceni e dei pirati nel Medioevo hanno obbligato gli abitanti a raccogliersi, per comune difesa, nei grossi villaggi cinti di mura e, spesso, protetti dai castelli feudali.
La scarsa sicurezza pubblica, che ha afflitto la Puglia sino alla prima metà del ‘900, ha suggerito al contadino di non dimorare da solo in campagna, preda facile di briganti e ladri, ma di tornare in città, dove sarebbe stato al sicuro.
Anche il sistema di conduzione dei fondi obbligava chi non possedeva un pezzo di terra a risiedere in città, in quanto ogni mattina si svolgeva il mercato della mano d’opera.
La popolazione sparsa, invece, si è diffusa laddove la trasformazione del terreno ha permesso l’intensità delle colture.
Qui l’opera di accentramento si è arrestata: le campagne hanno richiamato una sempre più intensa popolazione di agricoltori; ed in qualche caso, a causa dell’aggruppamento di parecchie case coloniche, sono nati anche centri secondari.
I tufi.
La fertilità del suolo, la presenza di numerose falde acquifere e la lavorazione della roccia come materiale edile hanno costituito un’attrattiva fondamentale per la popolazione pugliese, che ha reso i sabbioni arenacei, detti in genere tufi, i terreni più densamente abitati della regione.
Anche se il terreno è fertile, grazie alle numerose conchiglie fossili che lo arricchiscono di fosfati, l’uomo ha avuto il suo da fare per apportare le modifiche necessarie alle apparentemente avverse attitudini del terreno.
Esso, infatti, si presenta compatto in superficie, come se fosse coperto da uno strato di roccia, che occorre smantellare, per poter utilizzare il terreno sottostante. In tante zone della regione, inoltre, sotto i tufi ci sono le argille.
Qui, al vantaggio di una minore difficoltà nella creazione del terreno vegetale, si associa la ricchezza di acque facilmente utilizzabili.
La stragrande maggioranza dei centri che sorgono sui tufi può vantare lo sfruttamento di una o più falde acquifere. All’alta densità di popolazione che caratterizza la zona dei tufi concorrono altri fattori importanti: essi, infatti, ricolmano le zone d’avvallamento tra le varie serie di alture e si addossano sui loro fianchi.
La relativa inferiorità altimetrica si traduce in una maggiore importanza economica: il terreno vegetale strappato via alla collina si deposita a valle, sui tufi, appunto, dando origine ad uno strato di terreno agrario inusuale e molto fertile, arricchito anche dalle sostanze fertilizzanti che dalla collina raggiungono la valle.
Le acque che scendono precipitosamente dalle alture, inoltre, arricchiscono le falde. Le condizioni climatiche sono più favorevoli e la regolarità del territorio favorisce anche il sorgere delle necessarie infrastrutture.
La vicinanza al mare, che nel periodo delle scorrerie dei pirati ha rappresentato un grave fattore di rischio, si è trasformata, con il risanamento delle coste e la loro messa in sicurezza, in un elemento di sviluppo importante.
La presenza di falde acquifere, però, resta il fattore determinante.
E lo si può intuire osservando la diversità degli insediamenti tra la Puglia centrale e la zona delle Serre salentine.
Nella prima zona si hanno grossi centri urbani in corrispondenza delle falde, mentre nel Salento, dove le acque sotterranee alimentano bacini di grande estensione, che si trovano in mezzo a depositi tufacei di area spesso assai ampia, la popolazione è costretta a raggrupparsi in centri molto meno grandi, per meglio sfruttare il giacimento acquifero.
L’intenso prelievo da un solo punto della falda freatica, di solito poco abbondante, avrebbe finito per esaurire i pozzi che vi attingevano e avrebbe reso assai lenta l’opera di rifornimento.
Moltiplicando le aree di sottrazione, invece e riducendo l’intensità della stessa, si va incontro ad un più difficile esaurimento.
Le sabbie giallastre ed i sabbioni incoerenti.
Sono questi i terreni, in assoluto, più ricchi di falde acquifere sfruttabili. Le sabbie, infatti, sono sorrette da sottili strati di argille, che danno origine a bacini di raccolta delle acque piovane, opportunamente filtrate dalle sabbie soprastanti.
Questi terreni, fittamente popolati, affiorano all’interno, in zone non molto vaste. Le floride condizioni economiche che caratterizzano queste zone hanno costituito un’attrattiva per la popolazione, che si è accentrata, però, in grossi centri urbani, data la scarsa estensione del bacino idrico, che ha contribuito a mantenere spopolate le campagne.
Le argille, i conglomerati, le ghiaie.
La distribuzione topografica di questi affioramenti non ha favorito la diffusione della popolazione. Essi, infatti, si sviluppano lungo la fossa premurgiana e sulla destra dell’Ofanto, ma non compaiono quasi mai nella zona murgiana vera e propria.
L’impermeabilità dell’argilla impedisce alle acque di raccogliersi in falde freatiche anche di scarso valore e favorisce l’allagamento dei campi nei periodi di pioggia abbondante, tanto da renderli impraticabili per alcuni periodi.
Il terreno argilloso è difficile da lavorare e si presta bene solo a coltivazioni di tipo estensivo o a pascolo. La popolazione sparsa, di conseguenza non è mai stata numerosa e nessun centro abitato le appartiene totalmente.
I conglomerati e le puddinghe, invece, si sviluppano nelle vicinanze del mare, vicino Brindisi e da Barletta a Trani, zone in cui più prepotente è stata la presenza della malaria.
La popolazione sparsa non è mai esistita, dato che, per difendersi dalla malattia e dalle scorrerie dei pirati, si sono sviluppati solo i grossi centri. I conglomerati, sono, quindi, i terreni più spopolati di Puglia.
Analoga sorte tocca alle zone costituite da ghiaie sciolte e da sabbie costiere.
Queste rocce, infatti, si sviluppano lungo i corsi dei fiumi, dei torrenti e delle gravine e sulla fascia litoranea specialmente della penisola salentina, nei tratti, cioè, in cui le condizioni igieniche, in passato, non erano delle migliori.
La pietra leccese.
La diffusione degli affioramenti sul versante adriatico e le ottime condizioni igieniche, per la notevole distanza dal mare, fanno della pietra leccese il più ricco, tra i terreni di Puglia, di centri abitati. La conformazione pianeggiante e l’altitudine non superiore ai 115 m, la possibilità di sfruttare la pietra come ottimo materiale edilizio e da decorazione, oltre all’opportunità di servirsi di falde acquifere utilizzabili, hanno costituito un’attrattiva forte per la popolazione, che si è addensata, mantenendo sempre alta la percentuale di territorio abitato.
Geologia, economia e popolazione.
La regione pugliese, come gran parte del Mezzogiorno d’Italia, è stata caratterizzata da un fenomeno demografico secondo il quale la classe contadina si è raggruppata in pochi e grossi centri.
Il territorio di Bari è, forse, quello che presenta, in un’area relativamente ristretta (5350 kmq) la più grande varietà di fenomeni demografici: la doppia serie di città, una delle quali lungo la litorale e l’altra a mezza costa; una zona sulle Murge alte che si estende per circa 1000 kmq, ad una altitudine media di soli 400-500 m, molto poco popolata; comuni, come quello di Gravina, con un’estensione di oltre 50000 ettari di territorio, ed altri, come quello di Cisternino, che non superano di molto i 5000; comuni, come quello di Andria, senza popolazione sparsa ed un comune, come quello di Locorotondo, nel quale la percentuale di popolazione sparsa è arrivata anche a toccare punte del 60%. Il territorio di Bari, oltre alla pianura costiera, comprende anche una vasta parte delle Murge, divise in Murge Alte e Murge Basse.
Le Murge Basse, nella parte più ristretta e settentrionale, costituiscono la zona delle città gemelle, l’una sul mare l’altra nell’immediato entroterra (Barletta e Canosa, Trani ed Andria, Bisceglie e Corato, Molfetta e Terlizzi – Ruvo), e, nella parte meridionale, la zona di massima attrazione pugliese, l’hinterland immediato di Bari, che accoglie 24 dei 53 comuni della sua provincia, in un’area di 628 kmq.
Tutt’insieme, le Murge basse ed il tratto corrispondente della zona costiera sono caratterizzate dalle più svariate colture arboree (vite, ulivo, mandorlo, fico, ecc…) ed in qualche punto anche ortensi (Bisceglie), sempre più mescolate a tratti seminativi, man mano che si penetra nell’interno.
Alla forte densità della popolazione corrisponde un grande frazionamento della proprietà e, soprattutto, della coltura.
Gli agricoltori, proprietari o lavoratori salariati, si sono sempre concentrati nei centri urbani ed ogni giorno si spostavano per raggiungere il posto di lavoro.
Tale accentramento della popolazione si spiega, storicamente, con il tipo di conduzione dei fondi, che, in passato, è sempre stato in economia o in affitto mediante manodopera salariata alla giornata.
Tale forma di conduzione era la più proficua per il proprietario o l’affittuario, in terreni a colture arboree, ed è logico che la grande massa dei lavoratori dei campi, costituita da giornalieri, fosse costretta a vivere nei centri, dove quotidianamente aveva luogo, all’alba, il mercato della manodopera.
