Punto 1. La pineta posta tra via Grandi e via Ariosto va lasciata al suo naturale equilibrio e non alterata nella sua essenza.
Essa infatti rappresenta un piccolo polmone verde in un quartiere e in una città, più in generale, dove gli spazi verdi sono ormai ridottissimi o quasi assenti.
Una città, quella di Monopoli, che vede la atavica assenza di un vero e proprio parco urbano non può patire anche la previsione di espianto di quei pochissimi polmoni verdi rimasti.
Gli alberi offrono benefici sociali, comunitari, ambientali e finanche economici non indifferenti che tuttavia anche se noti a tutti appare utile, anche se solo in sintesi, richiamare.
Senza dilungarsi troppo ma volendo ricordare soltanto alcuni degli innumerevoli benefici ambientali, è opportuno far presente che le alberature moderano il clima, migliorano la qualità dell’aria eliminando polvere e altre particelle, assorbono l’anidride carbonica durante la fotosintesi e poi la stoccano nelle strutture permanenti, influenzano la velocità e la direzione del vento, rallentano o assorbono le precipitazioni atmosferiche, intercettano l’acqua e ne conservano una parte riducendo il deflusso delle acque piovane.
Le foglie degli alberi assorbono anche altri inquinanti atmosferici come ozono, monossido di carbonio e biossido di zolfo e rilasciano ossigeno: al riguardo si fa presente che un solo albero di pino in età adulta è in grado di assorbire una quantità di anidride carbonica compresa tra i 10 e i 20 kg all’anno.
La presenza di alberi in una zona urbanizzata permette anche la ricostruzione di un ambiente più naturale, più attraente per uccelli e fauna selvatica favorendo così anche nell’ambiente urbano quell’equilibrio naturale, altrimenti compromesso.
L’espianto di nr. 21 alberature “trentennali” di pino di così maestosa rilevanza appare dunque ecologicamente incomprensibile alla luce delle considerazioni esposte.
Punto 2. No alla piantumazione di essenze vegetali differenti.
La piantumazione di nuove essenze erbacee e arbustive così prevista dal progetto -e da eseguirsi al di sotto della pineta- è una illogica operazione agronomica che non porterà a nessun beneficio né per i pini residui e né per le nuove specie vegetali.
Queste ultime, infatti, una volta messe a dimora avranno notevole difficoltà a vegetare in un contesto in cui la struttura prevalente (quella dei pini) tenderà a dominare quella sottostante privandola sostanzialmente di luce: avranno una crescita stentata e non raggiungeranno mai il loro equilibrio naturale.
Senza dilungarsi eccessivamente negli aspetti più propriamente agronomici si ritiene utile soltanto far presente che la chioma dei pini, infatti, impedirà alla luce solare di raggiungere la base delle piante, per la gran parte del giorno, e inoltre anche l’acqua delle intemperie difficilmente raggiungerà il terreno, fermandosi tra gli aghi dei pini.
Un altro non meno secondario problema sarà quello della caduta degli aghi: questi sono ricchi di sostanze tanniche che hanno la forte capacità di inibire la crescita di molte piante, sia arboree che arbustive. Esperienze pratiche lo dimostrano in maniera indiscutibile. Appare del tutto inutile, per i motivi esposti, la collocazione della vasca di raccolta acque.
In definitiva e in estrema sintesi, si verrà a creare la situazione in cui la compresenza di conifere e di essenze della macchia mediterranea produrrà da un lato la snaturalizzazione dell’area a verde e dall’altro conseguenze negative sia per le une che per le altre specie vegetali.
Punto 3. Potatura scorretta.
La potatura praticata con somma urgenza sui pini presenti è stata una operazione tecnicamente scorretta non soltanto nei tempi, ma anche nelle modalità e finalità.
