PRESENTAZIONE A CURA DELL’ASSOCIAZIONE “AMICI DI SAN SALVATORE”.

IMMAGINI DELL’EVENTO IN LARGO S.SALVATORE
RECENSIONE DI LELLA LEOCI

Mi par di conoscere Giampiero Risimini da sempre. In effetti, in un piccolo medio borgo come Monopoli, quando ci si conosce e frequenta da 30-40 anni, significa da sempre!
Soprattutto se si sono condivise delle scelte o ci si è trovati a lavorare insieme intorno ad un progetto politico-culturale. A noi è successo nella redazione di una rivista che, a Monopoli, per un quarto di secolo, si impose e fece scuola: Porta Nuova.
Per cui conosco bene la sua “penna” sobria, pulita, analitica, incisiva. Adesso mi sono trovata di fronte ad un suo libro di racconti, illustrati magistralmente da Antonella Ficarra.
L’avvocato, il politico è sceso dal suo scranno, ha chiuso i faldoni di scartoffie, di corsi e di ricorsi, e s’è preso la libertà di uscire dal suo ufficio alla ricerca della vita degli altri e, soprattutto, della sua. Certo, il mestiere lo ha aiutato, con tutti i casi che ha visto scorrere davanti a sé nei decenni di professione. Ma, per scrivere storie, ci vuole un altro “mestiere”: le vite degli altri te le devi andare a cercare, e anche se sono passate dal tuo ufficio, le devi scrostare dal burocratichese e guardarle dentro, con umiltà e, oserei dire, con “sottomissione”… Solo così può emergere, senza l’ansietà e l’apprensione di non essere compresa, la vita vera, quotidiana di uomini e donne che incrociano il loro destino col tuo o che riemergono da un passato che è ancora vivo e reclama ascolto.
Il neo scrittore ha ampiamente superato la prova, ripartendo dalla sua terra natia, la Basilicata, che si tinge dei colori del mito, del silenzio che non è assenza, dell’immobilità che non è morte, ma vita, quotidianità dignitosa che sfida l’assalto impietoso del Tempo e dei tempi nuovi, che tutto vogliono sommergere.
Il racconto “Nu Cristiaaan” risulta un gioiello, una dichiarazione d’amore per la sua terra, che l’avvocato, per un disguido del suo lavoro, un giorno si ferma a visitare per qualche ora.
Ritrova il suo paesello di poche anime, un vecchio noto casale, fabbricati con pareti prive di intonaco, donne vestite di nero sempre col fazzoletto in testa.
E poi la piazzetta, cuore del paese, con al centro la villa, disseminata da panchine di pietra, occupate da vecchietti intabarrati in vecchi cappotti, con cappelli a larghe tese e l’immancabile sigaretta fra le dita ingiallite. Tutti uguali, silenziosi, come antiche sculture, coi volti solcati dalle rughe, persi nel nulla. Un quadretto, che pare immobile lì da anni, forse da secoli, che si scuote al passaggio di un funerale, una bara portata a spalle da alcuni uomini con poche persone al seguito.
Man mano che il corteo avanza e passa davanti a loro, quegli uomini, in segno di rispetto si alzano e si tolgono il cappello, come un solenne rito sacro che si ripete nei secoli.
L’avvocato, che pur proviene da quelle terre e si porta dentro quei miti, pensa che il morto sia un pezzo grosso e chiede lumi ad uno di quei vecchi.
“Nu crstiaaan”, “un cristiano”, gli risponde il vecchio stupito. E in quello stupore c’è tutta la dignità secolare, millenaria di una cultura, che è fatta di valori di pietra, come quelle panchine. Insomma, un affresco che, sarebbe piaciuto a Pasolini.
Nella passerella dei suoi personaggi è frequente imbattersi negli ultimi, vite “inutili” che passano senza lasciar traccia, come Nicoletta, protagonista del racconto: “Il giorno della Candelora”.
Nicoletta è vecchia e malata, sola come un cane , peggio di un cane randagio, per gli altri una pazza, che riempie la casa di tutto quel che può raccattare in giro: vestiti laceri, scarpe vecchie, cianfrusaglie, avanzi di cibo, giornali, roba raccolta dai cassonetti. Un’umanità perduta, degradata, non degna di nota né in vita né in morte, che non ha parenti né conoscenti, che trova, da morta, nell’avvocato, a cui il giudice ha conferito l’incarico di tutore, quella pìetas umana, che lo porta ad assistere da solo al funerale della sua pressoché sconosciuta cliente, e a farle, una carezza, prima che la bara sia chiusa, forse l’unica ricevuta da Nicoletta nella sua esistenza.