Quel poco di popolazione sparsa che dimorava in campagna era costituito o dai contadini custodi delle ville, specialmente nelle vicinanze delle città più prossime al mare, o dalle famiglie dei massari, specialmente nei paesi interni, di cui si parla in seguito.
Gli stessi proprietari ed affittuari di piccoli fondi trovavano più conveniente dimorare nei centri prossimi alle loro proprietà, anche quando nel fondo avevano un’abitazione, perché la proprietà era così piccola, che permetteva loro di lavorare a giornata per una gran parte dell’anno, e ciò riusciva più facile stando in paese.
Le Murge alte, invece, danno vita a quel paesaggio tipico dei territori carsici da cui deriva la definizione di Puglia pietrosa. La popolazione vive agglomerata in pochissimi grossi centri.
La scarsissima popolazione sparsa nelle campagne era costituita dalle famiglie dei massari e dai pastori. Qui le colture sono per la massima parte erbacee, ed avrebbero potuto benissimo dar luogo a sistemi di conduzione dei fondi, nei quali la manodopera fosse più direttamente interessata e sospinta ad abitare in campagna.
La grande estensione della proprietà e delle colture, invece, ha fatto si che anche qui abbia prevalso il lavoro salariato giornaliero, che, evidentemente, ha spinto il contadino a vivere in città.
Ben diversa situazione si può ritrovare nella zona meridionale dell’Alta Murgia, la cosiddetta Murgia dei Trulli, la quale si affaccia direttamente sul litorale adriatico saldandosi, verso nord-est, con le pendici più meridionali delle Murge Basse, nell’anfiteatro barese.
Questa Murgia dei Trulli per costituzione geologica e conformazione del terreno è del tutto uguale al resto dell’Alta Murgia; lo stesso aspetto pietroso e roccioso dei rilievi, gli stessi fenomeni carsici, con l’inabissamento delle acque, doline, voragini, grotte, pietrame sparso un po’ dovunque, specialmente sulle pendici dei rilievi.
Anzi, le condizioni sono qui ancora peggiori, perché mancano quei bacini pliocenici che là sono ampi e frequenti.
Ma una maggiore abbondanza di precipitazioni, per l’incontrarsi in questa zona dell’umidità dell’Adriatico e dello Ionio, vi ha reso, forse, più intensa che altrove l’azione delle acque dilavanti e correnti, tanto che il fondo delle piccole lame e delle valli morte (canali) più ampie è ricoperto, spesso per uno spessore di alcuni metri, dai depositi di bolo, la nota terra rossa di elevata fertilità, proveniente dal disfacimento dei calcari, misto a sassi e pietrame di varia grandezza.
È, questa, la zona più ricca e popolosa dell’Alta Murgia, nella quale la percentuale di popolazione sparsa è, da sempre, la più alta della provincia di Bari.
Dall’Adriatico alle alture di Gioia del Colle si estende il regno dei trulli, nel quale la grande abbondanza di sassi, delle pietre sparse dovunque nel terreno, ha suggerito all’uomo di farne la sua ricchezza, compiendo una trasformazione importantissima delle condizioni del terreno.
L’uomo comincia a trarre profitto dalle pietre raccolte nei campi segnando i limiti della proprietà con muri a secco, la parete, che occupa il posto della siepe, che qui non avrebbe avuto vita lunga.
Poi, tra tante pietre ne sceglie alcune, le più piatte e larghe, le chiancarelle, che, mediante una semplice sbozzatura, possono benissimo essere adoperate in sostituzione di mattoni e lastre per la costruzione della sua dimora, il trullo.
Ma il campo gli offre ancora pietre per lastricare la sua aia, e, nelle masserie, per costruire anche la corte con l’annessa stalla per animali grossi, lo jazzo per gli ovini, di preferenza in un punto in cui la roccia affiori a gradini, perché un simile pavimento è preferito dalle capre e, persino, l’alveare.
Si crea un rapporto di unità tra la terra ed il contadino che la rende coltivabile, tale da accentuare il fenomeno della popolazione sparsa. In città, infatti, rimanevano coloro che lavoravano alla giornata, i non proprietari, coloro che avevano il proprio fondo a pochi passi dal centro abitato o coloro che non potevano trarne tutto il necessario.
La conduzione dei fondi, a causa dell’abbondanza del pietrame, che non rendeva possibile il terrazzamento graduale mediante l’aratura a trazione animale, rendeva necessario l’impiego delle braccia umane, unica forza disponibile in abbondanza.
Il trullo e la società contadina.
La nascita e la persistenza dell’architettura a trullo è legata all’esistenza ed allo sviluppo di una società contadina, oltre che alle particolari condizioni geologiche del territorio.
Le vicende socio – culturali ed economiche di una comunità influenzano direttamente il suo prodotto architettonico, che ne rispecchia il modo di vivere.
Anche le variazioni formali che l’architettura subisce possono essere spiegate come variazioni nell’assetto della struttura contadina.
Così, il trullo subisce in modo determinante l’influenza di due fattori decisivi per una comunità la cui economia è legata indissolubilmente alla terra: la distribuzione della popolazione e i tipi delle colture.
Occorre sottolineare come, anche in questo caso, alla base della persistenza e delle modificazioni del tipo trullo ci sia sempre l’ambiente naturale, non considerato per se, per la caratteristiche geologiche e climatiche, fattori non dipendenti dall’uomo, ma considerato nel rapporto che si pone tra esso e l’uomo, quando questi, attraverso l’opera di mediazione con la natura, modificandosi e modificandola, stabilisce, al termine di un laborioso processo di adattamento, la sua organizzazione sociale, cioè le condizioni del suo vivere in un determinato luogo.
Ovunque, quindi, occorre considerare il trullo come il frutto di numerose varianti, che, insieme, concorrono alla determinazione della sua architettura: base geologica, struttura agricola e sociale.
La particolare struttura contadina influenza l’organizzazione planimetrica del trullo, tesa a soddisfare precise esigenze funzionali legate al tipo di lavoro della terra.
L’agricoltura nelle zone a struttura geologica cretacea.
Le zone a struttura geologica cretacea sono caratterizzate da una scarsa produttività agricola e da una deficienza cronica di acque sotterranee, che ha portato la popolazione a raggrupparsi in grossi centri urbani, piuttosto che in piccoli agglomerati sparsi per le campagne.
La particolare conformazione del terreno lo rende adatto solo a colture arboree, viti, ulivi e mandorli, che impegnano il contadino solo per alcuni periodi dell’anno, rendendo inutile una dimora permanente sui campi. Inoltre, essendo i calcari molto permeabili, l’acqua non viene trattenuta né in superficie, né a profondità facilmente raggiungibili, dando luogo a terreni aridi.
La piccola proprietà è sconveniente e viene sostituita dalla grande estensione di terra, che ha bisogno di manodopera salariata a giornata per la sua coltivazione.
Il contadino, nei periodi di disoccupazione, si trasforma, quindi, anche in bracciante agricolo; questa necessità lo obbliga a risiedere in un centro abitato, per potersi recare ogni mattina al mercato della manodopera.
Tali condizioni erano tipiche delle Murge settentrionali e centrali, nella zona costiera tra Barletta e Bari, ed in alcune zone della Terra d’Otranto.
All’abitazione permanente si sostituisce il ricovero temporaneo, in cui il contadino possa riposarsi durante il giorno, riporre gli attrezzi agricoli o il raccolto, in cui possa trattenersi durante il periodo dei lavori più intensi.
A queste esigenze corrisponde un edificio costituito da uno o due ambienti, dotati a volte di un focolare, e senza finestre.
L’agricoltura nella Murgia dei Trulli.
Nonostante la medesima base cretacea del terreno, una situazione diversa si può riscontrare nella cosiddetta Murgia dei Trulli, delle colline di Ostuni, Alberobello, Lorocorotondo, Martina Franca, Noci, Fasano Selva, Monopoli, Castellana, Conversano, Polignano.
Qui la popolazione sparsa ha raggiunto percentuali elevatissime, non solo per la Puglia, ma per tutta l’Italia Meridionale.
La motivazione è legata alla diversa conduzione dei fondi, che non prevede la grande proprietà, ma il frazionamento dei terreni, con il contadino che sostituisce il bracciante.
Egli, proprietario o semiproprietario, ha il massimo interesse a migliorare il proprio campo e per far ciò è necessaria la sua presenza quotidiana, che lo porta a dimorare nella stessa proprietà.
Anche l’epidemia di filossera, che nei sec. XIV e XVI, spazzò via gran parte delle colture a vite, ebbe un peso determinante in questa vicenda, in quanto obbligò alla sostituzione delle viti con il seminativo, che, di fatto, rese fondamentale la presenza quotidiana e stabile sul campo. In questa zona, caratterizzata da due tipi prevalenti di colture, è possibile distinguere due tipi edilizi fondamentali.
Nelle zone di coltura a vigna il contadino risiede nelle campagne solo durante il periodo della vendemmia.
