
Il fondatore del Partito Popolare è don Luigi Sturzo.
Nato a Caltagirone in provincia di Catania il 26 novembre 1871 e deceduto a Roma l’8 agosto 1959.
Un evento che segnò, dal punto di vista sociale, il reintegro dei cattolici sulla scena italiana e andò a colmare un vuoto, con l’obiettivo di contrastare il Partito Socialista.
Un nuovo partito, protagonista della politica, di cui la società italiana avvertiva la mancanza e chiudeva il cerchio di quella prospettiva già aperta nel 1911, quando fu sottoscritto il “Patto Gentiloni”.
Quest’accordo, fortemente voluto anche da Giovanni Giolitti, Presidente del Consiglio dei Ministri dell’epoca, oltre a ripristinare l’affissione dell’immagine del crocifisso nelle aule scolastiche, sanciva ufficialmente l’inserimento dei cattolici nella vita politica della nazione.
Don Luigi Sturzo, formò e guidò una commissione provvisoria del Partito Popolare formata da personaggi di spicco dell’area cattolica: Giovanni Bertini, Giovanni Bertone, Stefano Gavazzoni, Achille Grandi, Giovanni Grosoli, Giovanni Longinotti, Angelo Mauri, Umberto Merlin, Giulio Rodinò e Carlo Santucci. Era il 18 gennaio del 1919.
Insieme a loro lanciò l’appello ai «liberi e forti», rivolto a quanti, «uomini moralmente liberi e socialmente evoluti», erano disposti a impegnarsi per sostenere un progetto politico e sociale per l’Italia nell’immediatezza successiva alla prima guerra mondiale.
Non intendeva estendere l’influenza di quegli ideali solo all’ambito dell’area cattolica, bensì verso tutti gli italiani.
Con il preciso intento di lottare per ottenere quella libertà e quella giustizia sociale, tanto desiderate da tutti.
Don Sturzo, oltre ad aver ricevuto la vocazione sacerdotale, manifestava apertamente un forte interesse per la politica.
Il Partito Popolare apriva la strada a un concetto di democrazia decisamente orientata verso i più deboli. E, rifiutando nettamente l’abolizione della proprietà privata, metteva in evidenza la differenza con quello socialista e ne sottolineava la lontananza.
I seguaci di Sturzo intendevano semplicemente stabilire una relazione pacifica tra le varie classi sociali. La vocazione più importante del Partito Popolare consisteva nel vedere lo Stato non trasformato in uno scopo, ma come un mezzo per raggiungere il bene comune.
Quell’appello richiedeva, tra l’altro, il suffragio universale.
Durante il fascismo don Sturzo, a seguito di ripetute minacce, decise di lasciare gli incarichi di partito e, nel 1924, fu costretto ad andare in esilio. Si rifugiò prima a Londra, poi a Parigi e infine a New York.
Dopo il referendum tra monarchia e repubblica ritornò in Italia, sbarcò a Napoli il 5 settembre del 1946 e si stabilì a Roma nella casa generalizia delle suore Canossiane.
Fu il primo a sollevare il problema della “questione morale” pubblicando già nel novembre dello stesso anno su “L’Italia” l’articolo: “Moralizziamo la vita pubblica”.
Nel 1952 fu proclamato Senatore a vita.