E poi ci sono i luoghi di Monopoli, il nostro mare amico che rasserena e placa l’insostenibile pesantezza del vivere di chi come Marcel (protagonista di “Una sera al porto”) chiuso nella corazza della sua solitudine, si è rassegnato ad una vita cupa e priva di emozioni. Eppure, in una sera tempestosa, il caso o il sogno lo portano ad un incontro dolcissimo che per pochi minuti riscalda il suo cuore con emozioni sconosciute. Il dramma è però in agguato.
Ma, l’autore, non vuole turbare il protagonista, né sottrargli quel calore che ha riempito il suo cuore, né quei pochi minuti di dolcezza che la vita gli ha concesso…
E lo accompagna con tocchi lievi, ad una morte dolce, senza disperazione fra le onde del suo mare.
In fondo, anche a lui è stato concesso di assaporare il profumo di una vita diversa e la possibilità di riscattare, con un atto di coraggio inaspettato, un’esistenza vuota e grigia.
Ancora un pezzo di paesaggio locale nel “Maestrale”.
Il maestrale é il “nostro” vento, quello che pulisce il cielo, si insinua dappertutto, annuncia la freschezza dell’autunno e poi dell’inverno. Porta uomini e bestie a rintanarsi. La stazione, i locali e i treni abbandonati si prestano ad incontri di violenza e senza sogni di un branco di adolescenti. Una storia cruda, triste, di sopraffazione del “ricchione”, che nella gang giovanile, non è il gay, ma il sentimentale, il timido, che per stare fra i maschi deve dimostrare di essere maschio ed essere disponibile a fare certe cose.
E una storia anche di omertà e di paura miste a viltà, da parte di chi non condivide queste pratiche, ma sa bene che può esser pericoloso non adeguarsi ai lupi del branco.
Un racconto duro, crudo che apre una finestra su un mondo di ragazzi “normali”, figli di famiglie “normali”, un mondo “altro” che preferiamo spesso ignorare, non indagare.
Giampiero entra in quel vecchio garage dove, fra carcasse di macchine, si svolge il rito quotidiano del branco dei lupi su un lupacchiotto più debole ed indifeso.
Lo fa senza indugiare nei particolari, ma il quadro nella sua crudezza è chiaro.
Difficile che possa esserci un raggio di luce per il lupacchiotto preso di mira, in quel garage senza luce.
E, dopo una breve ma incompleta presentazione di alcuni racconti che mi sono sembrati più intriganti, andiamo al più “superbo”: “Il Barone”.
Mi fermo ad alcuni cenni, perché non sarebbe giusto togliere al lettore il gusto della scoperta. C’è il realismo allucinatorio di Kafka (l’impiegato Gregor Samsa ha sognato di essere un insetto o è effettivamente un insetto?); c’è Freud, il sogno con l’inconscio che è il vero padrone della nave; c’è la tentazione del thriller, ma non è thriller, solo un tocco, giusto per dare suspense alla vicenda; ci sta anche la riflessione su che mistero è la vita, e che vicende misteriose ci può riservare anche una giornata atona, tranquilla, un ritorno a casa, in Basilicata (la terra madre dell’infanzia e del mito) con solo una banale avaria al treno e una breve sosta in un paesino.
Ma, si sa che le terre dei miti sono avvolgenti, coinvolgenti e pericolose.
Mai fidarsi!
Fidatevi invece della lettura del libro. Presenta un varia umanità. Giampiero preferisce i “normali”, troppo normali fino ad essere diventati spesso invisibili, tanto che spesso noi non ci accorgiamo della loro esistenza. Questo popolo di stranieri alla vita è abbastanza numeroso ed essi si muovono, vivono in mezzo a noi come corazze vuote.
Ma, lo scrittore non può concedersi di girarsi dall’altra parte e di andar oltre.
Deve diventare loro compagno per un tratto di strada, scrutare in profondità il loro cuore che brucia di passioni represse, di sentimenti e di aspirazioni umanissime!
E, poi, non mancano gli ultimi, quelli che si arrabattano per conquistare non solo e non tanto il pane quotidiano, quanto un pezzetto di sole e di cielo, un po’ di ascolto, magari un abbraccio, come nell’omonimo racconto (il cui protagonista richiama Joseph K. di Kafka)
Il tutto intriso da un’eredità che pare di sapore verghiano: chi resta fedele ai vecchi principi è difficile che crolli e che resti solo. Come quei vecchietti coriacei stretti sulle panchine del suo natio paesello lucano.
Ma questa non è una regola che possa applicarsi sempre.
E, qui Pirandello ci viene in soccorso: la vita rifugge dalla forma, dalle maschere volute o imposte, è libertà, violenza, pazzia, mistero: non sappiamo da dove veniamo, come e dove finiremo e qual è il senso della nostra breve avventura terrena.