Pur non essendo necessaria la sua presenza continua, il contadino preferiva dimorare nella sua proprietà per una maggiore accuratezza del lavoro e per evitare un lungo percorso giornaliero tra la città e la sua proprietà. Invece che il trullo – rifugio, viene realizzato un edificio di una certa capienza, da utilizzare come abitazione stagionale. Il più tipico è il villino fasanese, una casa di massimo tre o quattro ambienti, di cui quello centrale fungeva da cucina – soggiorno e gli altri due da camere da letto.
Vi sono piccole finestre, un focolare e, talora, anche un forno all’aperto.
Planimetricamente, gli ambienti sono distribuiti a due o tre in linea ed il quarto, se esiste, sul retro, in comunicazione con l’ambiente centrale. Il perimetro esterno ha forma, di solito, rotondeggiante, ed il volume si presenta come un aggregato di edifici a trullo.
Solo nei tipi più evoluti la pianta si fa quadrangolare ed il volume di base assume forma parallelepipeda, su cui si impostano i cupolini conici.
Dove il contadino, invece, risiede nel campo è nelle zone a seminativo, in cui il tipo di coltivazione e il terreno difficilissimo, che va creato dall’uomo con un costante lavoro di dissodamento, rendono necessaria la sua presenza costante.
Naturalmente, in questo caso, le esigenze sono diverse e danno vita ad un edificio più completo, dotato di un maggior numero di ambienti, da utilizzare come stalla, deposito.
L’ambiente del soggiorno è sempre quello centrale, con la cucina sistemata in una nicchia, nella cavità di un mezzo trullo. In comunicazione con esso i vani letto. Mancano, naturalmente, i servizi igienici.
Questo tipo risponde, peraltro, ad un livello di vita ormai piuttosto evoluto. Si ritrova tale carattere nella planimetria, costituita non tanto da un aggregato incoerente di forme circolari, quanto da una forma quadrangolare al cui interno sono disposti, affiancati, gli ambienti. Il volume corrispondente è ancora costituito da una base parallelepipeda su cui si impostano i cupolini.
L’agricoltura sui tufi calcarei e leccesi.
Una situazione completamente diversa è quella in cui la struttura geologica offre tufi calcarei e tufi leccesi, con un terreno più adatto all’agricoltura e, per questo, intensamente abitato.
Questo, però, è il regno delle masserie e dei casolari.
Nonostante ciò, ci sono delle aree in cui la popolazione sparsa non ha mai raggiunto grandi percentuali ed i motivi non vanno ricercati tanto nella produttività delle terre, che abbiamo visto essere elevata, quanto nelle vicende storiche che hanno caratterizzato tali zone, afflitte per decenni dalle scorrerie di pirati e saraceni.
È la fascia costiera, naturalmente, quella più interessata da tale fenomeno, quella tra Bari e Brindisi, e quella in Terra d’Otranto. La popolazione si rifugia in grossi centri e si reca giornalmente sul luogo di lavoro.
Condizioni socio economiche come fondamento per l’architettura a trullo.
Come si può notare, l’architettura a trullo ha modo di esistere e svilupparsi solo in determinate sub – regioni della Puglia, caratterizzate da particolari condizioni socio – economiche: popolazione raggruppata in grossi centri e grande proprietà, popolazione sparsa nelle campagne e proprietà frazionata.
Al di la di esse, non esiste nessun tipo edilizio del genere. Tralasciando infatti, le zone in cui la natura non fornisce la materia prima, cioè la pietra calcarea, il trullo non esiste neanche in talune zone delle Murge meridionali e del Salento a struttura geologica lapidea, ma con una struttura sociale differente.
Sono le zone a popolazione sparsa in piccoli centri (masserie) e grande proprietà, la prima componente condizionata dalla coltura a seminativo (soprattutto grano), la seconda dalla convenienza economica a procedere su colture estensive.
In questa situazione, il prodotto architettonico risultante non è il trullo, ma la masseria: non potrebbe essere un ricovero temporaneo, dato che la vicinanza del luogo di lavoro a quello di abitazione rende privo di senso un ricovero sul campo, e non potrebbe essere nemmeno il trullo a scopo abitativo permanente, giacché esso, per suo carattere strutturale, non può arrivare a creare né ambienti di vastità sufficiente a realizzare le esigenze di una masseria, né edifici a due piani, necessari, come erano fino al settecento, a scopo difensivo dalle incursioni dei briganti.
La ripetizione del tipo.
L’architettura del trullo è davvero sorprendente, non solo per le sue peculiarità strutturali, ma anche perché rappresenta uno dei pochi casi di sopravvivenza architettonica preistorica in occidente.
Il prototipo edilizio, infatti, ha mantenuto quasi inalterate le caratteristiche originarie di struttura, funzione ed impianto.
Le ragioni alla base di tale sopravvivenza possono essere tante: innanzitutto il carattere di ripetizione, tipico delle architetture del Mediterraneo.
Quella classica greca, infatti, non si fonda sull’invenzione o l’iniziativa personale, affidata al genio del singolo architetto, bensì si fonda sull’imitazione di modelli e prototipi ideali, così come avvenne in Egitto per la forma piramidale.
Esiste un rapporto preciso tra la forma di vita di un popolo e le sue manifestazioni edilizie.
Ogni prototipo edilizio può essere considerato la risultante di particolari esigenze umane e naturali; la sua evoluzione, il risultato delle variazioni ambientali e, infine, la sua sopravvivenza, il risultato della cristallizzazione di queste.
Tale rapporto, da intendere come vera e propria subordinazione delle forme alle istanze dell’ambiente, è tanto più valido per questa architettura, dove ogni variazione tipologica risulta connessa a particolari dati di funzione o di materiale, e non a pressione esterna di valore stilistico.
La costruzione a trullo è fuori dello stile, e ciò è comprensibile se si pensa che questo rappresenta la materializzazione di una sovrabbondanza economica, inconcepibile nelle zone in questione che paiono condannate alla povertà, basate, come sono, sull’agricoltura, dalla scarsissima orografia e dalla stessa costituzione geologica dei terreni.
La nascita e la ripetizione formale del tipo e l’arresto del suo processo evolutivo possono essere la conseguenza della cristallizzazione di tre fattori importanti per la vita del popolo pugliese: struttura geologica, concezione primitiva di vita, società contadina.
L’uomo, infatti, può restare per lunghissimo tempo ancorato ad un certo sistema di vita, purché il suo rapporto con l’ambiente non muti e le sue esigenze siano soddisfatte, fino a quando non sopraggiungono fattori esterni che stimolino o sollecitino un nuovo sforzo teso alla sopravvivenza, determinando il passaggio da un processo evolutivo all’altro.
Lo stato di inerzia e resistenza al cambiamento, che coinvolge interi gruppi sociali, può nascere solo da tale situazione e, naturalmente, coinvolge anche le manifestazioni formali degli stessi gruppi sociali, che si ripetono inalterate, cristallizzate allo stadio primitivo.
Solo attraverso una tale ipotesi è possibile spiegare la sopravvivenza e la ripetizione dell’architettura a trullo.
L’agricoltura, infatti, è, da sempre, l’attività prevalente in Puglia e, da sempre, le colture praticate sono quelle tradizionali: vite, ulivo, mandorlo.
Tale cristallizzazione della struttura agricola è dovuta alla natura geologica del suolo pugliese, che impedisce l’introduzione di colture diverse a causa di terreni sassosi e terrazzamenti, che ostacolano il lavoro animale, permettendo solo quello manuale, ed alle condizioni climatiche, con temperature elevate e scarsa piovosità.
L’evoluzione economica, quindi è bloccata e, con essa, l’espressione architettonica corrispondente, che vive in uno stato di inerzia e di ripetizione senza variazioni.
La mancata evoluzione economica, soprattutto delle zone interne, è dovuta anche a fattori storici come le scorrerie dei pirati, la struttura feudale, la presenza continua di eserciti stranieri di occupazione o in transito verso l’Oriente.
Tutto ciò ha depresso l’economia locale, costringendola al minimo indispensabile per la sopravvivenza, eliminando qualsiasi possibilità di creazione di surplus economico, che avrebbe garantito un’evoluzione non solo della società, ma anche delle forme architettoniche, espressione di essa. I processi costruttivi tradizionali, invece, sono rimasti immutati, perchè un possibile cambiamento avrebbe portato all’utilizzazione di materiale edilizio diverso dal rozzo pietrame raccolto nei campi, comportando una diversa lavorazione dei conci e la creazione di maestranze specializzate e di un artigianato professionale, incompatibile alla situazione economica della collettività.
Ed essendo il contadino vincolato alle pietre raccolte nel campo, egli ha potuto realizzare sempre e solo un unico tipo edilizio: il trullo.
Se la situazione economica è rimasta per secoli ancorata ed immobile, la struttura sociale non è stata da meno.
Pratiche magiche e riti primitivi sono stati celebrati fino all’inizio del ‘900. Tra questi, si può accennare alla sopravvivenza, nella zona delle Murge Meridionali, di pratiche magiche, fatture, filtri, riti propiziatori.