Antonio Losito
Direttore Monopoli Tre Rose

Appello ai «liberi e forti»
«A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà. E mentre i rappresentanti delle Nazioni vincitrici si riuniscono per preparare le basi di una pace giusta e durevole, i partiti politici di ogni paese debbono contribuire a rafforzare quelle tendenze e quei principi che varranno ad allontanare ogni pericolo di nuove guerre, a dare un assetto stabile alle Nazioni, ad attuare gli ideali di giustizia sociale e migliorare le condizioni generali, del lavoro, a sviluppare le energie spirituali e materiali di tutti i paesi uniti nel vincolo solenne della “Società delle Nazioni”. E come non è giusto compromettere i vantaggi della vittoria conquistata con immensi sacrifici fatti per la difesa dei diritti dei popoli e per le più elevate idealità civili, così è imprescindibile dovere di sane democrazie e di governi popolari trovare il reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali e le perenni ragioni del pacifico progresso della società. Perciò sosteniamo il programma politico-morale patrimonio delle genti cristiane, ricordato prima da parola angusta e oggi propugnato da Wilson come elemento fondamentale del futuro assetto mondiale, e rigettiamo gli imperialismi che creano i popoli dominatori e maturano le violente riscosse: perciò domandiamo che la Società delle Nazioni riconosca le giuste aspirazioni nazionali, affretti l’avvento del disarmo universale, abolisca il segreto dei trattati, attui la libertà dei mari, propugni nei rapporti internazionali la legislazione sociale, la uguaglianza del lavoro, le libertà religiose contro ogni oppressione di setta, abbia la forza della sanzione e i mezzi per la tutela dei diritti dei popoli deboli contro le tendenze sopraffattrici dei forti. Al migliore avvenire della nostra Italia – sicura nei suoi confini e nei mari che la circondano – che per virtù dei suoi figli, nei sacrifici della guerra ha con la vittoria compiuta la sua unità e rinsaldata la coscienza nazionale, dedichiamo ogni nostra attività con fervore d’entusiasmi e con fermezza di illuminati propositi. Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali – la famiglia, le classi, i Comuni – che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private. E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la riforma dell’Istituto Parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale, non escluso il voto delle donne, e il Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali: vogliamo la riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione, invochiamo il riconoscimento giuridico delle classi, l’autonomia comunale, la riforma degli Enti Provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali. Ma sarebbero queste vane riforme senza il contenuto se non reclamassimo, come anima della nuova Società, il vero senso di libertà, rispondente alla maturità civile del nostro popolo e al più alto sviluppo delle sue energie: libertà religiosa, non solo agl’individui ma anche alla Chiesa, per la esplicazione della sua missione spirituale nel mondo; libertà di insegnamento, senza monopoli statali; libertà alle organizzazioni di classe, senza preferenze e privilegi di parte; libertà comunale e locale secondo le gloriose tradizioni italiche. Questo ideale di libertà non tende a disorganizzare lo Stato ma è essenzialmente organico nel rinnovamento delle energie e delle attività, che debbono trovare al centro la coordinazione, la valorizzazione, la difesa e lo sviluppo progressivo. Energie, che debbono comporsi a nuclei vitali che potranno fermare o modificare le correnti disgregatrici, le agitazioni promosse in nome di una sistematica lotta di classe e della rivoluzione anarchica e attingere dall’anima popolare gli elementi di conservazione e di progresso, dando valore all’autorità come forza ed esponente insieme della sovranità popolare e della collaborazione sociale. Le necessarie e urgenti riforme nel campo della previdenza e della assistenza sociale, nella legislazione del lavoro, nella formazione e tutela della piccola proprietà devono tendere alla elevazione delle classi lavoratrici, mentre l’incremento delle forze economiche del Paese, l’aumento della produzione, la salda ed equa sistemazione dei regimi doganali, la riforma tributaria, lo sviluppo della marina mercantile, la soluzione del problema del Mezzogiorno, la colonizzazione interna del latifondo, la riorganizzazione scolastica e la lotta contro l’analfabetismo varranno a far superare la crisi del dopoguerra e a tesoreggiare i frutti legittimi e auspicati della vittoria. Ci presentiamo nella vita politica con la nostra bandiera morale e sociale, inspirandoci ai saldi principi del Cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice dell’Italia; missione che anche oggi, nel nuovo assetto dei popoli, deve rifulgere di fronte ai tentativi di nuovi imperialismi, di fronte a sconvolgimenti anarchici di grandi Imperi caduti, di fronte a democrazie socialiste che tentano la materializzazione di ogni identità, di fronte a vecchi liberalismi settari, che nella forza dell’organismo statale centralizzato resistono alle nuove correnti affrancatrici. A tutti gli uomini moralmente liberi e socialmente evoluti, a quanti nell’amore alla patria sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degl’interessi nazionali con un sano internazionalismo, a quanti apprezzano e rispettano le virtù morali del nostro popolo, a nome del Partito Popolare Italiano facciamo appello e domandiamo l’adesione al nostro Programma».