Ciò in quanto, almeno in assenza di specifiche patologie, l’albero di pino è una tipologia di alberatura che va lasciata nella sua forma e portamento naturale in quanto questa (lo dice la letteratura scientifica) rappresenta sempre la migliore soluzione possibile, anche dal punto di vista strutturale, tanto che quasi sempre nella prassi ogni intervento di potatura finisce per avere un carattere peggiorativo.
Gli unici interventi di potatura che si sarebbero dovuti eseguire dovevano essere soltanto e semmai l’eliminazione di parti danneggiate o deperite nonchè di quelle secche e morte.
La “svuotatura” della chioma porterà nel medio lungo periodo ad uno sconvolgimento ormonale e ad un progressivo indebolimento dalla struttura arborea con conseguenze inesorabilmente letali.
I pini dell’area in questione sono tipologie di alberi non in grado di produrre nuova vegetazione da gemme dormienti o avventizie e, pertanto, se sottoposti a “svuotamento” della chioma (come è stato fatto) non possono più surrogare la vegetazione persa nella stessa posizione.
Se quindi inizialmente il pino risponderà alla potatura con uno spropositato allungamento delle ramificazioni superstiti, dall’altro, quando nel corso della sua evoluzione esso entrerà in una fisiologica fase di autoriduzione della massa di rami, non troverà vegetazione interna alla chioma sulla quale “ripiegare”.
In altre parole, e per concludere su questo punto di carattere agronomico, con lo svuotamento della chioma il pino è condannato ad una precoce morte per “fame”.
Punto 4. Area dog impraticabile in una pineta.
Le “aree dog” per cani non sono in nessun luogo realizzate all’interno di una pineta bensì in aree a verde di differente tipologia, come in ogni parte del mondo.
La “processionaria” del pino risulta essere, come è noto, molto pericolosa proprio nei confronti dei cani, i quali, brucando l’erba o annusando il terreno, possono inavvertitamente ingerire i peli urticanti che ricoprono il corpo dell’insetto. I sintomi che un cane presenta sono spesso gravi.
Il primo sintomo è l’improvvisa e intensa salivazione, provocata dal violento processo infiammatorio principalmente a carico della bocca ed in forma meno grave dell’esofago e dello stomaco. Il fenomeno non accenna per niente a diminuire, anzi con il passare dei minuti, soprattutto la lingua, a seguito dell’infiammazione acuta, subisce un ingrossamento patologico a volte raggiungendo dimensioni spaventose, tali da soffocare l’animale.
I peli urticanti del bruco della processionaria, entrando in contatto con la lingua, causano una distruzione del tessuto cellulare: il danno può essere talmente grave da provocare processi di necrosi con la conseguente perdita di porzioni di lingua.
Altri sintomi rilevanti sono: la perdita di vivacità dell’animale, febbre, rifiuto del cibo, vomito e diarrea e soprattutto quest’ultima può essere anche emorragica.
Le presenti considerazioni, è bene precisarlo, non rappresentano soltanto il punto di vista del sottoscritto ma sono anche e soprattutto la convinzione della totalità della comunità scientifica del settore.
Considerazioni finali
A tali considerazioni, così sinteticamente ma efficacemente esposte, si è giunti solo dopo una lunga serie di studi, ricerche, evidenze scientifiche ed esperienze pratiche condotte negli anni dai massimi esperti del settore.
Si cita (ma è solo per indicare il meglio) il dott. Giovanni Morelli, arboricoltore e agronomo naturalista, tra i massimi esperti di gestione dei pini e di verde urbano a livello europeo.
L’unica azione progettuale logica e razionale per la pineta in questione non può che essere quella di prevedere un progetto valido che abbia come principale finalità quella di una valorizzazione funzionale della stessa pineta, che tale deve restare.
Tale progetto dovrà basarsi sostanzialmente sui seguenti capisaldi progettuali:
– valorizzazione della pineta con funzione di “piccolo” polmone verde.
– rendere la pineta fruibile e godibile nonché facilmente accessibile a tutti.
– prevedere una efficace manutenzione e valorizzazione nel medio e lungo periodo.