Tra essi quelli praticati fino alla prima metà del ‘900 nei boschi dei Santuari della Madonna della Croce presso Noci, e di S. Angelo a Monte Laureto per guarire i bambini da certe infermità, come ernia, epilessia, i quali si ritengono derivati dalle pratiche primaverili che si svolgevano nei boschi sacri intorno ai templi pagani.
A parte questo, elementi più validi ai fini della ricerca sono le sopravvivenze architettoniche di questa primitiva spiritualità: i pinnacoli a culmine dei trulli ed i segni dipinti sul cupolino in corrispondenza dell’ingresso all’edificio.
La struttura della società nelle zone di diffusione delle costruzioni a trullo si presenta, pertanto, secondo forme economiche e spirituali, che, almeno fino ad un secolo fa, non avrebbero potuto essere altrimenti definite che primitive.
Durante la preistoria, costituirono le necessarie premesse alla comparsa degli edifici a trullo; nei tempi seguenti, attraverso una inalterata conservazione, costituirono la premessa alla loro persistenza.
Ed è singolare il fatto che gli stili architettonici avvicendatisi in Puglia non abbiano lasciato la sia pur minima traccia su questi edifici, né tanto meno gli avvenimenti di circa tremila anni di storia.
Per quanto riguarda l’impossibilità degli avvenimenti storici di modificare l’ambiente sociale dei trulli e gli stessi trulli, può accadere che la convergenza di alcune circostanze producano una sorta di civiltà arrestata, dove la sfida dell’ambiente è al punto limite fra il grado di forza che produce impulso ad ulteriore evoluzione, e quello più grave che implica la distruzione.
Quel punto è la cristallizzazione della società e delle forme architettoniche corrispondenti. Quelle circostanze, per la comunità dei trulli, si possono riassumere in due: ostacolo al superamento del livello economico e isolamento da stimoli esterni. La Puglia, infatti, punta avanzata verso l’Oriente, è sempre stata l’oggetto dei desideri di numerose potenze straniere, che non hanno mai favorito lo sviluppo economico.
Solo le zone costiere si salvarono da questo immobilismo, essendo caratterizzate da terreno fertile e zone pianeggianti e dalla vicinanza alle grandi città.
Le zone dell’interno, in cui il trullo è più radicato, caratterizzate da terreni aridi e pietrosi, rimasero completamente tagliate fuori.
Anche l’immigrazione, di conseguenza, fu ostacolata dalla stessa povertà, quell’immigrazione di coloni stranieri che, fin dall’epoca greca e romana, caratterizzava le zone costiere e che avrebbe potuto offrire quegli stimoli necessari all’evoluzione.
Le infrastrutture, necessarie ad uno sviluppo economico di rilievo erano completamente assenti, data la conformazione geologica. Le principali arterie di comunicazione e di traffico passavano vicino al mare e tagliavano fuori sia la zona delle Murge che il Salento, periferia della Puglia e dell’Italia.
L’espressione architettonica di una società bloccata per millenni, non può essere che un’architettura bloccata alla fase primitiva del suo sviluppo.
A conferma di ciò, si può notare che l’evoluzione del trullo comincia solo quando la situazione economica subisce uno scossone.
Ciò avviene intorno al 1310, con Filippo I d’Angiò, principe di Taranto, che decise di popolare la zona della Valle d’Itria, fondando Martina Franca, città libera, e concesse agevolazioni fiscali a quanti vi si sarebbero stabiliti.
Fatto che ha un seguito all’inizio del XVI secolo, quando Gian Girolamo II, conte di Conversano, decise di popolare le campagne intorno ad Alberobello per eliminare da esse la piaga del banditismo, incoraggiando i coloni con concessioni di immunità e vantaggi.
Se a seguito di questo radicale cambiamento di struttura sociale e del conseguente aumento del livello economico gli edifici a trullo non sostituirono le loro forme tipiche con quelle dei casolari, ma si evolsero su esse, ciò si può attribuire sia al fatto che era mantenuto nella zona l’isolamento dall’esterno, sia, pare, ad una esplicita intenzione del Conte per sfuggire al fisco, dato che quella costruzione in pietra a secco poteva facilmente passare per provvisoria, o, secondo altri, era un espediente degli stessi coloni per sfuggire ai tributi da pagare al Conte.
Solo agli inizi del ‘900, però, si è avuta la svolta decisiva. I mutamenti economici e sociali hanno assunto un tale rilievo, che gli edifici a trullo hanno cessato, nel giro di mezzo secolo, di rappresentare un fatto edilizio spontaneo e vitale, cominciando a scomparire.
«Sorgono nuove funzioni e, per molte di esse, le possibilità di spazio offerte dagli edifici a trullo sono insufficienti; si diffondono nuovi materiali, più economici perché più rapidi da mettere in opera; muta la proprietà nella sua estensione.
Rammaricarsi di questo è come rammaricarsi che la società si evolve e che il livello economico si elevi.
Che i trulli scompaiano è male, ma negare le esigenze di una vita diversa per salvare un folklore ad uso di pochi iniziati o turisti, forse, è peggio.
E costruire falsi trulli non significa salvare i trulli: essi non sono soltanto una forma bianca su una ondulazione verde di terreno, ma anche un metodo costruttivo ed una funzione.
Principi strutturali. La volta ad aggetto.
I trulli costituiscono l’esempio vivente più cospicuo del sistema di copertura con piccoli elementi contrastantisi in cerchi orizzontali, che viene comunemente chiamato pseudo volta, falsa cupola, cupola o volta in aggetto.
Mentre la vera cupola risulta da una tensione di archi (in forma di archi verticali), la falsa cupola è formata di cerchi di pietra orizzontali, gradatamente aggettanti, in modo che, a partire da una certa altezza, ogni fila di pietre sporge un poco sulla fila sottostante, sicché i cerchi di pietra diventano sempre più stretti, chiudendo lo spazio in alto.
Non tutti gli studiosi che si sono occupati di trulli sono concordi nel definire falsa la volta trullica.
Il vocabolo volta, infatti, indica quella parte di costruzione di muro di varia forma che, poggiando su piedritti, serve a coprire un edificio o parte di esso.
Sarebbe quindi più esatto, a parere di alcuni, definire la cosiddetta falsa cupola con il termine volta inerte per la mancanza, più che del legante, di quel sistema di forze che mantengono la stabilità.
Risulta più facile questa forma di costruzione, quando ad essa viene fatta assumere una forma rotonda. In questo caso la solidità della costruzione viene data dalle file concentriche di pietra che sono in uno stato di tensione.
Sebbene possa pensarsi che il tetto a cupola sia formato esclusivamente da queste file concentriche di pietre, la resistenza di essa viene ottenuta in realtà solo mediante uno spesso muro fatto di pietre a secco che, come contrafforte, dà alla cupola il necessario equilibrio statico.
Minor solidità risulta quando la volta acquista una forma più ovale.
La chiusura è ottenuta con una larga lastra di pietra posta sull’apertura determinata dall’ultima corona di pietre.
Sezione di un trullo. Apparecchio di una volta ad aggetto.
L’origine di tale tecnica costruttiva ci è ignoto. Tuttavia si può considerare spontaneo l’accorgimento di far uscire da due sostegni due sporgenze per poggiarvi sopra un pezzo più corto del vano che esso deve coprire.
Ed è conseguente la constatazione che, se le due sporgenze sono tenute ben salde, tutto l’insieme riesce stabile e duraturo.
Nacquero così, probabilmente, le prime mensole semplici e, con un po’ più di esperienza, le mensole sovrapposte e, da queste, le coperture con strati di mensole sovrapposti, tra cui, in particolare, quelle a cupola, costituite da elementi a mensola che, serrati gli uni contro gli altri, cerchio per cerchio, non crollano sia per il peso sovrastante, sia per la chiusura dei cerchi.
Le mensole, sorreggendo un carico all’interno del vano, trascinano il sostegno all’interno, al contrario degli archi (anche se ciò non è completamente vero, come si dirà in seguito): e per impedire il crollo all’interno occorre che il peso del sostegno sopra la mensola sia molto grande rispetto a quello sorretto dalla mensola.
La necessità di un carico sopra la mensola nella sua parte incastrata nel sostegno ne limita molto le possibilità d’impiego.
Nella pseudovolta, che deve essere circolare o quasi, le mensole sono tutte posizionate in cerchio, e quindi i piani di posa degli elementi sono tutti orizzontali, ma le loro reciproche facce laterali sono radiali: interviene, così, un nuovo elemento di stabilità.
Per cadere, ruotando sullo spigolo libero del giro di mensole inferiore, i singoli elementi dovrebbero inclinarsi, abbassandosi nella parte in aggetto ed alzandosi nella parte poggiata, ma ciò non è possibile, perchè per sollevarsi dovrebbero stringersi, oltre che sollevare gli elementi superiori. In altre parole, tutto il cerchio di mensole, per cadere attraverso il vano lasciato libero dal cerchio inferiore, dovrebbe essere più piccolo di questo, mentre invece è più grande di tutta la parte di mensole che è poggiata su di esso.
D’altro canto, il contrasto in piano che i singoli pezzi dell’anello hanno tra loro, per la loro forma trapezoidale in piano, impedisce loro di sgusciare fuori dell’anello e precipitare isolatamente nel vano.
