

Il 31 gennaio 2026, in occasione della festa di San Giovanni Bosco, don Alberto Ravagnani, sacerdote di anni 33, ha ricevuto una lettere da parte dell’archidiocesi di Milano, esattamente da mons. Franco Agnesi, Vicario Generale, nella quale veniva annunciato ufficialmente la decisione di «sospendere il ministero presbiterale» per cui, non svolgerà più «il compito di Vicario Parrocchiale e di Collaboratore della Pastorale Giovanile diocesana».
«Don Alberto Ravagnani ha comunicato all’Arcivescovo la decisione di sospendere il ministero presbiterale». Forse “sospendere” poteva dare adito a qualche margine interpretativo, anche se Agnesi ha sottolineato la «sofferenza che una simile decisione provoca in tante persone». Invece il prete aveva deciso davvero di non essere più prete. Lo ha spiegato con linguaggio quasi visivo, che in questi anni lo aveva reso noto presso chiunque: «Le ragioni della mia scelta sono tante e complesse». Ha subito aggiunto di essere «molto consapevole di quello che sto facendo, ci ho pensato tanto, mi sono confrontato tanto. Certo, ora non so esattamente che cosa succederà, però sono sereno perché continuerò a vivere la mia missione, a seguire la mia vocazione, a fare del bene. Non indosserò il colletto, non celebrerò la Messa, ma il mio cuore sarà sempre lo stesso. Anzi, adesso forse persino più libero e più vero».
Dopo questa dichiarazione, esattamente il successivo 8 febbraio, il sacerdote comunica la sua decisione e la sua scelta, legandola ad una più ampia e approfondita spiegazione. “La scelta” “Per fede, per amore, per verità.” Ed. SEM, febbraio 2026, pp. 304, è il titolo del libro scritto da don Alberto Ravagnani, uscito contestualmente in libreria. Entrato perfino nella top ten delle classifiche di diversi quotidiani come Il Corriere della Sera, La Repubblica, ed altri ancora, che hanno dato un risalto particolare all’avvenimento.
«Lascio il sacerdozio». «Ciao a tutti, mi chiamo don Alberto Ravagnani, sono un prete e ho scelto di lasciare il ministero sacerdotale».
La vicenda ha avuto un’ampia eco, specialmente se consideriamo gli interventi, anche televisivi, che si sono susseguiti continuamente nei giorni immediatamente dopo. È necessario dare una risposta alle affermazioni di don Ravagnani, il sacerdote al centro di questa insolita avventura. Lo consideriamo ancora tale, perché indelebile è il carattere di quell’ordinazione.
In molti dalle avvisaglie avevano notato e capito tutto quello che maturava nell’aria e cominciavano a presagire proprio l’esito, che abbiamo descritto. Partendo dal cambiamento dei modi e dello stile nel presentarsi. Abbandono dell’abito, apparso come fonte di diffidenza e abbastanza divisivo. Alcune sue affermazioni relative alla morale matrimoniale e sessuale. Accompagnate da alcuni commenti pubblicati su vari giornali. La rinuncia al sacerdozio e al suo corollario, purtroppo, è stato visto come una agevolazione per i nemici della Chiesa. A loro ha fornito un ulteriore pretesto per attaccare il celibato sacerdotale, non solo, ma anche il ministero sacerdotale in sé.
Questo ci porta a riflettere sulla natura del sacerdozio. Perché tanti finiscono per mettere da parte e abbandonarne quelle complesse prerogative?
Papa Leone XIV ha indirizzato, il 10 febbraio, una lettera a tutti i presbiteri dell’Archidiocesi di Madrid, in cui ha messo in evidenza il ruolo del sacerdote come “alter Christus”.
Una espressione molto cara alla tradizione della Chiesa cattolica. Non accettata da un certo mondo progressista. Non è stato ben visto il modo come don Ravagnani si sia aggregato al coro delle critiche al Santo Padre. Infatti, lo scorso 13 febbraio, in un messaggio, ha asserito che: «la forma storica del ministero così com’è viene percepita sempre più come estranea, autoreferenziale e culturalmente muta», il che vuol dire che la dizione “alter Christus” è una “sottolineatura identitaria” che «rischia di intendere il sacerdozio in termini sacralizzanti e clericali; in termini di separazione dal mondo, piuttosto che di comunione con gli uomini e le donne di oggi. Queste espressioni hanno un valore spirituale edificante, certo, ma non rispondono alla crisi reale del prete contemporaneo. Anzi, di fronte al cambiamento d’epoca avvenuto, di fronte al mare di rivoluzioni in cui i preti si trovano a navigare […] Papa Leone sembra dire che il problema sia ancora “mantenere fervore e disciplina”».
Recuperando il reale significato del sacerdozio si può rispondere efficacemente alle sfide del nostro tempo?
Antonio Losito