La volta ad aggetto: principi costruttivi.

Per questa caratteristica, del contrasto secondo i piani paralleli orizzontali, in opposto alla caratteristica, propria delle volte, del contrasto secondo i piani meridiani, questa specie di copertura viene definita pseudovolta, volendo, con questa definizione, sintetizzare la sostanziale differenza di comportamento e la somiglianza esterna del manufatto finito ed il pregio di non trasmettere al sostegno azioni tendenti a rovesciarlo all’esterno, anche se ciò non è propriamente corretto.
Infatti, tornando alla considerazione dell’anello di conci orizzontali che non può cadere, perchè dovrebbe, così com’è, entrare nel vano lasciato libero dall’anello inferiore, è intuitiva l’osservazione che il crollo non avviene proprio perchè i conci dell’anello inferiore rimangono serrati l’uno contro l’altro, invece di aprirsi radialmente, come comporterebbe l’azione che essi ricevono dall’interno, di punta, dai conci dell’anello superiore.
E che cosa impedisce un tale aprirsi degli anelli? Solo l’attrito dei piani orizzontali di posa, oppure un peso esterno convergente verso il vano?
Normalmente, ambedue le azioni. Una pseudovolta sottile si aprirebbe alle reni come avverrebbe per una volta troppo sottile; un sostegno sottile sarebbe anch’esso insufficiente a mantenere a posto, serrati l’uno all’altro, gli elementi del cerchio d’imposta della volta.
Pseudovolte furono, in conci squadrati, costruite in periodo miceneo e classico, per sale e per cisterne. In pietre informi, sin dalla più remota antichità all’epoca presente, in costruzioni fuori terra, e ne sono esempio di particolare valore, appunto, i trulli.
In tutte queste realizzazioni, in cui il forte peso dei grossi conci di pietre squadrate, o l’asperità del pietrame grezzo, assicurano la coesione dei singoli elementi, i costruttori si sono sempre preoccupati della robustezza dei sostegni fuori terra; e nei trulli, il rinfianco, con la copertura di chiancarelle, e la grossa zoccolatura in pietrame sono elementi essenziali del complesso statico.
A conferma dell’importanza del rinfianco e del peso della copertura, congiunti alle dimensioni dei sostegni, devono essere ricordate, in quanto anch’esse sviluppo della tecnica della mensola, quelle costruzioni pugliesi dette, impropriamente, trulli a pianta rettangolare. In esse si realizza una forma di volta

Sguanci triangolari (pieducci) per il raccordo muratura – cupola. La costruzione di una cupola.
a botte mediante la sovrapposizione di strati di mensole rettilinee. La sagoma è molto rialzata per consentire aggetti modesti dei singoli strati e la struttura risulta spingente, in misura non molto rilevante, a causa della sagoma e della distribuzione dei pesi.
La struttura a pseudovolta presenta dei vantaggi cospicui durante la costruzione, perchè permette la formazione dei singoli cerchi, equilibrati in se stessi, senza l’ausilio di centine.
Nei casi, poi, in cui il manufatto è interrato, al contrario del problema dei sostegni, si presenta al costruttore quello della resistenza alla pressione del terreno. A questa, che è secondo piani orizzontali, la pseudovolta, essendo formata da archi contrastanti orizzontalmente, meglio di ogni altra struttura è in grado di resistere.
A diminuire le spinte contribuisce la sagoma rialzata e tendenzialmente parabolica abituale nella pseudovolta.
Essa non nasce da nozioni teoriche di curve delle pressioni, più o meno chiaramente intuite nei tempi passati, ma dalla necessità pratica di limitare la sporgenza a mensola dei singoli conci.
Seguire una sagoma curva è facile presso l’imposta, dove essa è quasi verticale, ma più ci si allontana, più aumenta il rapporto tra l’altezza dello strato e l’aggetto che le compete; e ciò, ovviamente, tanto più quanto più la sagoma è ribassata.
Ecco, quindi, la necessità di rialzare la sagoma gradualmente sino alla chiusura in chiave, che costituisce il tema più difficile dell’opera, risolto o con un grande blocco, o, addirittura, con pezzi contrastanti, più o meno simili al tipo della volta.
Nell’edilizia romana, normalmente, l’imposta era costruita in strati orizzontali, come mensola, per risparmiare le armature, realizzando, così, un sistema misto, funzionante come tale, però, soltanto durante la fase costruttiva (per la coesione delle malte e per l’inclinazione che in tale strato ha la curva delle pressioni).
La tecnica delle pseudovolte consente il risparmio delle armature ed anche una facilità di lavorazione, perchè dei singoli conci, due facce su cinque (quella interna non richiede lavorazione) sono parallele e da lavorare fuor d’opera, in fase di preparazione.
La volta ad aggetto (trullo in agro di Bitonto).
La volta ad aggetto (trullo in agro di Polignano a Mare).
Nella costruzione della cupola le due tecniche vennero considerate solo come artifici costruttivi di un organismo con copertura curva pressoché circolare, richiedente contraffortamento, e vennero impiegate promiscuamente, secondo come l’ampiezza del vano e le possibilità contingenti consigliavano, indulgendo spesso a quel rialzamento della sagoma, che facilitava la costruzione e rendeva più stabile il suo equilibrio.
I maestri murari.

La tecnica così particolare degli edifici a trullo e certi risultati formalmente perfetti, sia dal punto di vista esecutivo che formale, inducono ad interrogarsi sui costruttori di tali manufatti. In genere si è portati a ritenere, a ragione, che la figura del maestro trullaro era un contadino dedito a questa seconda attività nei periodi di pausa dai lavori agrari.
La figura del trullaro, quindi, è lasciata nel vago. Tuttavia, nelle zone in cui più elevati sono i risultati formali a cui l’architettura del trullo è giunta, si nota, nelle carte notarili della fine del XVIII sec., l’esistenza di una classe artigiana che partecipava attivamente alla realizzazione di attrezzi del lavoro e oggetti della vita quotidiana.
Compare diverse volte il termine mastro, talora accompagnato dall’aggettivo murario. A tale figura vengono attribuite delle mansioni tali da far ritenere che ci fossero delle vere e proprie imprese dedite a questo lavoro.
Il mastro murario, infatti, non è un semplice artigiano, ma si distingue da questo per un certo carattere di imprenditorialità della sua opera, che comporta l’investimento di capitale e il rischio dello stesso nella compravendita degli immobili.
Non compare, però il termine trullaro o casellaro, con cui oggi, abitualmente, si definiscono i costruttori di trulli. La possibilità che il mestiere di mastro murario si tramandasse di padre in figlio è concreta, ma non ci sono documenti che confermino o smentiscano tale supposizione.
La scarsezza di tali documentari è dovuta, probabilmente, al tipo di contratto che si effettuava in passato, prevalentemente orale alla presenza di due o più testimoni, o al fatto che le scritture private con cui gli stessi erano siglati, non ci sono giunte.
Gli attrezzi.
Per la costruzione di un trullo non sono necessari moltissimi attrezzi.
Essi sono:
- il cuneo, necessario per l’operazione di incugnatura dei conci;
- il maglio, grosso martello per spaccare le pietre estratte dalla cava;
- la martellina, con cui si designano vari martelli, a sei, a otto, a dieci o a dodici denti, attrezzi necessari per la lavorazione dei conci;
- la mazza, un martello dalla punta piramidale;
- scalpelli, indispensabili per le operazioni di squadratura e rifinitura dei conci;
- picconi e zappe, per le operazioni di spietramento dei campi.
Nei casi in cui veniva utilizzata la malta a base di bolo o argilla, erano necessarie anche cazzuole e recipienti per l’impasto.
Per l’intonaco, invece, occorreva il fratazzo, strumento in legno con la base piatta, per poter ottenere una superficie liscia e rifinita. Infine, occorreva un pennello per l’imbiancatura con la calce, dove prevista.

Quando magia e religione si fondono con l’architettura.
L’origine del trullo si perde nella notte dei tempi, quando la civiltà umana cominciava a muovere i suoi primi passi.
Dati certi circa la sua comparsa e la sua diffusione non ce ne sono, dato il forte carattere di provvisorietà della costruzione, soggetta com’è a trasformarsi in un cumulo informe di pietrame, se manca la manutenzione.
Misteriosa, quindi la sua comparsa, misteriosa la sua diffusione, oggetto solo di supposizioni più o meno fondate.
Come se tutte queste variabili non bastassero, ci sono anche altri elementi che rendono difficile l’interpretazione di tali costruzioni, e che danno vita ad altre ipotesi che, a loro volta, non possono essere verificate scientificamente.
Questi ulteriori elementi sono i pinnacoli, che sovente concludono la costruzione, in alto, ed i segni, dipinti a calce sull’estradosso delle cupole.
I pinnacoli.

Tralasciando l’ipotesi semplicistica e poco realistica di elementi meramente decorativi, in un’architettura dell’essenziale come è quella a secco, i pinnacoli sarebbero l’espressione simbolica di antiche concezioni religiose. questa supposizione sarebbe confermata dalla diffusione stessa dei pinnacoli, in tipologie fisse e ripetute, uniformemente diffuse zona per zona.
Dal punto di vista costruttivo, il pinnacolo è la parte terminale della cupola, posizionato sopra la lastra di chiusura del cupolino, composto di due elementi, nella sua versione più semplice: un corto cilindro (collaretto) sormontato da un apice (testa).
Nel fatto costruttivo essi hanno la prima giustificazione, dovendo, con la loro base piatta, assicurare la stabilità dell’ultimo anello di conci e garantire una chiusura alla tholos.
Nelle strutture voltate a sistema spingente nell’ultimo tratto, essi assumono la forma a cuneo, fungendo da chiave di volta, continuata, nella parte in vista, da un elemento a stele.
Nelle costruzioni più semplici, il pinnacolo può anche essere semplicemente una pietra assai rozzamente squadrata, posta al culmine della copertura.
L’elemento figurativamente più interessante del pinnacolo è quello che troneggia sulla base a cono del pinnacolo, le cui interpretazioni simboliche si basano sull’analogia con gli amuleti messafici (dall’ebraico missah, offerta) di forma conica e piramidale, frequentemente ritrovati in Puglia, con i simboli relativi al culto solare (la sfera ed il disco), e con gli elementi a stele del baitulos, ossia l’attributo principale dello stesso culto.
Si ritiene che il culto solare, introdotto nella preistoria in Puglia da genti elleniche, abbia prodotto le forme simboliche dei pinnacoli, espressioni simboliche dello stesso rito, che si sarebbero cristallizzate in forme decorative che, pian piano, hanno perso la loro funzione magico – religiosa, giungendo fio a noi prive, ormai, di qualsiasi significato.
Al culto solare si ricollega anche il culto betilico (baetulos, pietra sacra), professato dai popoli orientali primitivi, che prevedeva l’adorazione della pietra azzurra o livida, perchè caduta dal cielo (meteoriti, aeroliti) e, siccome capace di sprigionare scintille di fuoco, era ritenuta figlia del sole e delle stelle.
Una simbolica espressione artistica del culto betilico è presentata dall’architrave della Porta dei leoni di Micene.
Su di esso è scolpito un baitulos (colonnina monolitica a fusto tronco conico capovolto) poggiato su di una base ad altare e fiancheggiato da due leoni ritti, custodi del pilastro sacro, che era oggetto di culto per i micenei del XV sec. a.C. Pausania riferisce che a Tespi gli abitanti adoravano una pietra conica che essi chiamavano Eros e gli Ittiti (cioè i Pelasgi, i pre – Fenici dell’Asia Minore) chiamavano Afrodite o Astarte. Precisamente degli idoletti raffiguranti Astarte furono rinvenuti sotto il basamento di un antichissimo trullo salentino.
Virgilio ci racconta che i pagani derivavano il fuoco con cui accendevano quello sacro degli altari da certe pietre ritenute sacre.
Orazio, in una delle sue Satire descrivendo il suo viaggio da Roma a Brindisi, racconta che, transitando per Egnazia, vide, sulla porta di uno dei templi della città, una pietra, la quale accendeva di fuoco sacro la legna, non appena le veniva accostata.
Questa usanza pagana fu trasmessa al cristianesimo e sull’entrata di una delle porte della cattedrale di Conversano c’era una colonnetta di pietra dalla quale, nella notte del Sabato Santo, il sacerdote attingeva il fuoco per illuminare i ceri dell’altare.
Nei primi anni del ‘900 alcuni esploratori americani misero in luce, in Palestina, un tempio canaanita del XV o XVI sec. a.C., nel quale trovarono, ancora in piedi, il cono di pietra nera, emblema della divinità.
Origine celeste è attribuita alla pietra nera della Sacra Kaabah della Mecca; lo stesso avviene per la pietra piramidale adorata dagli indù a Jagannath; ed alle sette pietre custodite nel Tempio del Cielo di Pechino. Collaterale al culto del sole e delle stelle, sorse il culto delle pietre Termini, ritenute oggetti sacri.
Nel paganesimo romano esso si identificò con Ermete o Mercurio, che, fra i suoi molti attributi, aveva quello di dio termine, raffigurato da una pietra eretta, da cui le Feste Terminali, nelle quali i romani adoravano le loro più vecchie e sacre divinità.
Importanti per l’interpretazione dei pinnacoli sono, come si è già detto, gli amuleti messafici, che hanno la forma di piramide a base quadrata o di cono, in pietra o terracotta.
Essi disponevano di un foro in cima, per poterli agganciare ad un braccialetto, ad una collana, o per poterli legare al cinto. Hanno un’altezza variabile dai 3 ai 10 cm e spesso portano incise delle iscrizioni di scongiuro che variano a seconda della loro destinazione.
I pinnacoli in forma di disco, disposti orizzontalmente sui comignoli dei trulli e quelli a forma di palla riecheggiano il culto solare, perché altro non rappresentano se non il disco solare stesso o la sfera solare. I pinnacoli a forma di piramide (tetraedro o pentaedro) e quelli a forma di cono ricordano la pietra sacra del baitulos, ossia l’attributo fondamentale dello stesso culto solare. I trulli più antichi presentano questi tipi originali di pinnacoli, mentre quelli più recenti hanno pinnacoli dalle forme esteticamente più evolute, più consone agli attributi delle religioni successive.
Il pinnacolo, aveva anche una valenza sociale, oltre che magico – religiosa. Quello senza sfera al centro era riservato alle famiglie più povere, quello con la sfera era appannaggio del ceto medio – alto, quello con la piramide o la stella designava una famiglia ricca, mentre quello con sfera e croce era simbolo di nobiltà o appartenenza al clero.
I segni.
Sull’estradosso delle cupole dei trulli il proprietario vi dipinge un segno, a calce se il tegumento è a vista (chiancarelle), a bitume se il tegumento è impermeabilizzato con l’intonaco.
Anche in questo caso l’ipotesi decorativa delle loro origine cade di fronte all’osservazione della diffusione secondo tipologie ben definite e ripetute, che superano l’iniziativa personale.
Anche per essi l’ipotesi di un significato magico resta la più realistica, osservando, per esempio, che la loro posizione è sempre fissa sulla porta d’ingresso, con significato propiziatorio e di scongiuro.
La loro origine è controversa, ma si possono distinguere cinque gruppi fondamentali, di diversa derivazione.
I simboli primitivi sono quelli più difficilmente decifrabili, che presentano, a volte caratteri preistorici.
I più misteriosi tra questi segni sono, forse, reminiscenze di riti druidici celebrati nelle foreste dai popoli primitivi.
Probabilmente, alla base di questo groviglio di linee rette e curve, di cerchi e di triangoli, di punti isolati o terminali di linee (per lo più tre, cinque e sette), c’è uno sconosciuto criterio numerico.
All’Età del ferro del popolo pugliese ci riconducono le svastiche gammate o bigammate rinvenute anche su vasi apuli o graffiti sulle pareti interne di tombe primitive.
La svastica, in particolare, si ritrova in Asia minore, in Grecia, a Cipro, in Inghilterra, a Rodi, in Italia, nella valle del Danubio, nel Caucaso, nelle Indie, nel Giappone,

nel Tibet, nell’America precolombiana.
Questa sembra essere un emblema del culto solare, che però non trova d’accordo tutti gli studiosi.
Di qui i diversi significati attribuitigli, quali simbolo dell’acqua, del fuoco, dell’aria, del sesso o dell’unione dei sessi.
La svastica, inoltre non fu solo dominio del paganesimo, in quanto è stata scoperta anche nelle catacombe cristiane per occultare la croce di cristo o come simbolo di Cristo – salute. In tal modo essa si è cristianizzata ed è divenuta simbolo divino.
Dunque, la rappresentazione della svastica sui trulli ha mutato il suo originario significato, come è avvenuto per tanti altri simboli pagani, che pur sempre evocavano una forza soprannaturale.
Stesso destino è stato riservato ad un altro simbolo, il globo sormontato da una croce, che rappresenta, per il cristianesimo, il mondo dominato da Cristo.
Tra le molte teorie sull’origine dei trulli, vi è anche quella secondo la quale essi sarebbero nati in Oriente, importati in Puglia dalle popolazioni pelagiche, insieme a conoscenze e credenze popolari. Centrale, per le civiltà egizia, caldea, persiana, indiana e cinese era l’astrologia, che assurgeva quasi a culto.
I sacerdoti di tale culto erano i Magi o Savi, depositari della conoscenza delle stelle e del loro linguaggio, il logos del Creatore.
I simboli magici riecheggiano proprio tali credenze: sono simboli astrologici, zodiacali e planetari. Il cielo era diviso dai Magi in dodici case, corrispondenti ai dodici segni zodiacali; ogni casa aveva i suoi caratteri e le sue influenze.
Le genti primitive orientali disegnavano sulla loro case terrene i simboli delle case celesti corrispondenti ai loro oroscopi, allo scopo di propiziare la funzione magica delle loro stelle sulla famiglia, sugli affari e sui beni posseduti.
Ciò dovette ugualmente verificarsi nel caso dei trulli e la tradizione si perpetua quasi in maniera inconscia.
A campeggiare sulle cupole dei trulli non sono solo croci o simboli zodiacali, ma anche grossolane figure di animali, identificabili più per intuizione che per chiarezza di rappresentazione.
L’aquila, il cavallo, il bue il serpente, il gallo potrebbero discendere dal culto degli animali (sacritotem) professato dagli antichi Romani in Età Regia, i quali identificavano le loro divinità in oggetti materiali e non in un’astrazione.
I vari animali, dunque, avevano un significato ben preciso: il gallo simboleggiava la vittoria, l’aquila l’impero, la scrofa la fecondità e così dicendo.
I simboli più diffusi, e anche di più facile comprensione, sono senza dubbio quelli di origine cristiana, attribuiti al culto delle potestà religiose della Chiesa Cattolica.
Sono segni che riproducono la croce o il monogramma cristiano, il cuore trafitto di Maria o l’alfa e l’omega, il calice eucaristico.
Con tali simboli gli abitanti dei trulli hanno voluto esprimere la loro devozione e la loro religione, invocando la benedizione e la prosperità sulle proprie abitazioni.
D’altra parte, le vicende storiche che hanno caratterizzato il passaggio della Puglia dalla società latino – pagana a quella medioevale – cristiana sono state vicende cruente. I barbari, i predoni turchi ed i pirati saraceni la invasero e misero a dura prova soprattutto la zona costiera.
Gli abitanti delle coste si rifugiarono all’interno ed il mare che tanta fortuna aveva procurato in passato, era divenuto fonte di morte e di terrore.
Le Murge diventano la meta delle popolazioni costiere impaurite. La vita civile e religiosa, per sfuggire alla minaccia degli idolatri contro i cristiani, si rifugia nelle grotte, si scava le celle nei burroni, si chiude nelle campagne meno popolate.
Lo spirito religioso delle popolazioni trova, in questa situazione precaria, terreno fertile. Sorge spontaneo, quindi, il disporre sulla propria abitazione simboli che quello spirito rappresentano, così da invocare la protezione divina.
Gli antichi segni, quindi, vengono soppiantati dai nuovi, ricchi di significato simbolico e spirituale. Inoltre, è probabile che i trulli siano serviti, in una determinata epoca, anche come abitazione di monaci, che li arricchirono di simboli e segni religiosi.
Dice un canto popolare pugliese:
monacu, monacu di lu truddu
va ‘ncavaddu a lu pitruddu
lu pitruddu si cotulava
e lu monacu se’rragava.
Per quanto la testimonianza del canto sia tenue, è indubbio che la Puglia fu abitata, fin dalle prime origini del cristianesimo, da generazioni di eremiti, i quali, se da un lato crearono strade e romitaggi, non potevano anche non imporre la diffusione e, con essa, il sopravvento, dei simboli cristiani su quelli pagani.
Naturalmente, non possono mancare segni dettati dall’iniziativa personale dei singoli proprietari, che decorano semplicemente le loro cupole con simboli puramente ornamentali: un vaso con fiori, le iniziali del proprio nome, due cuori intrecciati.
Non mancano neppure caricature come teste di asino, mascheroni, teschi o figure ironiche allusive a persone e fatti locali.
Non di rado si ritrova anche il simbolo del partito politico di appartenenza, retaggio di un’antica consapevolezza, secondo la quale l’abitante si metteva sotto la protezione di una forza superiore.
Il trullo oggi. Problemi di riuso e valorizzazione.
Il problema della conservazione dell’architettura in pietra a secco è un problema comune a molte altre architetture vernacolari.
La difficoltà di essere catalogate tra le opere “monumentali”, come sono definite da una “cultura ufficiale storica”, fa di queste architetture delle “Cenerentola” della tutela mondiale. In più, si tratta di insiemi difficilmente circoscrivibili geograficamente e che portano con essi non solo una dimensione territoriale, ma anche una certa complessità negli elementi di composizione.
Questi elementi li avvicinano in modo forte ad un giovane concetto, il cui dibattito è in corso in seno all’ICOMOS, International Council of Monuments and Sites, quale quello di “patrimonio immateriale”.
Il primo dato da considerare è il cambiamento delle pratiche agricole pugliesi e la forte crisi agricola che attanaglia le campagne.
L’agricoltura non è più il settore trainante in grado di sostenere l’economia regionale, anche se la Puglia resta una regione fondamentalmente agricola, e la conseguenza di questo è la riduzione del territorio coltivato, che viene trasformato e messo a disposizione del turismo, soprattutto sulla costa e nelle zone collinari.
Questo provoca il non utilizzo delle risorse del territorio e lo sviluppo di una proprietà assenteista, che deforma il territorio, trasformandolo in una veduta paesistica, di cui il trullo è l’elemento fondamentale e pittoresco.
Si sviluppa, quindi, un nuovo tipo di latifondo, il “latifondo turistico”
Ed il trullo, simbolo della civiltà contadina che lo ha generato, diviene, nel suo abbandono, simbolo della fuga dalla campagna e, nel suo snaturamento, esso rappresenta la resa di un territorio alla civiltà urbana ed industriale.
Il trullo è divenuto il rifugio di chi fugge dalle città nei periodi di vacanza o dell’emigrato che torna per la bella stagione.
Chiaramente, però, tale ruolo non è consono ad un’architettura che non ha i moderni confort o i più elementari servizi igienici, per cui è necessario violentarlo nella sua essenzialità e trasformarlo in villino, spesso in malo modo, associandolo anche ad altre costruzioni.
Si generano trulli alienati, sommersi dal cemento, che non conservano più la loro identità di architettura in pietra a secco. Il confronto tra questi trulli alienati e quelli che ancora svolgono la loro funzione principale, cioè quella di servizio per le attività agricole, è spontaneo e ricco di spunti interessanti.
Le trasformazioni, come è logico che sia, ci sono state anche in questo caso, ma sono trasformazioni differenti.
Le modifiche apportate dal contadino sono dettate, per lo più, da esigenze quotidiane, legate all’attività agricola, per cui, anche se il fabbricato cresce, questo si inserisce comunque nell’ambiente, perchè basato su una convivenza individuo – natura, che non si ritrova nei trulli rimessi a nuovo ed utilizzati in modo anomalo come case – vacanza.
Tuttavia i trulli abitati in modo permanente sono sempre di meno ed il contadino, spesso, è un lavoratore part – time, che coltiva la terra nel tempo libero. Il trullo continua ad avere, anche in questi casi, funzione accessoria, e continua ad essere utilizzato. Esso è il rifugio durante le intemperie, il deposito degli attrezzi, la dimora provvisoria durante i periodi di lavoro più intenso.
Tali costruzioni sono, in genere, quelle più integre e meno compromesse, oggetto di manutenzione e riparazione costanti. Il loro volto architettonico originario può essere considerato integro. Queste considerazioni inducono a stilare una sorta di classificazione dei trulli in base al loro utilizzo:
- il trullo abbandonato, ridotto ad un cumulo di pietre informe o condannato a diventare tale;
- il trullo alienato, snaturato da interventi arbitrari e destinato a divenire casa-vacanza;
- il trullo abitato, utilizzato nella sua funzione originaria, che ha subito modifiche, ma non è stato snaturato;
- il trullo utilizzato, che mantiene il suo volto originario e che viene sfruttato come deposito o rifugio temporaneo.
Così, come è sempre stato, il destino dei trulli pugliesi si lega indissolubilmente a quello delle terre e dell’agricoltura. Le caselle crollano perché il contadino è andato altrove a cercarsi il suo diritto al lavoro, il trullo perde la sua funzione perché la classe contadina perde la sua identità.
Una delle ipotesi più credibili per preservare l’architettura a trullo sembra essere quella della valorizzazione dell’agricoltura stessa, in quanto la ristrutturazione del mondo agricolo, un nuovo associazionismo nelle campagne e una mentalità produttiva slegata da pregiudizi e arretratezze produrrebbe una rivalutazione di tutte quelle infrastrutture, già presenti, che generazioni di contadini hanno creato e lasciato in eredità.
Solo a questo punto può subentrare il discorso turistico, fondamentale per il rilancio di questo territorio, ma esso deve essere subordinato al riutilizzo agricolo delle risorse. Spesso, infatti, se di turismo si vive, di turismo anche si muore.
La scelta turistica che si sta facendo sul prodotto trullo è pericolosa, perché produce reddito, è vero, ma sperpera risorse senza crearne di nuove.
La creazione di programmi di restauro limitati a certe zone di interesse turistico, messi in atto negli anni ’80, potrebbe essere una via di salvezza.
Ma per fare in modo che a salvarsi non siano solo le pietre, ma la cultura delle pietre, il programma non deve riguardare solo certe zone e non deve prevedere solo stanziamenti di fondi, bensì un concreto programma di salvaguardia culturale, che ponga le basi per una sensibilità dell’intera comunità, in grado di preservare, da sola, le sue ricchezze.
Il problema del recupero e della valorizzazione dei trulli passa anche per un altro crocevia non meno doloroso: la difficoltà di trovare un maestro trullaro.
I pochi che sono rimasti ammettono, però, che costruire un trullo oggi è molto più semplice che in passato e questo grazie a delle differenze nel modo di costruire e di apparecchiare il materiale. La parte interna viene realizzata in tufo. Prima di tutto perchè come materiale è facilmente lavorabile, e poi perchè viene tenuto insieme dalla malta, evitando l’incugnatura, praticamente l’incastro necessario ad ogni giro di pietre, che dava stabilità al trullo a secco.
La tecnica di costruzione è, comunque, la stessa: si richiede l’occhio e la pratica del maestro per dare il giusto equilibrio al materiale, nel creare automaticamente, nel corso della costruzione, il giusto rapporto tra l’area di base del trullo e l’altezza della cupola, nel formare una serie di cerchi concentrici a raggio decrescente senza nessun uso di strumenti di misura.
Il più basso prezzo del tufo contribuisce, inoltre, a contenere il costo, abbastanza elevato, di una moderna costruzione a trullo.
La parete esterna della cupola è sempre di chiancarelle, ma anche qui c’è lo zampino della tecnica moderna.
Le chiancarelle vengono ricavate e squadrate da una macchina tagliapietre. Si ricavano, così, lastre di taglio e misura standard e basterà sistemarle opportunamente, con all’esterno la parte scura della chianca, perchè il profano scambi la costruzione per un vecchio trullo. Le chiancarelle dei vecchi trulli, invece, avevano spessori e dimensioni estremamente variabili e l’abilità del maestro consisteva nel sistemarle al posto giusto, in modo da creare un ordine architettonico con quei pezzi di pietra difformi e disordinatamente stratificati.
Altro problema determinante è il reperimento del materiale adatto per la costruzione o il restauro dei trulli. Le ultime cave sono state chiuse ed è impossibile aprirne delle altre. Da dove, quindi, attingere l’ormai prezioso materiale edilizio?
Evidentemente la vicenda del Colosseo si è ripetuta, visto che i vecchi trulli sono divenuti delle vere e proprie miniere. Si assiste allo spettacolo di interi trulli abbandonati, completamente spogliati del loro rivestimento, delle preziose chiancarelle, ormai introvabili.
I prezzi di un buon restauro, inutile a dirsi, sono vertiginosi. Per la formazione di nuovi maestri si sono istituiti dei corsi professionali rivolti a giovani muratori, la cui frequenza era incentivata con gettoni di presenza. Ma i corsi non hanno dato i risultati sperati. La carenza di specialisti ha innescato un processo che mette in serio pericolo la genuinità dei vecchi trulli. Muratori senza competenza specifica mettono a nuovo, dietro lauti compensi, i vecchi trulli pericolanti. Anche in questo caso si salva solo la forma; il trullo viene praticamente violentato, abbondantemente riempito di cemento.
È interessante, ed allo stesso tempo preoccupante, notare come questa architettura, in Puglia, non goda di nessuna tutela particolare, né a livello regionale, né a livello nazionale, né, tanto meno, a livello internazionale, se si eccettua la zona di Alberobello. Evidentemente è difficile stabilire un controllo su manufatti disseminati su tutto il territorio in così alta percentuale e tanto radicati a livello culturale.
Del resto è anche vero che «la prima tutela deve essere quella che si fa a livello locale e certamente non vissuta come un’imposizione, ma, piuttosto, come l’applicazione di una coscienza di valori.
Questa coscienza deve consistere, allo stesso tempo, in un’identificazione culturale ed una comprensione della ricchezza (anche economica) che può costituire, all’interno di una società sempre più radicata in un modernismo di natura unicamente economica, una sorta di ponte, di collegamento, tra un antico non redditizio ed un modernismo in crisi di valori.
Per fare ciò è importante disporre seriamente ed accuratamente:
- la conoscenza approfondita dell’espressione culturale dell’oggetto (materiale ed immateriale);
- le linee comportamentali da utilizzare nel momento in cui occorre confrontarsi a causa delle necessità di utilizzazione degli spazi e dei dintorni, cercando di evitare di nascondere la testa sotto la terra e preferire ammettere che il problema tra questo antico ed il moderno che viviamo non sia risolvibile;
- una coscienza veramente aperta verso le soluzioni possibili in termini di conservazione e di intervento, affinché queste architetture funzionino non solo a livello di musei, ma nello scopo di far loro guadagnare un ruolo attivo, sebbene non snaturante, nel paesaggio umano di cui sono immagini ragguardevoli;
- l’acquisizione di un ruolo sempre più positivo degli operatori (tecnici, politici) rispetto a queste architetture, con lo scopo di restituire loro l’importanza ed il ruolo centrale nella società di cui esse stesse hanno contribuito ad esserne elementi generatori;
- un’intensificazione del dibattito intorno a queste architetture e della loro conservazione, agendo soprattutto sui sistemi educativi delle generazioni a venire.
Infine, nell’ottica della coscienza che nell’estrema variabilità della cultura umana, sia possibile ritrovare in qualunque altra parte del mondo delle tradizioni anonime analoghe tra di esse, è più che augurabile che sulla pietra a secco possa nascere un coordinamento internazionale, con lo scopo di affrontare specificamente tutti questi problemi e potere definire bene un sistema comune comportamentale che sia applicabile alle specificità locali.»
A cura di
Stefano Carbonara
Storico e Scrittore.
Editore di Monopoli Tre Rose.
































































“Nel 1644 in occasione di un’ispezione per l’accertamento dei tributi da pagare al re di Spagna….. ordina la demolizione delle casedde… in una sola notte”.
Questa narrazione si tramanda fino ad oggi da generazione in generazione rempiendo pagine di articoli più e meno seri riguardo le vicende di Alberobello. Ma la fonte. Qual’è la fonte documentale di questa narrazione? Lo scrive Marraffa, Pietro Gioia, Chirulli, Notarnicola e così via tutti, ma non esiste una fonte. Essendo così cannonici in passato, come mai non c’è una fonte? Allora è soltanto una leggenda urbana? Perchè scrivere su una leggenda urbana come se fosse un fatto vero? Io non credo che questo sia mai avvenuto, anche perchè l’ispezione reggia del 1644 avrebbe accaduto in assenza dell’interessato conte, così come l’ispezione del 1652, in entrambi casi in Spagna.
Concordo a pieno con l’ipotesi dell’Architetto D’Aurea riguardo gli origini dei trulli e vorrei sapere per favore il nome della sua tesi così come, magari uno scambio di opinione su questo argomento. Grazie.
Lavoro interessantissimo e fondamentale per chi si avvicina per una conoscenza approfondita della tematica in genere, paesaggio, conoscenza, beni paesaggistici,recupero, funzionalizzazione, conservazione, etc.
Ringrazio Vincenzo D’Aurea, estensore della Tesi sui Trulli presso l’Università di Firenze, oggi dirigente della Cooperativa Archeologia di Firenze, per queste parole e per il messaggio a voler tutelare questo prezioso patrimonio storico culturale rappresentato dai Trulli di Puglia.
Un ringraziamento al prof. CARBONARA per aver ritenuto la mia tesi degna di una citazione e una pubblicazione sulla rivista che dirige. Ma, soprattutto, un ringraziamento per la passione e la dedizione con cui l’argomento è stato sviluppato e studiato. Portare all’attenzione della comunità un tema quale quello dei trulli, che spesso vengono identificati come un ostacolo e un elemento da eliminare perchè malandato o ingombrante, significa portare all’attenzione di tutti che questi pezzi di memoria della comunità appartegono a tutti noi e sono parte della nostra identità profonda. Cosa saremmo noi senza i ricordi dell’infanzia o senza le esperienze che abbiamo vissuto in passato? Saremmo dei contenitori vuoti, privi di qualsiasi identità. Cosa sarebbe la nostra terra senza i trulli? Una terra senza un pezzo di memoria dell’infanzia, senza il ricordo di quell'”ingegneria popolare”, frutto dell’esperienza e della necessità, dei materiali locali e della capacità dei singoli individui di mettere a frutto le intuizioni derivanti dall’uso dei materiali e dalle conoscenze pregresse. Per questo motivo è importante parlare di queste architetture, vere e proprie opere d’arte dei nostri avi, perchè chi passeggia per le vie assolate della nostra bella Puglia, sia esso turista ma, soprattutto, cittadino pugliese, scorga tra quelle pietre murate a secco il ricordo di cosa eravamo. E assieme al ricordo, scorga spiragli di futuro, che su quei ricordi deve essere fondato. Perchè una comunità senza passato è una comunità senza futuro! Grazie prof. CARBONARA! Mi auguro che il tema della tutela dei trulli venga più spesso sollevato e, soprattutto, che le istituzioni si facciano carico di una tutela vera e consapevole, in grado di conservare tutte le tracce di questa enorme eredità diffusa di cui siamo tutti responsabili e che, giorno dopo giorno, viene distrutta dall’ignoranza e dalla mancanza di misure di conservazione efficaci!
Complimenti.
Completo e motivato.
Grazie per la pubblicazione.